Alessandro Cicognani 14/07/2026
Tfr, dal 2026 scatta il fondo pensione automatico: chi riguarda e cosa cambia
Dal 1° luglio 2026 per i nuovi assunti del settore privato è cambiato il modo in cui si decide la destinazione del trattamento di fine rapporto, il Tfr. La novità è l’adesione automatica alla previdenza complementare: da quella data, chi viene assunto avrà 60 giorni per scegliere cosa fare del proprio tfr. Se non comunica nulla, il tfr che verrà maturato finirà automaticamente nel fondo pensione previsto dal contratto collettivo applicato in azienda. È una svolta importante perché accorcia molto i tempi. Finora, con il meccanismo del silenzio-assenso, il lavoratore aveva sei mesi per decidere se lasciare il tfr in azienda, o nel Fondo tesoreria Inps per le imprese più grandi, oppure ancora destinarlo a un fondo pensione. Dal 2026, invece, per i nuovi assunti nel settore privato il tempo scende a due mesi. Restano esclusi il pubblico impiego, i lavoratori domestici e, salvo diverse indicazioni attuative, alcune forme particolari come il lavoro intermittente (sono i contratti a chiamata come quelli presenti nel settore del turismo o della ristorazione).
In pratica il lavoratore può fare tre cose: aderire esplicitamente a un fondo pensione, scegliere di mantenere il tfr in azienda, oppure non fare nulla. Nel terzo caso scatta l’adesione automatica. Non significa perdere il controllo dei propri soldi, ma essere inseriti in un percorso di pensione integrativa, pensato per affiancare in futuro l’assegno pubblico.
Cos’è un fondo pensione, spiegato semplice
Ma cos’è un fondo pensione? Si tratta di una specie di salvadanaio previdenziale di lungo periodo. Durante la vita lavorativa ci si versano soldi, che vengono investiti sui mercati finanziari da gestori professionali, secondo profili di rischio più o meno prudenti decisi dal lavoratore (che però non ha alcun potere di scegliere dove quel denaro verrà effettivamente investito). Quando si va in pensione, quanto accumulato (quindi il denaro versato di volta in volta, rivalutato per la rendita finanziaria ottenuta, al netto di tasse e costi di commissione del fondo) serve a integrare la pensione pubblica, e viene erogato sotto forma di rendita, di capitale dato in un’unica soluzione o attraverso soluzioni miste. Il trattamento di fine rapporto è centrale perché rappresenta una quota di retribuzione che il lavoratore matura ogni anno. Se resta in azienda, viene rivalutato secondo una formula stabilita dalla legge. Se va in un fondo pensione, viene investito. Questo può offrire rendimenti più interessanti nel lungo periodo, ma espone anche all’andamento dei mercati e ai costi del fondo. C’è poi un elemento spesso sottovalutato: il contributo del datore di lavoro in caso di adesione al fondo pensione. In molti contratti nazionali, infatti, se il dipendente aderisce al fondo pensione e versa la propria quota minima, anche l’azienda aggiunge un contributo. È denaro in più che il lavoratore riceverà poi al termine della sua carriera. Per esempio, un neoassunto che aderisce al fondo previsto dal contratto può accumulare non solo il proprio Tfr, ma anche una quota aggiuntiva pagata dall’impresa. Contributo, quello del datore di lavoro, che invece non viene erogato lasciando semplicemente il tfr in azienda.
Resta poi sempre aperta la possibilità di destinare il proprio tfr a un fondo di propria scelta che non è quello individuato nel contratto nazionale di categoria. Ma anche in questo caso, come per il tfr lasciando in azienda, il datore di lavoro non erogherà il contributo aggiuntivo.
I 60 giorni per scegliere e cosa succede dopo
La nuova regola ruota tutta attorno a una scadenza: 60 giorni dall’assunzione. Entro quel termine il lavoratore deve indicare per iscritto la propria scelta. Può destinare il tfr a un fondo pensione oppure lasciarlo in azienda. Se sceglie di tenerlo in azienda, potrà in futuro cambiare idea e destinare il tfr che maturerà da quel momento in poi (quindi dal momento in cui decide di cambiare) alla previdenza complementare. La scelta opposta, invece, è più vincolante: quando il tfr viene destinato alla previdenza complementare, quindi a un fondo pensione, in linea generale non si può tornare indietro. Si potrà però trasferire la posizione da un fondo a un altro secondo le regole previste. Se l’azienda ha un solo fondo pensione di riferimento, l’adesione automatica porta lì. Se ci sono più fondi collettivi, la destinazione è quello con il maggior numero di iscritti in azienda, salvo accordi diversi. Se non esiste alcun fondo collettivo, il tfr confluisce allora nella forma individuata dal ministero del Lavoro, cioè il Fondo Cometa.
Cosa succede invece per i contratti a termine? In questo caso l’automatismo vale solo per quei contratti a termine che durano oltre i 60 giorni. E per chi cambia lavoro? Ci sono regole specifiche. Se il lavoratore aveva già aderito in passato a un fondo pensione alimentato con tfr, di norma continuerà a destinare il tfr alla previdenza complementare. Se invece non aveva mai fatto questa scelta, il tfr resta in azienda o al Fondo Tesoreria Inps, salvo adesione successiva o salvo che la persona non voglia avvalersi del fondo di un’altra banca che non è quello individuato nel contratto nazionale di categoria.
Più flessibilità quando si va in pensione
Le novità non riguardano solo l’ingresso nei fondi, ma anche l’uscita. Dal 2026 vengono ampliate le modalità con cui si può usare il capitale accumulato. Accanto alla rendita vitalizia, cioè un pagamento periodico per tutta la vita, arrivano formule più flessibili: la rendita a durata definita, calcolata su un periodo legato alla vita attesa residua della persona interessata. Dal 31 ottobre 2026 è prevista anche l’erogazione frazionata del totale accumulato in almeno cinque anni. Il fondo pensione, quindi, non è più solo uno strumento che alla fine si trasforma automaticamente in una rendita. Diventa più adattabile alle esigenze personali: chi vuole stabilità può preferire una rendita, chi vuole maggiore flessibilità può valutare prelievi o pagamenti frazionati.
È possibile prelevare somme dal fondo prima della pensione? La risposta è sì, ma con dei limiti. Durante la vita lavorativa sono infatti possibili alcune anticipazioni. Si può chiedere fino al 75% della posizione per spese sanitarie gravi, in qualsiasi momento. Dopo otto anni di partecipazione si può chiedere fino al 75% per comprare o ristrutturare la prima casa, per sé o per i figli. Sempre dopo otto anni, si può ottenere fino al 30% per altre esigenze. Il senso della riforma è chiaro: spingere più lavoratori a costruire una pensione integrativa. In un Paese che invecchia e in cui gli assegni pubblici futuri potrebbero essere meno generosi rispetto agli ultimi stipendi, il fondo pensione diventa una scelta sempre più importante. La nuova regola dei 60 giorni serve proprio a questo: portare subito il lavoratore davanti a una decisione che spesso veniva rimandata.
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