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02/07/2026
Yen ai minimi da quasi 40 anni: cosa sta succedendo

Yen ai minimi da quasi 40 anni: cosa sta succedendo

La valuta giapponese tocca i minimi dal 1986 contro il dollaro. Dietro il calo ci sono i tassi d'interesse, ma Tokyo valuta nuovi interventi.

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Lo yen giapponese continua a indebolirsi e torna a preoccupare i mercati internazionali. Mercoledì 1° luglio la valuta nipponica ha toccato quota 162,83 yen per un dollaro, il livello intraday più basso dal 1986, riaccendendo i timori di un possibile intervento del governo giapponese per arginare il crollo della moneta. Dietro questo movimento non c’è soltanto una questione di cambi valutari: la debolezza dello yen riflette infatti il diverso orientamento delle banche centrali, influenza gli investimenti globali e ha effetti concreti sull’economia del Giappone, dai prezzi delle importazioni al costo della vita delle famiglie.

 

Il peso dei tassi di interesse sul cambio

La principale ragione della debolezza dello yen risiede nella differenza tra la politica monetaria del Giappone e quella degli Stati Uniti. Le banche centrali utilizzano i tassi di interesse per influenzare l’economia. In termini semplici, il tasso di interesse rappresenta il costo del denaro: quando è elevato, investire in un determinato Paese tende a diventare più conveniente perché obbligazioni e altri strumenti finanziari possono offrire rendimenti maggiori. Negli ultimi anni il Giappone ha mantenuto tassi di interesse molto più bassi rispetto ad altre economie avanzate. La distanza si è ampliata dal 2022, quando la Federal Reserve statunitense e molte altre banche centrali hanno iniziato ad aumentare il costo del denaro per contrastare l’impennata dell’inflazione causata prima dalla pandemia e poi dalla guerra in Ucraina. Ora molti investitori internazionali, come fondi d’investimento, banche e grandi gestori di patrimoni, ritengono possibile che la Fed possa tornare ad aumentare i tassi entro la fine dell’anno, mentre la Bank of Japan continua a prospettare un percorso molto graduale di rialzi. Di conseguenza, chi ha parte del proprio patrimonio investito in attività denominate in yen (ad esempio titoli di Stato giapponesi, obbligazioni o liquidità in valuta giapponese) decide spesso di ridurre questa esposizione per spostare i capitali verso attività denominate in dollari, che offrono rendimenti più elevati. In questo contesto si inserisce il cosiddetto carry trade: molti operatori si finanziano a basso costo in yen, cioè prendono in prestito yen a tassi quasi nulli, li convertono in dollari e li investono in attività statunitensi più redditizie. Questo meccanismo aumenta la domanda di dollari e l’offerta di yen sul mercato valutario, contribuendo alla debolezza della valuta giapponese.

 

Mercati in allerta per un possibile intervento di Tokyo

L’indebolimento dello yen viene seguito con estrema attenzione dalle autorità giapponesi. Quando una valuta perde valore troppo rapidamente, infatti, il governo può decidere di intervenire direttamente sul mercato acquistando la propria moneta con le riserve in valuta estera, nel tentativo di sostenerne il prezzo. Secondo Taylor Nugent, senior economist di National Australia Bank, il nuovo minimo storico del cambio dollaro-yen sta “lasciando i mercati in attesa di avvertimenti più incisivi o di un intervento diretto delle autorità giapponesi”. Anche il ministro delle Finanze Satsuki Katayama ha ribadito che il governo è pronto ad agire. “Adotteremo le misure appropriate sui mercati valutari in qualsiasi momento, se necessario”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, aggiungendo che, nei recenti colloqui con i responsabili del Tesoro statunitense, è stata confermata anche la possibilità di adottare interventi decisi per contrastare un’eccessiva volatilità dello yen. Anche gli analisti di HSBC Global Investment Research, Joey Chew e Paul Mackel, ritengono che il Ministero delle Finanze possa intervenire nuovamente. Secondo i due esperti, il cambio dollaro-yen si trova ormai su livelli molto elevati: 1 dollaro vale circa 160 yen, contro livelli sensibilmente più bassi registrati negli anni precedenti. Questo significa che lo yen si è indebolito in modo significativo sia per fattori interni sia internazionali, rendendo sempre più probabile un’azione delle autorità monetarie per contrastarne l’eccessiva volatilità.

