Alessandro Cicognani 22/07/2026
UK, il nuovo ministro delle Finanze John Healey potrà salvare l’economia britannica?
Nel Regno Unito il ministro delle Finanze non ha ancora aperto la sua prima valigetta rossa, ma i mercati hanno già iniziato a giudicarlo. John Healey, ex responsabile della Difesa, è stato scelto dal nuovo premier Andy Burnham al posto della favorita Shabana Mahmood.Una nomina sorprendente, ma non casuale: Healey dovrà rappresentare il volto prudente di un governo intenzionato a intervenire con maggiore decisione su costo della vita, edilizia pubblica e servizi sociali. La sua missione è semplice da enunciare e molto più difficile da realizzare: sostenere famiglie e investimenti senza convincere gli investitori che Londra abbia smarrito il controllo dei conti. (Del perché il Regno Unito abbia cambiato sei primi ministri dalla Brexit ne abbiamo parlato qui).
Il primo provvedimento di Healey offre già un esempio del metodo. Da ottobre l’Iva sull’elettricità domestica dovrebbe scendere dal 5% a zero, con un risparmio medio vicino alle 45 sterline annue per famiglia. Il costo, stimato in 850 milioni di sterline nel 2026-2027, verrebbe coperto cancellando il programma di identità digitale del precedente governo. Burnham ha così ottenuto una misura immediatamente comprensibile, mentre Healey ha potuto sottolineare che la copertura finanziaria esiste. “Il controllo fiscale è il primo dovere di ogni Cancelliere” ha dichiarato il ministro, aggiungendo che è proprio la credibilità dei conti a garantire stabilità economica.
Il vero avversario sono i gilt
La prova decisiva non si svolgerà però in Parlamento, bensì sul mercato dei gilt, i titoli di Stato britannici. Quando gli investitori temono che un governo aumenti troppo la spesa pubblica senza entrate sufficienti per finanziarla, iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti. Per proteggersi, chiedono un rendimento più alto per continuare a prestare denaro allo Stato. Questo avviene attraverso la vendita dei titoli già in circolazione: se molti investitori vendono, il prezzo delle obbligazioni scende e, poiché prezzo e rendimento si muovono in direzioni opposte, il loro rendimento sale. A quel punto anche lo Stato, quando emette nuovi titoli per finanziarsi, deve offrire interessi più elevati per renderli appetibili. Ma l’aumento non resta confinato al debito pubblico. I titoli di Stato rappresentano infatti il punto di riferimento per gran parte dei tassi dell’economia: se rendono di più, anche banche e investitori pretendono rendimenti maggiori per concedere mutui, prestiti alle imprese e altri finanziamenti. In pratica, se prestare allo Stato diventa più redditizio, prestare a una famiglia o a un’azienda deve rendere ancora di più, perché comporta un rischio superiore. Per questo una politica di spesa poco credibile può produrre un effetto paradossale: il governo cerca di sostenere famiglie e imprese, ma finisce per aumentare il costo del denaro per tutti.
Il Regno Unito parte da una posizione delicata. Il debito pubblico è vicino al 95% del Pil e il margine di manovra è ristretto. Inoltre, il costo degli interessi resta elevato e ogni aumento dei rendimenti rischia di assorbire risorse che potrebbero essere destinate a sanità, welfare o investimenti. Secondo George Godber di Polar capital, un movimento di 50 punti base dei gilt può tradursi in circa 80 sterline di costo aggiuntivo per un mutuo medio.
Crescere senza alzare ancora le tasse
Healey deve inoltre affrontare un’economia che non è in recessione, ma resta fragile. L’inflazione (cresciuta anche nella lettura di giugno) continua a limitare la possibilità di ridurre rapidamente i tassi e rende ancora più importante la prudenza del Tesoro. Allo stesso tempo, famiglie e imprese chiedono interventi che rilancino il reddito disponibile, gli investimenti e l’occupazione. Anche il mondo produttivo chiede una svolta. Healey dovrà quindi evitare la soluzione apparentemente più facile, cioè nuove tasse generalizzate, e lavorare su produttività, investimenti, edilizia, infrastrutture e incentivi all’occupazione. È questa la sostanza dell’avvertimento lanciato dal presidente di JPMorgan, Jamie Dimon: “senza un’economia forte, anche le politiche sociali più ambiziose diventano difficili da finanziare”.
Fermare la “svendita britannica”
Il problema non riguarda soltanto i conti pubblici. Dal 2023 sono state 154 le società britanniche con capitalizzazione superiore a 100 milioni di sterline acquisite da realtà fuori confine, per un valore complessivo di 165 miliardi. Le più recenti sono Rotork (che ha accettato 4,1 miliardi dalla svizzera Abb), Gooch & Housego (346 milioni dal fondo di private equity statunitense Arlington Capital) e Ramsdens (200 milioni di sterline dalla società usa FirstCash). Altre grandi aziende hanno poi trasferito la quotazione all’estero, vedi la società dei pagamenti Wise, trasferitasi a Wall Street, e il colosso delle costruzioni Cri, approdato a New York. Il messaggio è preoccupante: gli acquirenti internazionali vedono valore nelle imprese britanniche, ma la Borsa di Londra spesso non riesce a riconoscerlo. Healey non può “salvare” da solo l’economia britannica. Può però interrompere il circolo vizioso tra bassa crescita, pressione fiscale, rendimenti elevati e imprese sottovalutate. Per riuscirci dovrà dimostrare che ogni nuova spesa ha una copertura, ma anche che la disciplina non è sinonimo di immobilismo. La sua vera prova sarà convincere contemporaneamente famiglie, aziende e obbligazionisti che il Regno Unito può tornare a crescere senza vivere al di sopra dei propri mezzi.
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