Bucks 22/09/2026
Titoli AI in rally con Meta e Muse: perché Wall Street torna a scommettere sull’intelligenza artificiale?
Prima gli allarmi sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, poi il ritorno dei timori sui tassi di interesse. Eppure a Wall Street la scommessa sull’AI è ripartita. Il Nasdaq 100 ha guadagnato il 2,8% lunedì 21 settembre, la migliore seduta dal 4 agosto, riportandosi a meno dell’1% dal record storico del 3 giugno e portando il rialzo dall’inizio dell’anno al 20,7%. Meta è balzata dell’11%, Amd di quasi il 10%, Intel del 12% e Arm del 17%. A riaccendere l’entusiasmo è stata soprattutto Muse, il nuovo agente AI di Meta, ma dietro il rally c’è una domanda molto più importante: l’enorme quantità di denaro investita nell’intelligenza artificiale comincia finalmente a trasformarsi in prodotti capaci di conquistare il grande pubblico?
Muse riaccende la scommessa sull’AI
Muse aiuta a capire perché il mercato si sia improvvisamente riacceso. Non è semplicemente un chatbot che risponde alle domande, ma un agente AI, cioè un assistente digitale capace di svolgere autonomamente alcune attività per conto dell’utente: cercare prodotti, effettuare acquisti, prenotare un ristorante, organizzare appuntamenti o collegarsi ad altri servizi digitali. In pochi giorni Muse ha superato 900 mila download nei primi sei giorni ed è arrivato al primo posto tra le applicazioni gratuite negli Stati Uniti. Per Meta, che possiede Facebook, Instagram e WhatsApp, il potenziale è enorme. Da anni il gruppo investe decine di miliardi in chip, data center e intelligenza artificiale. La domanda degli investitori è sempre stata la stessa: come si trasformeranno tutte queste spese in ricavi? Il successo iniziale di Muse offre almeno una possibile risposta. Un assistente integrato nelle piattaforme di Meta potrebbe raggiungere miliardi di persone e diventare la base per nuovi abbonamenti, pubblicità, acquisti e commissioni. È ancora troppo presto per sapere quanto denaro produrrà. Ma per Wall Street conta il segnale: l’AI potrebbe iniziare a passare dalla fase delle promesse tecnologiche a quella dei prodotti utilizzati quotidianamente dai consumatori.
Il rally passa da Meta ai chip
L’effetto si è immediatamente allargato a tutto l’ecosistema. Amd ha superato per la prima volta 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, cioè il valore complessivo delle sue azioni in Borsa. Il titolo è salito del 9,6% e dall’inizio dell’anno guadagna ormai circa il 185%. La ragione è abbastanza semplice. Se applicazioni e agenti AI conquistano sempre più utenti, aumenta anche la quantità di potenza informatica necessaria per farli funzionare. Significa più domanda di processori, server, data center, reti ed energia. Ed è proprio nell’hardware che il mercato continua a trovare maggiore visibilità. Un produttore di chip vende oggi un componente e incassa un ricavo. Per molte applicazioni AI, invece, bisogna ancora capire quanto gli utenti saranno disposti a pagare e quale modello di business riuscirà a prevalere. Non a caso il rally ha superato i confini americani. Tsmc ha spinto la Borsa di Taiwan verso nuovi record, mentre in Europa Schneider Electric, che fornisce anche sistemi elettrici essenziali per i data center, è tornata davanti a TotalEnergies per capitalizzazione sul Cac 40.
Mille miliardi per alimentare la corsa
A spiegare perché la macchina continui a correre è soprattutto la quantità di denaro che sta entrando nel settore. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, stima che gli investimenti nell’ecosistema degli hyperscaler possano raggiungere 1.000 miliardi di dollari nel 2027, rispetto a circa 700 miliardi quest’anno e 300 miliardi nel 2025. Gli hyperscaler sono i grandi gruppi tecnologici come Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta che costruiscono enormi infrastrutture informatiche e data center. Sono loro a comprare una parte importante dei chip più avanzati e a finanziare la costruzione dell’infrastruttura necessaria all’AI. Secondo Dimon, questa corsa agli investimenti può aggiungere circa un punto percentuale alla crescita economica ogni anno, anche se rischia contemporaneamente di alimentare l’inflazione attraverso la domanda di lavoratori, energia, impianti e materiali. Per gli investitori il dato dice soprattutto una cosa: nonostante i dubbi sulla sostenibilità del boom, la spesa reale continua ad accelerare. Gartner stima addirittura che la spesa mondiale complessiva legata all’intelligenza artificiale possa raggiungere 2.700 miliardi di dollari quest’anno, quasi il 50% in più rispetto al 2025.
Ma Burry continua a vedere una bolla
È proprio la dimensione raggiunta dal fenomeno ad alimentare il fronte degli scettici. Tra questi c’è Michael Burry, l’investitore diventato famoso per aver previsto la crisi dei mutui subprime del 2008 e aver scommesso contro il mercato immobiliare americano, vicenda raccontata nel film The Big Short. Burry continua a mettere in guardia sulla possibilità che l’entusiasmo per l’AI abbia creato una bolla e negli ultimi mesi ha assunto posizioni ribassiste su diversi titoli legati al settore. Ha anche ipotizzato il rischio di una brusca correzione dei mercati e criticato gli stessi vertici dell’industria dopo gli appelli a rallentare lo sviluppo dell’AI per ragioni di sicurezza. Il suo dubbio centrale riguarda la distanza tra la quantità gigantesca di capitale che viene investita oggi e i profitti che quelle infrastrutture dovranno produrre domani (dei dubbi di Burry sugli hyperscaler abbiamo parlato anche qui). Se i ricavi non crescessero abbastanza velocemente, valutazioni costruite sull’aspettativa di un’espansione eccezionale potrebbero diventare difficili da sostenere. Ed è una questione ancora più importante in un momento in cui i tassi di interesse sono tornati a salire: finanziare data center e infrastrutture diventa più costoso e gli investitori chiedono rendimenti maggiori per scommettere su profitti lontani nel tempo.
La vera battaglia sarà sui ricavi
Muse, però, mostra anche perché Wall Street non sia ancora disposta ad abbandonare la scommessa. Il mercato non sta premiando soltanto una nuova tecnologia: sta cercando prove che l’AI possa diventare un’attività commerciale di massa. La strada è tutt’altro che definita. Amazon ha bloccato Muse dal proprio sito di e-commerce, così come aveva già ostacolato l’accesso di altri agenti AI. Dietro queste decisioni c’è una battaglia fondamentale: se domani un consumatore chiederà al proprio assistente digitale di acquistare un prodotto senza entrare direttamente su Amazon o Google, chi controllerà il rapporto con il cliente e chi incasserà pubblicità e commissioni? È qui che si decideranno probabilmente i vincitori. La corsa agli investimenti non sta rallentando, la domanda di chip rimane fortissima e prodotti come Muse iniziano a mostrare applicazioni concrete per il grande pubblico. Ma spendere mille miliardi di dollari non significa automaticamente guadagnarne altrettanti. Per questo il nuovo rally non chiude affatto il dibattito sulla bolla. Lo sposta semplicemente più avanti: dopo aver dimostrato che l’intelligenza artificiale può conquistare gli utenti, le Big Tech dovranno dimostrare di saper trasformare quella popolarità in profitti sufficienti a giustificare investimenti e valutazioni sempre più grandi.
Credits: immagine da Pexels






