Alessandro Cicognani 28/01/2026
UE e India firmano il maxi accordo di libero scambio: numeri, settori e impatto globale
Per anni l’India è stata un “grande desiderio” più che un mercato davvero accessibile agli occhi di molte aziende europee. Un territorio dal potenziale enorme, ma dalle barriere alte. Ora, dopo quasi due decenni di negoziati a singhiozzo, Bruxelles e Nuova Delhi hanno annunciato un’intesa che entrambe chiamano senza mezzi termini “la madre di tutti gli accordi”. Non è solo retorica: nel commercio internazionale le parole pesano, ma contano soprattutto le percentuali. E qui sono molto concrete.
L’accordo di libero scambio (FTA) siglato lunedì 26 gennaio punta a ridurre o eliminare i dazi su una quota enorme dei beni scambiati. Secondo i dettagli diffusi, l’India taglierà o azzererà tariffe su circa il 96,6% delle merci europee esportate verso il Paese. L’Unione, dall’altra parte, offrirà accesso preferenziale fino al 99–99,5% delle esportazioni indiane nell’arco di alcuni anni. Per capire perché è una notizia “macro” (non solo per addetti ai lavori), basta un esempio semplice: un dazio è come un sovrapprezzo imposto alla frontiera. Se vendo un macchinario a 100 e il dazio è 20, il mio cliente lo paga 120 prima ancora di metterlo in fabbrica. Tagliare quel 20 significa, spesso, diventare competitivi senza cambiare né qualità né prodotto.
I numeri che spiegano l’intesa
L’Unione Europea stima che l’accordo possa far raddoppiare le esportazioni europee di beni verso l’India entro il 2032 e far risparmiare fino a 4 miliardi di euro l’anno di dazi alle imprese del blocco. Il commercio complessivo UE-India è già grande: per Reuters, beni e servizi tra le due economie hanno superato 190 miliardi di dollari nel periodo tra il 2024 e il 2025, con l’India che ha esportato verso l’Eurozona circa 76 miliardi di dollari di beni e 30 miliardi di dollari di servizi. E non è solo una questione di volumi: l’intesa mette in fila due blocchi che insieme valgono circa un quarto del Pil mondiale, secondo diverse ricostruzioni.
I settori coinvolti (e le esclusioni)
Nel dettaglio, la partnership commerciale tocca i comparti che più soffrivano l’effetto dogana. Il caso simbolo è l’auto: l’India prevede un taglio dei dazi sulle vetture europee che oggi possono arrivare fino al 110%, con un percorso di riduzione che, in alcune ipotesi, li porterebbe fino al 10% in cinque anni (con tagli a livelli molto più bassi già in corso d’opera per specifiche fasce). Per l’Europa, l’accordo punta anche su macchinari, farmaceutica, chimica, oltre ai prodotti “identitari” come vino e spirits e persino l’olio d’oliva, citati tra i settori più interessati. Dal lato indiano, ne beneficiano in particolare tessile, prodotti marini, chimica e gemme/gioielli, che avranno più spazio nel mercato europeo.
Non tutto è liberalizzato: restano fuori o protetti diversi comparti agricoli sensibili. Tra gli altri, riso, zucchero, latticini e altre categorie politicamente delicate. E sul fronte “clima”, l’India non otterrà un’esenzione dalla carbon tax europea alle frontiere, anche se l’UE ha promesso 500 milioni di euro per sostenere la decarbonizzazione industriale.
Bruxelles cerca alternative dopo i dazi
Questo accordo va letto anche come risposta a un mondo diventato più protezionista. Nell’aprile dell’anno scorso, l’amministrazione Trump ha annunciato una nuova stagione di tariffe: un dazio “base” del 10% su quasi tutte le importazioni, più aliquote “reciproche” più alte per alcuni Paesi. L’Europa, ad esempio, ha concordato un 15%. In un contesto come questo, l’Unione Europea ha accelerato una vera e propria “diplomazia dei trattati”: Mercosur (ne abbiamo parlato qui), Messico, e ora India. Reuters lo dice esplicitamente: Bruxelles cerca intese che compensino l’impatto dei dazi Usa e riducano dipendenze, non solo da Washington ma anche da Pechino. Trump non ha ancora commentato pubblicamente, ma il segretario al Tesoro Scott Bessent ha più volte fatto intendere la contrarietà degli Stati Uniti.
E l’Italia? Opportunità e concorrenza in casa
Per l’Italia l’India è, potenzialmente, un moltiplicatore. Se i dazi scendono davvero, diventano più competitivi i nostri macchinari industriali, la farmaceutica, la meccanica strumentale, ma anche filiere come agroalimentare di qualità e vino (dove oggi la barriera prezzo è spesso un muro). L’esempio “da manuale” è semplice: se una bottiglia o un macchinario arrivano con un sovrapprezzo doganale, il cliente locale tende a scegliere alternative più economiche; quando quel sovrapprezzo si riduce, il valore del “made in Italy” torna a giocare la sua partita naturale, fatta di qualità e brand. C’è però anche l’altra faccia: un accesso più facile dell’export indiano in Europa significa più concorrenza su segmenti come tessile-abbigliamento e alcune lavorazioni manifatturiere. In sintesi: per l’Italia può essere un accordo “a saldo positivo”, ma richiederà investimenti in fascia medio-alta, innovazione e rete commerciale per evitare di finire sommersi.
Mercati: ottimismo, ma senza fuochi d’artificio
La finanza, come spesso accade, ha reagito con pragmatismo: bene l’idea, ma contano tempi e dettagli. In Europa la crescita dei listini è stata comunque contenuta, sintomo di una visione positiva degli investitori, ma con prudenza. Lo stesso vae per l’India, dove il Nifty ha chiuso martedì 27 gennaio a 25.175 punti, in rialzo di circa lo 0,50% rispetto alla chiusura precedente, con il mercato sostenuto dall’idea di benefici di lungo periodo. Allo stesso tempo, però, alcuni comparti hanno mostrato nervosismo: i grandi produttori di auto indiani hanno sofferto la prospettiva di tariffe più basse per le vetture europee, perché significa più concorrenza domestica. Anche la valuta ha dato un segnale: la rupia si è leggermente rafforzata (circa +0,13% in giornata) in un clima di dollaro più debole e ottimismo sull’accordo.
Al di là dei numeri, il mondo sta mandando un segnale. L’Europa, dopo lo shock dei dazi americani dell’aprile 2025, sta provando a ridisegnare la sua mappa commerciale. Non contro gli Stati Uniti, ma per non dipendere da un solo perno. E l’India, dall’altra parte, si prende il ruolo di grande partner alternativo, con tutti i pro e i compromessi di un mercato gigantesco, complesso e in rapida trasformazione.
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