Bucks 01/10/2026
Markets Today: tech corre con Micron; Treasury al 5,3%; petrolio frena; Eni completa riassetto Plenitude
L’intelligenza artificiale torna a spingere i mercati azionari, ma la tensione sui titoli di Stato non è affatto scomparsa. Con Cina e Hong Kong chiuse per festività, in Asia il Nikkei di Tokyo guadagna circa il 3% e il Kospi oltre l’1%, sostenuti soprattutto dai semiconduttori dopo le indicazioni positive arrivate da Micron Technology. I futures sul Nasdaq salgono di circa l’1%, mentre quelli europei indicano un’apertura più prudente. Il quadro resta però diviso in due. Da una parte l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali americano di agosto, l’indicatore dell’inflazione preferito dalla Federal Reserve chiamato anche deflatore, è risultato inferiore alle attese e ha ridotto le probabilità di un nuovo rialzo dei tassi già a ottobre. Dall’altra il rendimento del Treasury decennale continua a muoversi intorno al 5,3%, dopo un settembre molto pesante per il mercato obbligazionario. La discesa del petrolio sotto 97 dollari al barile offre almeno un po’ di sollievo sul fronte dell’inflazione.
Treasury al 5,3%
Il dato americano di ieri avrebbe normalmente dovuto favorire i titoli di Stato. Il deflatore core, che esclude energia e alimentari, è aumentato del 3% su base annua, meno delle attese, riducendo sensibilmente le scommesse su un rialzo Fed nella riunione di ottobre. Ma i rendimenti sulle scadenze più lunghe sono rimasti elevati. Il Treasury decennale tratta intorno al 5,3%, mentre il trentennale resta sopra il 5,6%, dopo aver raggiunto i massimi dal 2002. A settembre il rendimento del decennale è aumentato di oltre mezzo punto percentuale e i Treasury hanno attraversato uno dei periodi più difficili degli ultimi anni. Il mercato sta quindi separando sempre di più le prospettive immediate della Fed dai rischi di lungo periodo, che comprendono inflazione ancora elevata, deficit pubblico americano e grande quantità di nuovo debito da collocare. Anche Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, ha invitato a non leggere troppo nel singolo dato. Secondo il banchiere centrale, un’inflazione intorno al 3% resta troppo elevata, soprattutto dopo essere rimasta sopra l’obiettivo del 2% per diversi anni. L’economia americana, inoltre, continua a mostrarsi resistente.
Il selloff dei bond contagia Giappone e Australia
Il problema non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Il rendimento del titolo di Stato giapponese a dieci anni è salito intorno al 3,1%, sui massimi da circa trent’anni, mentre quello australiano della stessa scadenza ha superato il 5,4%. In Giappone la pressione sui bond è stata rafforzata dal Tankan della Bank of Japan. Il sondaggio trimestrale sulle imprese ha mostrato la fiducia delle grandi aziende manifatturiere ai livelli più elevati dal 2018 e un’economia più resistente del previsto. Numeri che potrebbero consentire alla BoJ di proseguire nei prossimi mesi con la normalizzazione della politica monetaria. Il paradosso è che contemporaneamente Tokyo corre in Borsa. Il motivo è soprattutto tecnologico: il rally dei semiconduttori sta per ora compensando la pressione proveniente dai tassi.
Micron riaccende il rally dell’AI
A dare benzina al comparto tecnologico sono soprattutto le indicazioni di Micron Technology, che hanno confermato quanto la domanda di memoria destinata all’intelligenza artificiale rimanga elevata. Il produttore americano ha fornito prospettive positive e gli impegni di fornitura a lungo termine con Nvidia sono aumentati fino a 32 miliardi di dollari. La notizia ha trascinato in Asia i produttori di semiconduttori e apparecchiature per chip e potrebbe avere riflessi anche in Europa, dove titoli come ASML e ASM International rappresentano alcune delle principali esposizioni alla corsa globale agli investimenti nell’AI. A rafforzare ulteriormente il settore è arrivata Google, che ha iniziato a distribuire Gemini 4 Argon, il suo nuovo modello di intelligenza artificiale di punta. Alphabet è salita negli scambi successivi alla chiusura di Wall Street. Il tech continua così a comportarsi come una sorta di mercato nel mercato: rendimenti vicini ai massimi pluriennali stanno frenando le Borse nel loro complesso, ma per ora non stanno fermando gli acquisti sui principali beneficiari degli investimenti nell’AI.
