Alessandro Cicognani 11/05/2026
Trump-Xi: Perché tutto il mondo ha interesse nell’esito di questo incontro
Dopo settimane di tensioni commerciali e geopolitiche, giovedì 14 maggio Donald Trump e Xi Jinping si incontreranno a Pechino per un vertice atteso da governi, imprese e mercati finanziari di tutto il mondo. L’incontro, inizialmente previsto a marzo e poi rinviato a causa dell’escalation della guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran, arriva in un momento particolarmente delicato per l’economia globale. Sul tavolo ci saranno commercio, tecnologia, Taiwan, energia, terre rare e intelligenza artificiale. Temi diversi tra loro, ma tutti collegati da un filo comune: il rapporto tra le due maggiori potenze economiche del pianeta. Quando Washington e Pechino entrano in tensione, infatti, gli effetti si riflettono rapidamente su mercati, prezzi delle materie prime, industria e consumatori.
Tutta l’industria mondiale segue il summit
Negli ultimi mesi i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono tornati a irrigidirsi. Washington accusa Pechino di pratiche commerciali scorrette e di campagne sistematiche per appropriarsi di tecnologia americana nel settore dell’intelligenza artificiale. La Cina, invece, contesta le restrizioni statunitensi sui semiconduttori e le sanzioni economiche. Nel frattempo Pechino ha limitato l’export di terre rare e magneti industriali, materiali indispensabili per la produzione di auto elettriche, batterie, smartphone e tecnologie avanzate. Una decisione che ha messo sotto pressione le catene di approvvigionamento globali, soprattutto in Europa, Giappone e Corea del Sud. Per capire quanto il tema sia concreto basta pensare all’industria automobilistica: senza terre rare molte componenti elettroniche non possono essere prodotte. E dato che la Cina controlla una parte dominante di questo mercato, ogni restrizione alle esportazioni ha conseguenze immediate sulle fabbriche occidentali.
Anche il Sud-est asiatico guarda al summit con particolare attenzione. Negli ultimi anni molte aziende avevano spostato parte della produzione dalla Cina verso paesi come Vietnam, Thailandia o Malesia per aggirare i dazi americani. Ma se Washington dovesse ridurre le tariffe sui prodotti cinesi, questo vantaggio competitivo rischierebbe di diminuire. Stephen Olson, dell’istituto di ricerca ISEAS-Yusof Ishak di Singapore, ha spiegato che “se i dazi sulle esportazioni cinesi diminuiscono, diminuirà anche l’incentivo a spostare la produzione verso paesi come il Vietnam”. Una frase che fotografa bene quanto gli equilibri commerciali asiatici dipendano oggi dalle relazioni tra Washington e Pechino.
Taiwan e petrolio: i dossier più delicati
Uno dei temi più sensibili sarà Taiwan. Pechino considera l’isola parte del proprio territorio e chiede agli Stati Uniti di ridurre il sostegno militare e politico a Taipei. Secondo diverse indiscrezioni, la leadership cinese avrebbe chiesto all’amministrazione Trump di rivedere la posizione americana sull’isola. La tensione è salita ulteriormente dopo la visita a Pechino di Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese, accolta personalmente da Xi Jinping. In quell’occasione il presidente cinese ha ribadito che la Cina “non tollererà mai” l’indipendenza di Taiwan. Parole che hanno provocato la dura reazione del presidente taiwanese Lai Ching-te, secondo cui “scendere a compromessi con regimi autoritari significa sacrificare sovranità e democrazia”. Secondo Bonnie Glaser, direttrice del programma Indo-Pacifico del German Marshall Fund degli Stati Uniti, anche un piccolo cambiamento nel linguaggio americano potrebbe avere conseguenze molto pesanti. Glaser ha definito “l’esito più destabilizzante del vertice” un eventuale ammorbidimento, anche ambiguo, della posizione di Trump su Taiwan. L’analista sostiene che “un accordo implicito o esplicito in cui Washington sembri concedere a Pechino una sfera d’influenza su Taiwan” potrebbe incoraggiare la Cina a esercitare pressioni ancora più forti sull’isola. Per i mercati il tema è cruciale non solo dal punto di vista geopolitico. Taiwan produce infatti gran parte dei semiconduttori più avanzati del mondo, fondamentali per smartphone, computer, automobili e sistemi industriali. Un eventuale deterioramento della situazione rischierebbe quindi di colpire direttamente l’economia globale.