 

Perché uno yen debole è un’arma a doppio taglio

Una valuta debole non produce soltanto effetti negativi. Per anni il Giappone ha tratto beneficio da uno yen poco forte perché ha reso più competitive le esportazioni: per un acquirente americano o europeo servono infatti meno dollari o euro per comprare prodotti giapponesi, favorendo le vendite all’estero delle imprese. L’altra faccia della medaglia riguarda però le importazioni. Il Giappone acquista dall’estero gran parte delle materie prime energetiche, come petrolio e gas naturale. Con uno yen debole servono più yen per acquistare la stessa quantità di energia pagata in dollari, facendo aumentare i costi per imprese e consumatori. Questo rincaro si riflette sui prezzi finali di molti beni e servizi e contribuisce ad alimentare il costo della vita. È proprio questo equilibrio sempre più delicato ad aver alimentato il malcontento nei confronti della politica economica del governo guidato dalla premier Sanae Takaichi e della banca centrale.

 

Gli interventi finora non sono bastati

Tokyo ha già cercato di fermare la discesa della propria valuta. Secondo i dati del Ministero delle Finanze, tra il 28 aprile e il 27 maggio il Giappone ha speso la cifra record di 11.730 miliardi di yen, pari a circa 72,15 miliardi di dollari, per acquistare yen sul mercato e sostenerne il valore. L’effetto, tuttavia, è stato soltanto temporaneo. Con il ritorno della propensione al rischio degli investitori, favorito anche dall’allentamento delle tensioni in Medio Oriente, le vendite di yen sono riprese. Perché gli investitori hanno ripreso a comprare asset più redditizi all’estero (soprattutto in dollari) finanziandosi spesso in yen a basso costo: questo aumenta le vendite di yen sul mercato e ne provoca un nuovo indebolimento.

 

Secondo Chidu Narayanan, responsabile della strategia macro per l’Asia-Pacifico di Wells Fargo, il Giappone dispone comunque di ampie risorse per intervenire ancora. Le riserve valutarie del Paese ammontano infatti a circa 1.090 miliardi di dollari, di cui 162 miliardi sotto forma di depositi e 932 miliardi investiti in titoli. “I depositi da soli sono sufficienti per ulteriori interventi, ma storicamente le autorità tendono a vendere o lasciare scadere parte dei titoli per ricostituire la liquidità”, ha spiegato Narayanan. In altre parole, secondo l’analista il Ministero delle Finanze dispone ancora di un margine significativo per sostenere lo yen, anche con operazioni di dimensioni rilevanti.

 

Le incognite restano aperte

Accanto all’emergenza valutaria, il governo giapponese guarda anche al rilancio dell’economia. Lo scorso mese la premier Sanae Takaichi ha presentato un piano che punta a mobilitare 370.000 miliardi di yen di investimenti pubblici e privati entro il 2041 (dell’effetto Takaichi sui mercati giapponesi abbiamo parlato qui). Resta però il problema di come finanziare questo progetto: non è ancora chiaro da dove arriveranno i soldi necessari. Secondo gli analisti di HSBC, queste nuove spese potrebbero riportare l’attenzione sul debito pubblico giapponese e sulla sua sostenibilità nel lungo periodo.

 

Per ora, però, il fattore più importante per lo yen resta un altro: la differenza tra i tassi di interesse del Giappone e quelli degli Stati Uniti. Finché i tassi americani resteranno molto più alti di quelli giapponesi, gli investitori continueranno a preferire il dollaro allo yen, mantenendo la pressione sulla valuta giapponese. In questo contesto, Tokyo dovrà decidere se limitarsi a dichiarazioni verbali oppure tornare a intervenire direttamente sul mercato per sostenere la propria moneta.



 

Credits: immagine da Magnific

Tags:
dollaroGiapponeyen

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