Petrolio sotto 97 dollari
Un aiuto arriva dal greggio. Il Brent scende sotto 97 dollari al barile, mentre il Wti tratta intorno a 89 dollari. Le indicazioni di una progressiva normalizzazione dei flussi dal Medio Oriente stanno riducendo parte del premio legato alla guerra che aveva spinto violentemente al rialzo i prezzi nei mesi scorsi. La questione resta fondamentale anche per i bond. Nel terzo trimestre il Brent è comunque aumentato di oltre il 40% e proprio lo shock energetico è stato uno dei fattori che hanno riacceso l’inflazione mondiale. Una discesa duratura del petrolio potrebbe quindi togliere pressione alle banche centrali e, di conseguenza, ai rendimenti obbligazionari. Per ora, però, il mercato non considera ancora risolto il problema.
Europa frenata dall’inflazione
Il quadro è più complicato per le Borse europee. Le letture sull’inflazione di settembre arrivate ieri dalle principali economie hanno mostrato nuove pressioni sui prezzi, alimentate soprattutto dall’energia. Gli investitori devono quindi capire quanto dello shock petrolifero si stia trasferendo al resto dell’economia e quanto a lungo la Bce sarà costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva. Oggi sono previsti nuovi dati sull’attività manifatturiera europea, mentre Christine Lagarde parlerà alle 15:30 a una conferenza dell’European Systemic Risk Board. Domani arriverà poi il dato complessivo sull’inflazione dell’Eurozona, uno degli appuntamenti principali della settimana.
Oggi indice Ism manifatturiero Usa; domani report sul mercato del lavoro
Negli Stati Uniti l’attenzione si sposterà oggi sulle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e sull’indice Ism manifatturiero, mentre domani arriverà il rapporto sul mercato del lavoro. Dopo il deflatore più debole delle attese, occupazione e salari diventano ancora più importanti. Un mercato del lavoro ancora molto forte potrebbe infatti lasciare alla Fed spazio per concentrarsi sull’inflazione, mentre segnali di rallentamento renderebbero più difficile giustificare un nuovo rialzo dei tassi.
Eni completa il riassetto di Plenitude
A Milano attenzione innanzitutto a Eni, dopo il riassetto di Plenitude. Eni, Ares Management ed Energy Infrastructure Partners hanno completato un aumento di capitale complessivo da 1,56 miliardi di euro, che attribuisce a Plenitude un valore del capitale prima dell’operazione di 10,75 miliardi e un valore complessivo dell’impresa di circa 13,1 miliardi. Al termine dell’operazione Eni possiede il 65,03%, Ares il 26,24% ed EIP l’8,73%. Il passaggio più importante è però contabile e societario: Eni e Ares eserciteranno il controllo congiunto e Plenitude uscirà dal perimetro di consolidamento del gruppo Eni.
Faro su Mps, UniCredit e Generali; il risiko bancario non si ferma
Resta caldissimo anche il risiko bancario italiano. L’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, ha aperto alla possibilità di un coinvolgimento di UniCredit nell’operazione su Banco Bpm, indicando il gruppo guidato da Andrea Orcel come una possibile soluzione per la cessione delle attività che potrebbero essere richieste dall’Antitrust. Il passaggio arriva mentre Mps si prepara all’assemblea del 29 ottobre, chiamata a esprimersi sulle operazioni su Banco Bpm e Banca Generali. Sul fondo resta proprio Generali, perché Mps, dopo l’acquisizione di Mediobanca, è diventata indirettamente il principale azionista della compagnia triestina e l’offerta su Banca Generali aggiunge un altro tassello a un intreccio che coinvolge ormai buona parte della finanza italiana. UniCredit, a sua volta, possiede una partecipazione rilevante in Generali. E contemporaneamente Orcel continua a muoversi in Germania. UniCredit è ormai vicina al 50% di Commerzbank e Berlino, pur continuando a chiedere garanzie, ha aperto un confronto più concreto con il gruppo italiano. Il governo tedesco vuole soprattutto che Commerzbank resti quotata, mantenga la sede a Francoforte, continui a finanziare le piccole e medie imprese tedesche e conservi un’adeguata base patrimoniale. Per UniCredit si apre quindi un passaggio particolarmente delicato: Orcel deve contemporaneamente gestire la partita Commerzbank in Germania e valutare le opportunità create dal nuovo riassetto bancario italiano, mentre Mps cerca alleati per portare avanti il proprio progetto industriale.
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