Alessandro Cicognani 08/06/2026
Risiko bancario spiegato: perché Intesa Sanpaolo e Banco Bpm vogliono Mps
Una tranquilla domenica di giugno si è trasformata in uno dei capitoli più caldi del risiko bancario italiano. Prima Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena di unirsi per creare la terza banca italiana dopo Intesa Sanpaolo e Unicredit. Poi si è fatta avanti Intesa, che a sorpresa ha lanciato un’opas su Mps, cioè un’offerta pubblica di acquisto e scambio sulla totalità delle azioni Mps, per un valore di circa 31 miliardi di euro. Le due mosse sono molto diverse.
L’offerta di Banco Bpm
Banco Bpm propone una fusione tra pari, una cosiddetta “merger of equals”: non una scalata ostile, ma un’aggregazione amichevole tra due banche che dovrebbero costruire insieme un nuovo gruppo. È un passaggio delicato, perché Banco Bpm è più piccola in termini di capitalizzazione rispetto a Mps dopo che quest’ultima si è fusa con Mediobanca il 18 marzo di quest’anno (ne abbiamo parlato qui). Queste le cifre: la capitalizzazione di Banco Bpm in borsa vale oggi circa 20 miliardi di euro, Mps intorno ai 30 miliardi. Solitamente il mondo delle grandi operazioni di fusione e acquisizione è abituato a vedere il gruppo più grande che compra o incorpora quello più piccolo. Da qui l’idea di costruire un percorso condiviso tra i due istituti, che in caso di esito positivo dovranno decidere chi guiderà il nuovo gruppo, chi sarà presidente e di fatto chi incorporerà chi.
La controproposta di Intesa
Intesa, invece, propone un’operazione più “classica”, ossia l’acquisizione di Mps tramite un’offerta pubblica. Nel dettaglio, Intesa propone di pagare gli azionisti che decideranno di aderire con un mix di azioni e di denaro contante. Lo schema, infatti, prevede un pagamento pari a 16 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni Mps, più 1 euro in contanti sempre per ogni azione Mps. Il premio indicato è del 12,5% rispetto alla chiusura del 5 giugno del titolo Montepaschi. E, come detto in modo chiaro dall’amministratore delegato Carlo Messina, si tratta di una proposta “immutabile”. Ossia, “non c’è possibilità di aumento, visto che già così stiamo pagando un premio significativo per una banca che ha comunque delle complessità”. È dunque così che Mps, ad appena due mesi dalla fusione con Mediobanca, torna al centro della scacchiera.
Perché Banco Bpm vuole Mps
La proposta di Banco Bpm ha una logica industriale abbastanza chiara: creare un grande polo nazionale, più grande, più efficiente e più competitivo. L’obiettivo dichiarato è costruire la terza banca italiana per dimensioni che varrebbe 50 miliardi di euro, con una rete di sportelli molto ampia e una base clienti più forte. Tecnicamente, l’operazione sarebbe una fusione per incorporazione. Significa che, alla fine, una delle due banche incorporerebbe l’altra e gli azionisti riceverebbero azioni del nuovo gruppo. Ma al momento non si conoscono ancora tutti i dettagli. Nel frattempo il consiglio di amministrazione di Mps riunitosi ieri ha deciso di prendere tempo per valutare il valore delle due proposte. Nella nota diffusa ai giornali, l’istituto si è limitato a dire che la proposta di Banco Bpm non è stata sollecitata da Mps, mentre l’offerta di Intesa Sanpaolo non è concordata, ma che comunque valuterà entrambe le operazioni. Detta in modo semplice: le due iniziative non sono nate da un accordo preventivo tra le parti, ma verranno prese in considerazione come vuole la legge.
Il punto non è solo diventare più grandi. Banco Bpm controlla Anima, una delle principali società italiane di gestione del risparmio. Mps, dopo l’aggregazione con Mediobanca di marzo, porta in dote attività molto importanti nel ramo investimenti privati e aziendali, ma anche nel credito al consumo. Mettendo insieme questi pezzi, nascerebbe un gruppo con più clienti da servire e più prodotti da distribuire. Per Banco Bpm, quindi, Mps sarebbe un acceleratore. Permetterebbe di aumentare rapidamente dimensioni, presenza territoriale e peso politico-finanziario. Per Mps, invece, l’operazione potrebbe rappresentare la nascita di quel terzo polo di cui si parla da anni. Un gruppo abbastanza grande da non essere schiacciato tra Intesa e Unicredit.
