Luigi Dell'Olio 21/03/2025
Usa e Gran Bretagna ferme sui tassi,Svizzera più espansiva del Giappone. Cosa indicano le ultime mosse delle Banche Centrali e quali effetti attendersi
Usa, Uk e Cina ferme, Svizzera ed Eurozona ancora a sostegno dell’economia. Terminata la tornata di decisioni da parte delle Banche centrali, è il momento di tirare le fila per capire cosa va profilandosi a livello economico e quali ricadute attendersi sui mercati finanziari.
Fed per il “wait and see”
Ancora una volta, la Banca centrale Usa ha lasciato i tassi ufficiali sui depositi nel range 4,25%-4,50% (si veda articolo qui). La Fed ha sottolineato che ci sono segnali di rallentamento nella congiuntura, ma ha preferito non prendere posizione dato che “è aumentata l’incertezza sulle prospettive”. A questo proposito occorre ricordare che l’istituto guidato da Jerome Powell ha due bussole: la prospettiva della piena occupazione, che dalle ultime rilevazioni appare sempre più difficile da raggiungere, e l’inflazione, che invece rischia di accelerare. “L‘inflazione ha iniziato a salire. Pensiamo che sia in parte una risposta ai dazi e che ci possa essere un ritardo in ulteriori progressi nel corso di quest’anno”. Per poi sottolineare che “è troppo presto per dire se questa inflazione in più sia transitoria o meno”. In attesa di capirlo, la Fed sceglie l’approccio “wait and see”, anche se fa filtrare le previsioni dei governatori sull’andamento futuro dei tassi, dal quale emerge un costo del credito ufficiale al 3,75-4%, corrispondente ad altre due tagli da un quarto di punto entro la fine di quest’anno. Questa precisazione non è bastata a evitare l’ira di Trump, che ha invitato l’ente a tagliare il costo del denaro per rilanciare l’economia.
La Bce non ferma i tagli, ma ora lo scenario cambia
La Banca centrale europea ha proseguito nella normalizzazione dei tassi (ne abbiamo parlato qui), portando i tassi ufficiali sui depositi (in sostanza quelli a carico delle banche che si finanziano presso l’Eurotower con scadenza giornaliera) dal 2,75 al 2,50%. Si tratta del sesto taglio consecutivo da luglio scorso, ma d’ora in avanti il processo di normalizzazione verso il punto d’equilibrio (che gli analisti individuano intorno al 2%) sarà più lento. “Se sarà necessaria una pausa, ci sarà”, ha chiarito la governatrice Christine Lagarde. Del resto, l’inflazione (2,4% a febbraio) non è ancora tornata sui livelli da mandato statutario della Bce (“in prossimità del 2%”) e rischia di riprendere quota se effettivamente l’Amministrazione Trump imporrà dazi all’Europa dal 2 aprile prossimo e il Vecchio Continente risponderà allo stesso modo.
Da Londra a Pechino, le decisioni dei governatori
La Bank of England si è accodata alla Fed lasciando i tassi invariati al 4,5%, dopo il taglio di un quarto di punto deciso a febbraio. Una scelta motivata principalmente dal rimbalzo dell’inflazione al 3%, ben al di sopra dell’obiettivo del 2%. Nonostante la preoccupante situazione dell’economia britannica, che a gennaio si è contratta a sorpresa dello 0,1%, la BoE ha dunque deciso di non rischiare. Una decisione accolta con freddezza dal governo Starmer, che nei prossimi giorni dovrà presentarsi in Parlamento con una manovra correttiva fatta soprattutto di tagli alla spesa pubblica per frenare il deficit.
Costo del denaro invariato anche a Tokyo, ma in un contesto ben diverso. La Banca del Giappone (BoJ) ha mantenuto i tassi allo 0,5% nella riunione di marzo, che resta il livello più alto dal 2008, in un Paese che per lungo tempo ha dovuto fare i conti con la stagnazione. La BoJ ha evidenziato le incertezze nel quadro economico interno, tra cui l’aumento delle tariffe statunitensi.
Ferma anche Pechino, con la Banca centrale cinese che ha confermato i tassi di riferimento sui prestiti a un anno al 3,1%, anche se nelle scorse settimane non aveva lesinato interventi per sostenere l’economia nazionale, dall’istituzione di un fondo centrale da 7 miliardi di dollari a sostegno delle startup al piano da 400 miliardi per ricapitalizzare le banche e provare a superare definitivamente la crisi immobiliare che si protrae da anni.
A completare il giro d’orizzonte è la Svizzera, con a Snb che ha tagliato per la quinta volta consecutiva i tassi d’interesse di 25 punti base, portandoli allo 0,25%. Va ricordato che quella Svizzera è stata la prima grande banca centrale ad avviare un ciclo di allentamento in un contesto di raffreddamento dell’inflazione e di rallentamento della crescita economica. A valle della decisione è stato comunicato che potrebbe essere l’ultimo taglio dei tassi di questo ciclo. Al momento si può dire che la Banca Centrale Svizzera è diventata più espansiva del Giappone.
Ora tocca alla politica
Dunque per i prossimi mesi non c’è da attendersi che i governatori centrali continuino a intervenire a supporto dell’economia. Ora tocca alla politica, chiamata in primis a non far danni (tra i banchieri centrali c’è una sostanziale unanimità nell’evidenziare i danni dei dazi), e se possibile a mettere in campo le riforme necessarie a rilanciare le economie. “I mercati non guardano i politici, ma le loro politiche”, ha sottolineato in proposito Kamal Sharma, director G10 FX Strategy per l’Europa di Bank of America.
Al di là delle decisioni che verranno prese, gli investitori (non solo quelli finanziari, ma ad esempio anche chi fa impresa) chiedono prevedibilità per mettere mano al proprio portafoglio. Ecco perché l’incertezza sembrerebbe essere la causa principale della recente correzione che ha interessato soprattutto Wall Street.
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