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08/10/2024
Tassa sugli extraprofitti

Tassa sugli extraprofitti: Perché sì, perché no e con quali conseguenze

Dalle pronunce della giurisprudenza alle posizioni degli economisti, i possibili impatti di un’imposta ad hoc sulle banche. Con stime sulle ricadute per imprese e famiglie

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Con l’avvicinarsi della manovra di Bilancio 2025 riprendono corpo le voci sull’introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle banche e i titoli del settore ne risentono a Piazza Affari. Ma di cosa si tratta esattamente, quali sono le possibilità che venga davvero introdotta nel nostro Paese e quali sarebbero le ricadute? Proviamo a fare chiarezza per punti, partendo dai numeri di uno studio firmato Unimpresa, che ha quantificato in 8,1 miliardi le imposte pagate dalle banche nel 2023 su 40,6 miliardi di utili. Siamo dunque a meno del 20%, mentre l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche) per i percettori di redditi sopra i 50 mila euro ammonta al 43%.

 

I tassi alti spingono i conti delle banche

 

“L’imprenditore rischia di suo. Le banche non rischiano niente, sono coperte dallo Stato”. Con questa motivazione, il vicepremier Matteo Salvini è tornato a invocare una tassa sugli extraprofitti generati dalle banche italiane negli ultimi anni. Il riferimento è al fatto che i tassi ufficiali elevati consentono agli istituti di generare margini importanti grazie alla differenza del costo al quale si finanziano e il tasso applicato sui prestiti a imprese e cittadini.

 

La posizione del leader leghista non è isolata, anche se nella maggioranza è venuto meno il principale sponsor della misura. La premier Giorgia Meloni, che lo scorso anno aveva parlato per prima della possibile misura parlando di un’imposta su un “margine ingiusto”, dopo aver rinunciato all’introduzione, quest’anno ha preferito il silenzio. Contrarietà è stata espressa da Forza Italia, mentre tra i sindacati (secondo i quali, solo nei primi sei mesi del 2024 le banche avrebbero generato utili già per oltre 12 miliardi di euro) e le opposizioni c’è una disponibilità di massima verso un’imposta straordinaria sugli utili delle banche, con l’eccezione dei centristi di Renzi e di Calenda. Il ministro del Tesoro, Giancarlo Giorgetti, preferisce una posizione attendista. Nei giorni ha fatto sapere che la manovra prevederà “sacrifici” e che il Governo sa già “a chi chiederli”, ma poi ha aggiunto che “è sbagliato parlare di extraprofitti”, piuttosto l’esecutivo vuole“tassare i giusti profitti”.

 

L’ipotesi di un compromesso

 

Dal canto suo, l’Abi ha fatto sapere di essere aperta al dialogo, ma a patto che non si parli di “extraprofitti”. Sta di fatto l’ipotesi di una imposizione fiscale più gravosa per il settore ha zavorrato i titoli del settore nel corso delle ultime due settimane, da quanto cioè l’ipotesi ha cominciato a prendere corpo. Alla luce delle differenti posizioni, l’ipotesi al momento più accreditata è diintrodurre un prelievo “solidale” dell’1-2% sugli utili degli ultimi 12-24 mesi, per contribuire al finanziamento di misure popolaricome il taglio del cuneo fiscale, gli sgravi Irpef o il Bonus tredicesima. Un contributo di solidarietà una tantum e condiviso con le aziende del settore.

 

La posizione della giurisprudenza

 

Del tema sono stati investiti anche i tribunali, con una pronuncia della Corte costituzionale, risalente allo scorso giugno, che ha fatto chiarezza in merito all’imposta sugli extraprofitti relativa al 2022. A questo proposito, la Suprema Corte ha contestato la legittimità dei criteri adottati per il calcolo dei “profitti extra”, che tuttavia non è intervenuta, riconoscendo le circostanze eccezionali in cui è maturata la misura, dopo i buchi generati al bilancio pubblico dalle misure di risposta all’emergenza pandemica. Salvo avvertire che “la straordinarietà del momento e la temporaneità della imposizione non possono essere ritenute un passe-partout per l’introduzione di qualsiasi forma di imposizione fiscale”.

 

Dalle regole al libero arbitrio

 

Fermamente contrari a questa misura sono gli economisti dell’Istituto Bruno Leoni. “Quale è e come si stabilisce il profitto normale? La questione non riguarda solo come si fa ad accertare la maturazione di sovrapprofitti nel tempo, cioè rispetto a quelli ‘normali’ nello stesso settore di mercato, ma anche come si fa ad accertare che alcuni settori li hanno generati e altri no”, sottolinea in una nota il think thank. “Tassare presunti sovrano extra-profitti, immaginando di poter calcolare un delta differenziale tra quel che è normale e quel che è straordinario, vuol dire consentire al governo di tassare quello che vuole e quando vuole, solo inseguendo il vento del populismo fiscale….saremmo nel libero arbitrio”, è la conclusione.

 

Rischio impatto negativo per imprese e cittadini

 

Sull’ipotesi in campo si è espresso anche l’economista Andrea Ferretti, il quale nell’ultima Ecopillola segnala il rischio di peggiorare i rapporti banche-Pmi, in un Paese come il nostro in cui il sistema imprenditoriale è fortemente dipendente dall’ossigeno bancario. Dunque, “eventuali nuove imposizioni in natura fiscale, come appunto la tassazione degli extraprofitti, pur essendo dirette agli istituti di credito, possano riverberarsi rapidamente sulle nostre aziende, specie medio-piccole”, sottolinea. Questo soprattutto per un motivo: la nuova imposta, comprimendo i margini delle banche, ridurrebbe gli spazi di manovra per fare nuovo credito. “Applicando l’imposta al margine di interesse, si andrebbe esattamente a colpire la redditività della banca derivante dall’erogazione del credito a famiglie e imprese, mentre non verrebbero toccati i proventi e le commissioni che la banca ottiene dal collocamento di prodotti di natura finanziaria”.Quindi conclude: “E’ evidente che, in questa ipotesi, si spingerebbero implicitamente gli istituti a ridurre il supporto creditizio alle aziende e a incrementare la finanza”.

 

A conti fatti, il rischio è che una misura simile finisca col generare più danni che benefici.

 

Credits

Immagine: Pixabay

Tags:
cittadiniExtraprofittiImpreseTassa

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