Perché Intesa è entrata in campo
La mossa di Intesa cambia completamente il livello della partita. Il primo gruppo bancario italiano era rimasto più defilato nella prima fase del risiko – l’anno scorso Messina aveva detto che Intesa non era intenzionata a partecipare alla stagione di fusioni e acquisizioni, perché già abbastanza grande – mentre Unicredit si muoveva su Banco Bpm (operazione poi saltata) e Mps chiudeva, appunto, il capitolo Mediobanca. Ora Intesa entra da protagonista. L’obiettivo non è semplicemente comprare sportelli di Mps. L’istituto guidato da Messina vuole rafforzare la propria leadership nei business più redditizi: tipicamente quelli legati alla gestione dei risparmi e alle grandi operazioni finanziarie, che generano commissioni elevate e non dipendono soltanto dai tassi d’interesse. Per ridurre i problemi antitrust (essendo Intesa il primo gruppo bancario italiano, acquisendo Mps in blocco rischierebbe di assumere una posizione dominante sul mercato ed è ciò che l’antitrust è chiamata ad evitare), Intesa ha già previsto un accordo con Unipol. Una parte della rete Mps, circa 635 filiali, insieme al marchio Mps e ad alcune strutture operative, verrebbe ceduta a Unipol per un valore tra 3 e 3,5 miliardi di euro, che a quel punto potrebbe utilizzarle per rafforzare a sua volta la rete di Bper, banca partecipata da Unipol. Ecco perché la compagnia bolognese guidata da Carlo Cimbri si è schierata al fianco di Carlo Messina. In quanto azionista di maggioranza di Bper, se l’affare Mps andasse in porto Unipol costruirebbe in un colpo solo il secondo polo bancario per raccolta diretta e numero di sportelli. Un vero e proprio “nuovo campione italiano nel settore bancario nazionale” come lo ha definito la stessa Unipol. Quanto a Intesa, invece, terrebbe Mediobanca, il suo marchio, circa 625 filiali Mps e la parte più redditizia del gruppo. Secondo le stime della banca, il gruppo risultante potrebbe arrivare nel 2029 a oltre 16 miliardi di utile netto, contro gli oltre 11,5 miliardi previsti dal piano autonomo di Intesa. La distribuzione agli azionisti potrebbe salire a circa 61 miliardi nel periodo 2025-2029, rispetto ai circa 50 miliardi previsti dal piano industriale senza l’opas.
Il vero nodo: Generali e il risparmio degli italiani
Per capire perché Mps sia così contesa bisogna guardare oltre Mps. Dopo l’operazione con Mediobanca, Monte dei Paschi non è più solo una banca commerciale con radici storiche a Siena. È diventata uno snodo della finanza italiana. Mediobanca porta con sé attività molto preziose: gestisce i risparmi di larga parte del cosiddetto “salotto buono” dell’economia italiana (l’istituto milanese è storicamente la banca di riferimento di una parte importante dell’élite economica italiana: grandi famiglie imprenditoriali, grandi aziende, manager) e ha da sempre una rilevante partecipazione in Generali. Ed è proprio Generali uno dei punti più sensibili della partita. Il Leone di Trieste (Generali) gestisce una quantità enorme di risparmio ed è uno dei principali investitori istituzionali del Paese (soggetti che raccolgono e investono grandi quantità di denaro, come fondi pensioni, casse previdenziali e, appunto, le assicurazioni). Chi ha influenza su Mediobanca, dunque, può avere influenza anche sugli equilibri di Generali. Questo spiega perché la partita interessi così tanto a Intesa, nonostante l’ad Carlo Messina abbia detto di vedere Generali “come una mera partecipazione azionaria e niente più”. Ma intanto, se l’operazione andasse in porto Intesa si porterebbe a casa il 16% della compagnia assicurativa, diventandone ampiamente l’azionista di riferimento. Da ricordare che Intesa è già leader in Italia nel risparmio gestito, anche attraverso Eurizon e Fideuram. Rafforzarsi su Mediobanca e avvicinarsi agli equilibri di Generali significherebbe consolidare ulteriormente una posizione già fortissima. Per Banco Bpm, invece, la combinazione con Mps servirebbe a costruire un’alternativa. Con Anima da una parte e le attività di Mps-Mediobanca dall’altra, nascerebbe un gruppo capace di competere meglio nella produzione e distribuzione di prodotti finanziari. È per questo che il risiko bancario non riguarda più soltanto chi ha più filiali, ma chi controlla la relazione con i risparmiatori.
Il governo, il Mef e la spinta della Bce
Nella partita c’è poi un attore che non può essere ignorato: il Mef. Il ministero dell’Economia è ancora azionista di Mps e quindi avrà un ruolo nella valutazione degli scenari. Negli ultimi anni il governo ha più volte indicato come obiettivo la nascita di un terzo polo bancario italiano. La proposta di Banco Bpm andrebbe proprio in questa direzione: creare un grande gruppo nazionale alternativo a Intesa e Unicredit. La mossa di Intesa, invece, pone un tema diverso. Da un lato garantirebbe al Mef una valorizzazione importante della quota in Mps (questo perché, essendo lo Stato azionista di Mps, aderendo all’offerta diventerebbe azionista di Intesa e poi riceverebbe per le sue azioni di Mps un premio, come detto prima, del 12,5% rispetto all’attuale prezzo di mercato di Mps). Dall’altro potrebbe rafforzare ulteriormente il primo gruppo bancario italiano, anche se la cessione di una parte della rete a Unipol-Bper servirebbe a riequilibrare il mercato e a ridurre le obiezioni sulla concorrenza.
Sul fondo c’è anche la Banca centrale europea. Da anni la Bce chiede alle banche europee di consolidarsi. Il motivo è semplice: il settore è ancora molto frammentato, soprattutto se confrontato con i grandi gruppi americani. Banche più grandi possono tagliare costi duplicati, investire di più in tecnologia, reggere meglio le crisi, diversificare i ricavi e competere su scala internazionale. Ecco perché questa non è soltanto una battaglia di potere. È anche il tentativo di ridisegnare il sistema bancario italiano per renderlo più solido e competitivo. Mps è tornata al centro perché oggi è il pezzo che può spostare gli equilibri. Banco Bpm la vuole per costruire il terzo polo nazionale. Intesa per rafforzare la propria leadership. Il governo dovrà decidere quale soluzione sia più utile per il sistema. E il mercato, intanto, ha già capito che la fase due del risiko è iniziata davvero. Dall’apertura del mercato alle 16 di oggi pomeriggio, il titolo di Mps è salito del 12,5%, quello di Mediobanca sopra l’11,7%.
Credits: immagine generata con ChatGpt






