Bucks 11/09/2026
Markets Today: petrolio a 106 dollari; Treasury vicino al 5%; Borse in rosso; oggi inflazione Usa; bene Oracle dopo i conti
Petrolio e rendimenti obbligazionari tornano a mettere sotto pressione i mercati. Il Brent, il greggio europeo, tratta intorno a 106 dollari al barile, dopo aver sfiorato quota 110 nella notte, mentre le tensioni in Medio Oriente continuano ad alimentare i timori di nuove pressioni sull’inflazione. A preoccupare è soprattutto il mercato obbligazionario: il rendimento del Treasury americano a dieci anni è salito fino a sfiorare il 5%, sui massimi da quasi tre anni. A spingerlo sono il caro energia, le aspettative di tassi di interesse più alti e i timori per l’elevato debito pubblico americano. Le Borse asiatiche arretrano, mentre l’Europa si prepara a riaprire dopo il rialzo dei tassi deciso ieri dalla Bce. L’appuntamento decisivo della giornata arriverà alle 14:30 con l’inflazione americana di agosto, ultimo grande dato prima della riunione della Federal Reserve del 15-16 settembre.
Petrolio ancora sopra 100 dollari
Il Brent resta intorno a 106 dollari al barile, dopo aver raggiunto nella notte un massimo di 109,97 dollari, il livello più alto degli ultimi quattro mesi. Il greggio si avvia così a chiudere la settimana con un rialzo di circa l’11%. A preoccupare sono ancora le difficoltà nei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, a cui si aggiungono i rischi per il traffico nel Mar Rosso dopo l’avanzata degli Houthi in Yemen. Un petrolio stabilmente sopra 100 dollari significa maggiori costi per energia, trasporti e produzione e quindi un rischio di inflazione più persistente, che può costringere le banche centrali a mantenere i tassi elevati o ad aumentarli ulteriormente.
Rendimento Treasury decennale a un passo dal 5%
La tensione si vede soprattutto sul mercato obbligazionario. Il rendimento del Treasury americano a dieci anni ha sfiorato il 5%, raggiungendo i livelli più alti da quasi tre anni. Non pesa soltanto il petrolio: gli investitori chiedono rendimenti maggiori anche per compensare un’inflazione che potrebbe restare elevata e per i dubbi sulla sostenibilità di deficit e debito pubblico americani. A questo si aggiunge la crescente possibilità che la Fed aumenti nuovamente i tassi la prossima settimana. Rendimenti così elevati possono diventare un problema anche per le Borse, perché rendono i titoli di Stato più competitivi rispetto alle azioni e aumentano il costo dei finanziamenti per famiglie e imprese.
La Bce alza i tassi e avverte sull’inflazione
I mercati europei devono intanto digerire la decisione presa ieri dalla Bce. L’Istituto di Francoforte ha aumentato i tassi di 25 punti base, portando quello sui depositi dal 2,25% al 2,5%, secondo rialzo dell’anno. Christine Lagarde ha avvertito che l’inflazione sarà più persistente del previsto, soprattutto per effetto del rincaro dell’energia. La Bce stima ora una crescita dei prezzi del 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028. La banca centrale non ha anticipato le prossime mosse e continuerà a decidere riunione per riunione sulla base dei dati. I mercati scommettono però che la stretta non sia ancora terminata.
Asia in rosso, Tokyo perde l’1,8%
La combinazione tra petrolio, inflazione e aumento dei rendimenti obbligazionari ha colpito soprattutto le Borse asiatiche. Il Nikkei di Tokyo ha perso l’1,87%, mentre sono arretrate anche le Borse della Corea del Sud, di Hong Kong e le azioni cinesi. A soffrire sono soprattutto i titoli tecnologici, particolarmente sensibili all’aumento dei rendimenti. Quando i titoli di Stato offrono interessi più elevati, infatti, gli investitori sono meno disposti a pagare prezzi molto alti per società la cui valutazione dipende soprattutto dagli utili attesi negli anni futuri. La debolezza asiatica segue inoltre la quarta seduta consecutiva negativa di Wall Street.
Wall Street ancora giù, Apple in controtendenza
Ieri a New York l’S&P 500 ha perso lo 0,58%, il Dow Jones lo 0,6% e il Nasdaq lo 0,65%, appesantiti dalla corsa del petrolio e dei rendimenti dei Treasury. L’S&P 500 ha così perso circa il 2% nelle ultime quattro sedute, la peggiore sequenza da giugno. In controtendenza Apple, salita del 3,6% dopo la presentazione del nuovo iPhone da 1.999 dollari. Male invece i semiconduttori, con Nvidia in calo del 2,3% e Micron del 4,7%. Gli investitori restano soprattutto preoccupati dalla possibilità che inflazione e caro energia costringano la Fed a una nuova stretta monetaria.
Oracle rimbalza dopo i conti
Tra i titoli da seguire oggi a Wall Street c’è Oracle, che nell’after-hours è salita di circa il 4% dopo aver battuto le attese del mercato. I ricavi sono cresciuti del 30% a 19,3 miliardi di dollari e la società ha firmato oltre 30 miliardi di dollari di nuovi contratti cloud legati all’intelligenza artificiale. Gli ordini già sottoscritti e destinati a trasformarsi in ricavi nei prossimi anni sono così saliti a 664 miliardi. Gli investitori hanno apprezzato anche un consumo di cassa inferiore alle attese, un elemento importante perché da mesi il mercato si interroga sull’enorme quantità di denaro che Oracle sta investendo per costruire infrastrutture destinate all’AI.
Dollaro forte, lo yen recupera
Sul mercato valutario il dollaro resta vicino ai massimi della settimana, sostenuto dall’aumento dei rendimenti americani e dalle aspettative sui tassi. Gli investitori attribuiscono ormai circa il 70% di probabilità a un rialzo di 25 punti base della Fed la prossima settimana. Lo yen recupera invece circa lo 0,2% sul dollaro dopo che i prezzi all’ingrosso giapponesi sono aumentati del 7,6% su base annua, rafforzando le aspettative di un possibile rialzo dei tassi anche da parte della Bank of Japan.
Oggi l’inflazione Usa può decidere la Fed
Il dato più importante della giornata arriverà alle 14:30, quando saranno pubblicati i prezzi al consumo americani di agosto. Il mercato guarderà soprattutto all’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, per capire se le pressioni sui prezzi si stanno allargando anche al resto dell’economia. Il dato potrebbe essere decisivo per la riunione Fed del 15-16 settembre: un’inflazione superiore alle attese aumenterebbe ulteriormente le probabilità di un rialzo dei tassi e potrebbe spingere definitivamente il Treasury decennale oltre la soglia del 5%.
Piazza Affari, occhi su Tim e Poste
A Piazza Affari, infine, attenzione a Tim e Poste Italiane, dopo la forte accelerazione delle adesioni all’Opas lanciata da Poste sul gruppo telefonico. Ieri sera è emerso che è stato consegnato il 20,9% dei titoli oggetto dell’offerta, quasi il doppio rispetto al 10,7% della giornata precedente. Poste è così arrivata complessivamente al 36,8% del capitale di Tim. A favorire le adesioni è stato anche il rilancio deciso lunedì, con l’aggiunta di 30 centesimi in contanti alla componente in azioni. L’operazione resta quindi uno dei dossier societari da seguire oggi sul listino milanese.
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