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27/07/2026

Trump riapre la guerra dei dazi: perché questa volta è diversa

La Casa Bianca impone aliquote del 10% e del 12,5% sulle merci provenienti da 60 partner commerciali, Unione europea compresa. Dopo la bocciatura della Corte Suprema, Washington cambia strategia.

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Donald Trump torna sul suo terreno preferito: la guerra commerciale. L’amministrazione americana giovedì 23 luglio ha introdotto una nuova tornata di dazi sulle importazioni provenienti da 60 economie, tra cui Unione europea, Cina, Canada e Regno Unito. Le aliquote, entrate in vigore il giorno seguente, 24 luglio, sono “ridotte” al 10% per i Paesi che hanno adottato o promesso di adottare divieti contro l’importazione di merci prodotte con il lavoro forzato e del 12,5% per quelli che, secondo Washington, non hanno assunto impegni sufficienti.

 

Che cosa significa “lavoro forzato” dietro ai nuovi dazi? 

Secondo gli Stati Uniti, alcuni Paesi non contrastano in modo efficace il commercio di prodotti realizzati con lavoro forzato, cioè ottenuti sfruttando persone costrette a lavorare contro la propria volontà, spesso anche minori. Questo, secondo Washington, permette di produrre a costi più bassi e altera la concorrenza. È proprio questa la novità: invece di colpire solo singole aziende o merci sospette, i nuovi dazi prendono di mira interi Paesi ritenuti troppo permissivi su questo fronte.

Nel complesso, la misura interessa il 99,4% delle importazioni statunitensi. A prima vista, le percentuali appaiono meno aggressive di quelle annunciate nel “Liberation Day” dell’aprile 2025. Questa volta, però, il rischio potrebbe essere più duraturo. Allora Trump aveva scelto l’effetto sorpresa, presentando tariffe molto elevate e differenziate che avevano provocato forti oscillazioni sui mercati. Oggi l’annuncio era in parte atteso e la reazione delle Borse è stata più composta. Il contesto economico, tuttavia, è diventato più delicato: il conflitto in Medio Oriente ha alimentato la volatilità del petrolio, l’inflazione non è stata completamente sconfitta e le catene di approvvigionamento sono nuovamente sotto pressione. Un altro aumento dei costi commerciali rischia quindi di colpire un’economia mondiale già meno solida rispetto a un anno fa. Ma cosa è cambiato rispetto alla prima tornata di dazi?

 

La risposta alla Corte Suprema

La vera differenza riguarda soprattutto il diritto. Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito che l’International Emergency economic powers act, la legge utilizzata dalla Casa Bianca per giustificare i dazi del Liberation Day attraverso la dichiarazione di un’emergenza nazionale, non attribuiva al presidente un potere così ampio in materia tariffaria (ne abbiamo parlato qui). Trump aveva quindi introdotto provvisoriamente una tariffa globale del 10%, ma quella misura poteva restare in vigore soltanto per un periodo limitato. Periodo scaduto appunto venerdì 24 luglio. La nuova offensiva passa invece attraverso la Sezione 301 del Trade act del 1974, che autorizza il governo degli Stati Uniti a indagare e imporre ritorsioni commerciali, come dazi e restrizioni, contro le pratiche sleali, discriminatorie o restrittive di Paesi stranieri che danneggiano il commercio americano. Si tratta, insomma, di uno strumento tradizionalmente impiegato per reagire a pratiche commerciali considerate scorrette. L’ufficio del rappresentante americano per il Commercio aveva aperto a marzo 60 indagini, sostenendo che i principali partner degli Stati Uniti non contrastassero abbastanza l’ingresso nei propri mercati di prodotti realizzati mediante lavoro forzato. La Casa Bianca ha dunque costruito una motivazione specifica, accompagnata da indagini e audizioni pubbliche, nel tentativo di rendere i nuovi dazi più resistenti alle contestazioni giudiziarie. In altre parole, non è cambiato l’obiettivo di Trump, ma è cambiata la strada scelta per raggiungerlo.

 

Chi paga davvero una tariffa

Il tema tariffe Usa potrebbe intervenire anche sulle prossime scelte di politica monetaria delle banche centrali. Il motivo è questo: il dazio viene formalmente versato alla dogana dall’impresa americana che importa il prodotto. Ma il costo può poi essere trasferito lungo tutta la catena. Se un distributore statunitense acquista dall’Europa un bene da 1.000 euro soggetto a un dazio del 10%, dovrà sostenere un costo aggiuntivo equivalente a 100 euro. Potrà assorbirlo riducendo il proprio margine, chiedere uno sconto al produttore europeo oppure aumentare il prezzo finale. Nella maggior parte dei casi, il conto viene diviso tra imprese esportatrici, importatori e consumatori. È per questo che i dazi possono avere un effetto contemporaneamente inflazionistico e recessivo: fanno salire i prezzi, ma possono anche ridurre domanda, investimenti e commercio. Per le banche centrali il problema è particolarmente scomodo. Se le tariffe alimentano l’inflazione, la Federal Reserve avrà meno spazio per ridurre i tassi. La nuova strategia di Trump rischia così di complicare ulteriormente il difficile equilibrio tra stabilità dei prezzi e sviluppo economico.

 

Dal lavoro forzato alla politica industriale

Molti Paesi hanno respinto la motivazione americana. Bruxelles, Australia, Brasile e diversi governi dell’Europa (che nel primo ciclo di dazi di aprile 2025 aveva ottenuto un accordo al 15%) sostengono di possedere già norme severe contro il lavoro forzato e considerano le tariffe sproporzionate o scarsamente collegate alle merci effettivamente coinvolte. La maggior parte dei partner sembra tuttavia intenzionata, almeno inizialmente, a negoziare anziché rispondere immediatamente con contromisure. Anche perché una ritorsione generalizzata potrebbe innescare una spirale di tariffe, prezzi più elevati e minori esportazioni. Dietro la giustificazione sociale emerge quindi una strategia più ampia. Trump considera i dazi uno strumento per proteggere la produzione americana, ridurre il deficit commerciale, ottenere concessioni politiche e raccogliere entrate fiscali. Sono già in preparazione o in discussione altri interventi mirati su singoli Paesi e settori, dal Canada (ipotesi al 50%) ai farmaci (fino al 100% per quelli importati negli Stati Uniti), dal rame alle produzioni accusate di beneficiare di sovraccapacità industriale. La partita non si chiude dunque con il 10% o il 12,5%. La novità più importante è che la Casa Bianca sta cercando di trasformare le tariffe da minaccia temporanea usata al tavolo delle trattative in una componente permanente della politica economica statunitense. Per mercati e imprese, questa volta, attendere semplicemente che la tempesta passi potrebbe non bastare.

 

 

Credits: Foto Pexels

Tags:
daziEuropaUsa

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