Salta al contenuto principale

Finanza in Page

15/12/2025
Tobin Tax: l’imposta che spaventa Piazza Affari. Perché il governo Meloni vuole raddoppiarla?

Tobin Tax: l’imposta che spaventa Piazza Affari. Perché il governo Meloni vuole raddoppiarla?

Cos’è l’imposta sulle transazioni finanziarie e quali effetti rischia di avere su mercati, investitori e imprese italiane. Secondo Ambromobiliare rischia di essere un autogol.

Ascolta l'articolo Sintesi vocale browser

C’è una tassa che da oltre dieci anni aleggia su Piazza Affari come un convitato scomodo, capace di passare quasi inosservata nei momenti di calma e di tornare protagonista appena la politica la tocca. È la Tobin Tax, l’imposta sulle transazioni finanziarie introdotta nel 2013 dal governo Monti, ispirata alle idee dell’economista e premio Nobel James Tobin. L’obiettivo originario era duplice: scoraggiare la speculazione di brevissimo periodo e, al tempo stesso, garantire un gettito stabile allo Stato. In Italia si applica agli acquisti di azioni e strumenti partecipativi (titoli che, come le azioni, rappresentano una partecipazione al capitale o ai risultati dell’impresa) di società con sede legale in Italia. Ciò vuol dire che se acquisti azioni Enel, Eni o Intesa Sanpaolo, paghi la Tobin Tax. Se al contrario compri azioni di una società tedesca o americana, anche se lo fai tramite la Borsa italiana o la tua banca italiana, l’imposta non si applica. Non finisce qui, poiché la tassa colpisce anche il trading ad alta frequenza, ossia quello fatto da società di trading tramite software specifici, che effettuano anche migliaia di scambi al giorno. Il meccanismo di questa imposta è apparentemente semplice, tuttavia ha sempre prodotto effetti complessi. Oggi la Tobin Tax vale circa 546 milioni di euro l’anno per l’erario, molto meno di quanto sperava di incassare chi a suo tempo la introdusse (si stimava almeno 1 miliardi di euro), ma abbastanza da renderla una pedina importante nel risiko della legge di bilancio.

 

Il raddoppio che spaventa Piazza Affari

 

Ed è proprio nella Manovra che il governo Meloni ha deciso di intervenire, proponendo un raddoppio secco delle aliquote della Tobin Tax a partire dal 2026: dallo 0,1 allo 0,2% sui mercati regolamentati, dallo 0,2 allo 0,4% su quelli non regolamentati, dallo 0,02 allo 0,04% per le operazioni ad alta frequenza. La scelta nasce dall’esigenza di trovare coperture per correggere un’altra misura molto contestata, quella sui dividendi delle imprese, e risponde a una linea chiara del ministero dell’Economia: ogni modifica deve essere finanziata senza sforare i saldi. In altre parole, se si alleggerisce la pressione da una parte, la si aumenta da un’altra. Ma toccare la Tobin Tax significa intervenire sul “costo” della Borsa, e i mercati hanno reagito di conseguenza. 

 

L’annuncio ha fatto sobbalzare Piazza Affari perché gli investitori temono un’ulteriore riduzione della liquidità, proprio mentre si cerca di rendere il listino più attrattivo. Come ha osservato il presidente di Ambromobiliare, Alberto Franceschini Weiss, “il raddoppio della Tobin Tax è una manovra deleteria in un momento in cui abbiamo bisogno di capitali per sostenere imprese e infrastrutture: aumentare i costi di accesso alla Borsa significa favorire altri listini e altri intermediari”.

 

Il paradosso italiano dei volumi

 

Il punto centrale è che la Tobin Tax, nella sua esperienza italiana, ha mostrato un paradosso: invece di aumentare il gettito complessivo, avrebbe contribuito a ridurre i volumi di scambio. Negli anni, mentre la capitalizzazione di Milano è cresciuta e il risparmio gestito è raddoppiato, gli scambi si sono assottigliati, spingendo parte degli investitori verso mercati esteri o strumenti esenti come i fondi passivi indicizzati Etf. Secondo le analisi di Ambromobiliare, l’introduzione della tassa avrebbe comportato una perdita netta per lo Stato, perché ai 500 e passa milioni incassati si contrappongono minori entrate fiscali legate al calo dell’attività dell’intermediazione finanziaria e del suo indotto. “Milano è diventata meno attrattiva e non per mancanza di aziende o di risparmio, ma perché il mercato è stato reso più costoso”, è il ragionamento che circola negli ambienti finanziari. Il timore è che un ulteriore aumento dell’aliquota possa accentuare questa dinamica, spingendo società e investitori a guardare con maggiore interesse a piazze come Amsterdam o Francoforte.

 

Lo sforzo richiesto alla finanza

 

Il raddoppio della Tobin Tax non è però un caso isolato. Nella stessa manovra, alla finanza viene chiesto un contributo più ampio, a partire dal settore bancario, già chiamato negli ultimi anni a partecipare allo sforzo di bilancio attraverso prelievi straordinari (ne abbiamo parlato qui). Il messaggio politico è chiaro: in una fase di conti pubblici sotto osservazione, chi opera nei mercati e beneficia di margini elevati deve fare la sua parte. Resta da capire se questo approccio produrrà gli effetti sperati o se rischia di indebolire ulteriormente un mercato dei capitali che fatica a crescere. Perché una Borsa meno liquida non è solo un problema per gli investitori, ma anche per le imprese che cercano capitali e, in ultima analisi, per l’economia reale. La Tobin Tax torna così al centro del dibattito come simbolo di una scelta difficile: far pagare la finanza oggi, rischiando di perderla domani.

 

Credits: Foto Freepik

Tags:
Italiapiazzaaffaritobintax

Scopri le soluzioni di investimento che potrebbero interessarti

Iscriviti alla Newsletter

Non perderti gli articoli più interessanti della settimana. Ricevili tutti direttamente via mail!

Altri approfondimenti che potrebbero interessarti

Tutte le notizie di attualità
che non devi perderti e…