Il nodo strategico del petrolio
L’altro grande dossier riguarda il petrolio. La guerra tra Stati Uniti e Iran ha spinto il Brent oltre i 105 dollari al barile e riacceso i timori sullo Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita una quota enorme del greggio mondiale. In Cina l’aumento dei prezzi energetici sta già avendo effetti sull’inflazione, tornata a salire negli ultimi dati pubblicati questa settimana. Il tema è particolarmente importante per il Sud-est asiatico, fortemente dipendente dal petrolio proveniente dal Golfo Persico. Singapore e altri governi della regione hanno più volte lanciato l’allarme sull’impatto economico della crisi energetica e chiedono garanzie sulla sicurezza dei traffici marittimi. Secondo alcuni analisti, un’intesa tra Trump e Xi per favorire la riapertura completa e sicura dello Stretto di Hormuz potrebbe contribuire ad alleggerire almeno nel breve periodo la pressione sui prezzi dell’energia.
Anche i mercati finanziari guardano al vertice
Più che un riavvicinamento politico tra Washington e Pechino, i mercati cercano segnali di stabilità. Investitori e aziende temono infatti che nuove tensioni commerciali possano rallentare ulteriormente un’economia globale già fragile, soprattutto in Europa, dove crescita debole, inflazione e alto debito continuano a pesare. Per questo ogni possibile apertura viene osservata con attenzione. Un dialogo più costruttivo tra Stati Uniti e Cina potrebbe ridurre il rischio di nuovi dazi, ulteriori restrizioni tecnologiche e interruzioni nelle catene produttive. Al contrario, un vertice conflittuale aumenterebbe l’incertezza e potrebbe riportare volatilità su Borse, petrolio e valute. Anche Europa e Giappone osservano la situazione con una certa preoccupazione. Secondo Matt Gertken, chief strategist di BCA Research, un eventuale accordo energetico tra Washington e Pechino – con la Cina pronta ad acquistare più petrolio e gas americani – potrebbe far salire ulteriormente i prezzi globali delle materie prime. Inoltre, progressi commerciali o nuovi investimenti cinesi negli Stati Uniti rischierebbero di ridurre le quote di mercato di aziende europee e giapponesi.
L’asse tra Cina e Mosca
Infine c’è la Russia. Negli ultimi anni il sostegno economico e diplomatico della Cina è diventato sempre più importante per Mosca, soprattutto dopo le sanzioni occidentali legate alla guerra in Ucraina. Del fatto che la guerra nel Golfo potrebbe rafforzare ulteriormente il rapporto energetico tra la Russia e i grandi consumatori asiatici, ne abbiamo parlato qui. Proprio per questo il Cremlino segue il vertice con attenzione. Dennis Wilder, ex funzionario dell’intelligence americana e professore alla Georgetown University, ha spiegato che “la Russia sarebbe nervosa per un miglioramento complessivo delle relazioni tra Stati Uniti e Cina”. Secondo Wilder, uno degli effetti del summit potrebbe essere una riduzione del sostegno cinese allo sforzo bellico russo in Ucraina. Non a caso Vladimir Putin dovrebbe arrivare a Pechino pochi giorni dopo la partenza di Trump. In gioco, dunque, non c’è soltanto il rapporto tra due leader. Dal vertice di Pechino potrebbero dipendere i prezzi dell’energia, la stabilità dei mercati finanziari, le strategie delle grandi industrie e gli equilibri geopolitici dei prossimi mesi. Ed è per questo che il mondo guarda a questo incontro con attenzione molto più che diplomatica.
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