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06/10/2025
Un dazio Usa retroattivo del 107% sulla pasta italiana: l’analisi sull’impatto da 7 miliardi e 40 mila lavoratori a rischio

Un dazio Usa retroattivo del 107% sulla pasta italiana: l’analisi sull’impatto da 7 miliardi e 40 mila lavoratori a rischio

La società di consulenza T-Commodity ha provato a calcolare i danni diretti e indiretti che subirebbe la filiera dalla tariffa. Tutto è nato da un’indagine di dumping del Dipartimento del commercio Usa.

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C’è stato il momento per i farmaci. Poi quello per l’acciaio, per le auto, per i mobili, per i film. Ora però le minacce tariffarie di Donald Trump rischiano di colpire al cuore dell’economia italiana: la pasta. Il prodotto che più di tutti fa parte del patrimonio genetico del Bel Paese, “divorato” da Alberto Sordi che voleva fare l’americano, ma rimaneva pur sempre un romano, rischia un super dazio del 107%. L’impatto potrebbe essere devastante, fino a 7 miliardi di euro e 40 mila posti di lavoro secondo un’analisi di T-Commodity, la società di consulenza specializzata in materie prime fondata da Gianclaudio Torlizzi. 

 

Come si è arrivati a questa cifra? E soprattutto: perché? Tutto è iniziato l’anno scorso con un’indagine condotta dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti su invito di alcuni produttori locali, teso a verificare casi di dumping nel commercio della pasta italiana. Nel linguaggio economico, il dumping è la pratica di vendere un prodotto all’estero a un prezzo inferiore rispetto a quello a cui viene venduto nel proprio mercato nazionale, spesso al di sotto del costo di produzione, al fine di conquistare quote di mercato e danneggiare la concorrenza. Ma veniamo al punto. 

 

Dumping esteso a tutti i produttori

 

Sotto la lente d’ingrandimento dell’organo statunitense sono finiti in particolare due brand, ossia La Molisana e Pastificio Lucio Garofalo. Come si legge nel documento ufficiale pubblicato poche settimane fa sui registri federali statunitensi, il dipartimento ha concluso le indagini, accertando che le due aziende “hanno effettuato vendite di alcuni tipi di pasta dall’Italia a un prezzo inferiore al valore normale durante il periodo di revisione, dal primo luglio 2023 al 30 giugno 2024”. “In via preliminare – prosegue la nota – determiniamo i seguenti margini di dumping medi ponderati: 91,74%”. Che sommati alla tariffa già in essere del 15% (così come concordato dall’Europa con la Casa Bianca), trasformerebbe l’imposta in una mazzata dal 107%. Che tra l’altro, stando alle prime indiscrezioni emerse, potrebbe scattare già a partire dal primo gennaio 2026. Sempre che i dazi non vengano definitivamente dichiarati illegali, visto che la Corte Suprema deve ancora esprimersi sulla causa intentata da un importatore di vino americano (ne abbiamo parlato qui). 

 

Restando però sul punto, la minaccia è sembrata ai più decisamente punitiva, tesa ad avvantaggiare chi produce pasta negli Stati Uniti e danneggiare chi la esporta dall’Italia, colpendo nel frattempo una delle filiere più identitarie e competitive del Paese. Il cavillo giuridico adottato dagli Stati Uniti estende infatti la tariffa automaticamente anche agli altri esportatori, senza ulteriori verifiche dirette. Da Barilla a Rummo, e così via tutti gli altri marchi (noti e meno noti). Certo, per chi ha stabilimenti negli Usa come nel caso di Barilla, la mazzata sarà sicuramente limitata, ma per chi esporta il proprio prodotto potrebbe voler dire dover riconfigurare completamente la strategia commerciale, con impatti notevoli sui bilanci. 

 

A rischio 7 miliardi di giro d’affari e 40 mila posti di lavoro

 

Secondo le simulazioni realizzate da T-Commodity e rese pubbliche dal suo fondatore Torlizzi tramite il social Linkedin, “l’impatto dei dazi sulla filiera della pasta potrebbe sfiorare i 7 miliardi e colpire oltre 40 mila posti di lavoro, pari a un’incidenza sul Pil per lo 0,3%-0,4%. Un dazio del 107% sul suo prodotto simbolo non è solo un colpo all’export, ma a una catena del valore che tiene insieme grano, packaging, logistica, energia e pubblicità”. Un intero ecosistema industriale che viene messo in serio pericolo. 

 

Qualora l’amministrazione Trump dovesse decidere di passare ai fatti, è plausibile che molte aziende comincino seriamente a pensare di delocalizzare parte della propria produzione negli States, così da aggirare le tariffe. Ma per costruire impianti serve tempo (e denaro). Giuseppe Ferro, amministratore delegato de La Molisana, storico pastificio di Campobasso, ieri ha tenuto una conferenza davanti ai giornalisti, annunciando che è pronto ad aprire uno stabilimento di produzione negli Stati Uniti. “Le accuse di dumping sono infondate – ha tenuto a precisare Ferro –. Speriamo che il governo americano faccia un passo indietro, perché con dazi al 107% per noi è impossibile lavorare”. L’azienda, che esporta in 120 Paesi nel mondo, non è comunque nuova a queste accuse. È già la terza volta. 

 

La Commissione Ue al lavoro per evitare il peggio

 

Intanto l’Europa ha deciso di muoversi per una volta unita davanti a questa nuova prospettiva di dazi. Come riferito dalla portavoce dell’esecutivo Ue responsabile per il Commercio, Olof Gill: “la Commissione europea, in stretto coordinamento con il governo italiano, sta collaborando con gli Stati Uniti sull’indagine antidumping avviata da Washington per imporre dazi sulla pasta”. Il tempo da perdere è davvero poco, perché come fatto notare dall’azienda Rummo, il dumping è retroattivo. Ciò vuol dire che qualora la tariffa dovesse essere confermata, i produttori dovranno pagare anche per i dodici mesi precedenti. 

 

Per Coldiretti, una tariffa al 107% sarebbe “un colpo mortale per il Made in Italy”. Nel 2024, denuncia l’associazione, l’export di pasta italiana negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di 671 milioni di euro, “un mercato strategico che verrebbe di fatto azzerato da un dazio di pari entità, cancellando anni di crescita e investimenti lungo la filiera”.

 

Credits

Immagine: Pixabay

Tags:
dazidumpingItaliapasta

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