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21/07/2026
Stretto di Hormuz: cosa significa il calo dei transiti per petrolio, inflazione e tassi

Stretto di Hormuz: cosa significa il calo dei transiti per petrolio, inflazione e tassi

Il nuovo deterioramento della situazione in Medio Oriente riporta l'attenzione su una delle aree più strategiche per i mercati.

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La nuova escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran riporta al centro dei mercati uno dei punti più delicati dell’economia globale: lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa una quota fondamentale delle esportazioni energetiche mondiali. Mentre gli armatori riducono la presenza nell’area per il timore di nuovi attacchi e di un aumento dei rischi operativi, il mercato torna a interrogarsi sulle possibili conseguenze per il petrolio e per l’inflazione. Il problema non riguarda soltanto la sicurezza delle rotte commerciali, ma la possibilità che una nuova crisi energetica possa rallentare il processo di disinflazione globale e condizionare le prossime decisioni delle banche centrali. L’aumento dei prezzi del greggio rappresenta infatti un rischio per economie come quella europea e per alcune aree dell’Asia, fortemente dipendenti dalle importazioni di energia.

 

Lo Stretto di Hormuz torna a essere un punto critico

Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e rappresenta la principale via di uscita per il petrolio prodotto da alcuni dei maggiori esportatori mondiali, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e Qatar. Attraverso questo corridoio transita circa un quinto dei consumi globali di petrolio, oltre a una parte rilevante del gas naturale liquefatto, il combustibile utilizzato soprattutto per la produzione di energia elettrica e per i consumi industriali. Dopo un periodo di relativa normalizzazione seguito al cessate il fuoco di metà giugno (di cui avevamo parlato anche qui), le nuove tensioni tra Washington e Teheran hanno spinto molti operatori marittimi a ridurre nuovamente i viaggi nell’area. Il traffico navale nello Stretto è crollato nelle ultime settimane, segnalando che gli armatori considerano nuovamente elevato il rischio di operare nella regione. 

 

I numeri sui transiti nello Stretto di Hormuz

Secondo i dati di Lloyd’s List Intelligence, nella settimana terminata il 20 luglio sono stati registrati soltanto 53 transiti di navi attraverso Hormuz, in calo del 66% rispetto ai 157 della settimana precedente. Ancora più evidente il rallentamento per le navi che trasportano energia: i passaggi di petroliere e metaniere sono scesi a 30 dai 90 della settimana precedente. Anche i dati di Kpler mostrano un peggioramento immediato dopo l’avvio del nuovo blocco. Prima del 15 luglio i passaggi giornalieri erano superiori a 20 navi in media, ma sono scesi a 16 nella stessa giornata per poi calare a una sola cifra il giorno successivo. Il traffico è rimasto debole per tutta la settimana, con solo sporadici recuperi. Bridget Diakun, senior risk and compliance analyst di Lloyd’s List Intelligence, ha spiegato che “le cose sono rallentate significativamente da quando le tensioni sono riesplose”. Secondo l’analista, la reazione degli armatori è prevedibile perché gli operatori “si tirano indietro e rivalutano la situazione, come ci si aspetterebbe”. Il traffico, tuttavia, non si è completamente fermato. “Ogni singola persona ha una diversa propensione al rischio”, ha aggiunto Diakun. “Stiamo ancora vedendo petroliere attraversare lo Stretto, non si è arrivati a un blocco totale”. Secondo l’esperta, il quadro potrebbe continuare a muoversi “a fasi alterne”, con gli armatori pronti a sfruttare brevi finestre di relativa sicurezza per poi ridurre nuovamente le attività ogni volta che le tensioni aumentano. Anche i dati di S&P Global confermano la frenata. Tra il 17 e il 19 luglio soltanto 40 navi hanno attraversato lo Stretto, con una media di circa 13 transiti al giorno. Il traffico settimanale fino al 19 luglio è risultato quasi dimezzato rispetto alla settimana precedente.

 

Gli armatori aspettano, il petrolio torna sotto osservazione

Il rallentamento dei traffici non significa automaticamente una crisi dell’offerta petrolifera, ma aumenta il premio per il rischio richiesto dal mercato. In altre parole, gli operatori chiedono un prezzo maggiore per compensare la possibilità che il conflitto possa peggiorare e mettere in difficoltà una delle principali arterie energetiche mondiali. La vera incognita per i mercati è la durata della crisi: più a lungo resteranno limitati i flussi attraverso Hormuz, maggiore sarà il rischio di un impatto sui prezzi dell’energia. Saul Kavonic, responsabile della ricerca energetica di MST Marquee, ha spiegato che “l’ultima escalation dimostra come le aspettative di una rapida riapertura dello Stretto fossero premature”. Secondo Kavonic, “le ostilità e il ripristino del blocco hanno riportato il conflitto su una traiettoria di escalation”, con i flussi attraverso Hormuz scesi a circa il 15% dei livelli precedenti alla guerra. L’analista ha inoltre avvertito che il petrolio potrebbe tornare a testare quota 100 dollari al barile se l’intensità degli scontri dovesse proseguire per diverse settimane o se venissero colpite infrastrutture energetiche nella regione.

 

Il rischio ora è il ritorno dell’inflazione

L’effetto del conflitto non riguarda soltanto il mercato energetico. Un aumento del petrolio avrebbe conseguenze anche sull’inflazione globale, proprio mentre molte banche centrali stavano cercando di riportare la crescita dei prezzi sotto controllo. Secondo BlackRock, la crisi potrebbe aggiungere circa 0,8 punti percentuali all’inflazione globale complessiva, anche se l’impatto non sarebbe uniforme tra le diverse aree economiche. Europa e alcune economie asiatiche sarebbero le più esposte perché dipendono maggiormente dalle importazioni di energia. Un aumento del costo del petrolio avrebbe infatti un effetto diretto sui carburanti e sui costi di produzione, trasferendosi poi sui prezzi finali di beni e servizi. Ocbc ha sottolineato in un rapporto che “con i dati sul mercato del lavoro che indicano una stabilizzazione piuttosto che un deterioramento, un nuovo shock energetico lascerebbe la Fed concentrata sui rischi di rialzo dell’inflazione”. Il riferimento è alla Federal Reserve, la banca centrale statunitense, che deve bilanciare due obiettivi: mantenere sotto controllo l’aumento dei prezzi e sostenere il mercato del lavoro. Un nuovo rialzo del petrolio renderebbe più difficile il percorso verso eventuali tagli dei tassi di interesse. Per i mercati il timore è che uno shock energetico possa rallentare il calo dell’inflazione e costringere le banche centrali a mantenere un atteggiamento più restrittivo più a lungo. Yung-Yu Ma, chief investment strategist di PNC Asset Management, ritiene che l’atteggiamento più rigido della Fed “rimarrà presente finché non vedremo sollievo nei mercati energetici, nel petrolio e in alcune delle altre pressioni inflazionistiche che hanno ripreso a salire”.



 

Credits: Immagine da Magnific

Tags:
inflazionePetrolioStretto di Hormuztassi di interesse

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