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01/09/2026
Gioco d’azzardo e scommesse, il business da miliardi: così il casinò che entra nella nostra testa

Gioco d’azzardo e scommesse, il business da miliardi: così il casinò che entra nella nostra testa

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Sì. È vero, si può scommettere sugli uragani e su altre catastrofi. In spregio alle vite coinvolte e ai drammi degli sfollati. Piattaforme come Kalshi e Polymarket permettono questa pratica come spiega un articolo pubblicato dal magazine Aeon. Eppure, mentre inorridiamo di fronte alla frontiera aperta da questi nuovi mercati, chiudiamo beatamente gli occhi su un fenomeno dilagante, catastrofico e in espansione perfino tra i giovanissimi di tutto il mondo: il disturbo da gioco d’azzardo e la relativa, rovinosa, dipendenza. 

Le vite dietro i miliardi

Sono sempre più allarmanti e numerosi gli articoli sulla stampa internazionale su un problema agghiacciante che incide sulla salute mentale, con effetti devastanti che non risparmiano i ragazzi e  le donne . 

Una movimentazione di denaro impensabile e molto maggiore di quello investito in droghe illegali.  Anche chi si dice diffidente verso investimenti e finanza, abbraccia senza alcuno spirito critico, il richiamo di gratta e vinci, slot machine, poker online e altre forme di azzardo travestite da gioco innocente. Solo da noi, ogni anno, gli italiani investono 165 miliardi di euro in gioco d’azzardo. Un fatturato che ci colloca al primo posto in Europa, quarto posto nel mondo, dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Si registrano perdite immense di cui il giocatore non ha percezione, perché sono frammentate, perché sono digitali e appaiono su uno schermo…raramente si movimentano contanti.

 

Cronache di una dipendenza invisibile

La testata australiana Abc dedica un reportage lunghissimo alla vita di Luke Bateman, beniamino nazionale del Rugby, che, nonostante i guadagni annui da 400mila dollari, si è ridotto a non avere i soldi per il cibo. Il gioco l’ha travolto. “Avevo sul conto 80mila dollari un giorno ed ero in rosso tre giorni dopo. Questa era la mia vita”.

“Mia moglie tornava a casa e mi chiedeva dove fosse finito questo o quell’oggetto. Ma io vendevo qualunque cosa pur di avere qualche contante a disposizione”.

ABC ha dedicato moltissimo spazio ai suicidi legati al gambling: uno dei problemi è che le famiglie possono scoprire la dipendenza solo dopo la morte, magari quando arrivano i creditori. ABC ricordava che gli australiani perdono complessivamente quasi 32 miliardi di dollari australiani l’anno. 

 Capitol News Illinois, una testata statunitense, dedica un’inchiesta dettagliata sul gioco convulsivo che, non solo prosciuga patrimoni, allontana dal lavoro, spinge all’isolamento e alla vergogna, ma è anche alla base di numerosi suicidi o tentativi di togliersi la vita.

Di chi fa uso di droghe pesanti la società si preoccupa, così come dell’alcolismo– anche se non a sufficienza. Ci sono campagne e gruppi d’aiuto. Ora a Chicago una legge pionieristica è riuscita a fare inserire il “gambling” tra le dipendenze, aprendo la strada a maggiori fondi, maggiori campagne, maggiore prevenzione. 

 

Gambling: la rovina che non lascia lividi

 Il problema è che il gioco d’azzardo è una dipendenza quasi invisibile. La ludopatia non lascia sul corpo i segni dell’alcol o delle droghe. Chi ne soffre continua spesso ad andare al lavoro, accompagna i figli a scuola, conduce una vita apparentemente normale. La malattia resta nascosta finché non aumentano le litigate in casa, emergono i debiti, la depressione o il crollo delle relazioni.

E’ un’epidemia silenziosa- viene definita dal South China Morning Post che realizza un’inchiesta sul tema nelle Filippine. 

 

Il telefonino: casinò che non chiude mai: 

In America Latina l’ingresso nel betting può iniziare intorno ai 12-13 anni, attraverso smartphone, portafogli digitali, amici e soprattutto streamer e influencer, segnala il quotidiano argentino La Nacion.  Non è molto diverso in Italia, dove il telefono è diventato di fatto quello che una volta era il casinò: si può giocare 24 ore al giorno, ininterrottamente, nel silenzio della propria camera. E al di là del poker, i ragazzi vengono agganciati con Fantasy sport, gaming di ogni genere. Il richiamo delle “loot box” nei videogiochi – scatole premio virtuali è considerato gioco d’azzardo in Austria, Belgio, Olanda. 

Siamo molto lontani dall’ambiente aristocratico e romantico de Il Giocatore di Dostoevskij. Si comincia per noia, si apre un portafoglio digitale, ma che va alimentato con soldi veri, senza dare la percezione della perdita reale.

La scienza del comportamento conferma: non siamo razionali come crediamo. La “quasi vincita”, il “prima o poi quel numero esce”, la memoria selettiva. Sono bias cognitivi, errori prevedibili che ci spingono a insistere.

Poi si seguono amici e influencer, con design digitali che incitano la giocata “a raffica”.

Non a caso alcuni degli interventi più efficaci e di divieti di maggior rilievo prevedono il distanziamento – nella piattaforma- tra una giocata e l’altra. La compulsività è alimentata infatti anche dalla velocità dello scrolling e della scommessa. Il Guardian ha inoltre raccontato il fenomeno del “fast-food gambling”: micro-scommesse sportive istantanee, spesso elaborate algoritmicamente, che compaiono e scompaiono durante una partita e riducono quasi a zero il tempo per riflettere.

 

Quando il casinò entra in cucina

Le donne costituiscono il segmento maggiormente in crescita, in tutti i paesi. 

 Giocano di nascosto, spesso online. In bagno, mentre i figli dormono. Uno slot su uno schermo mentre la pasta cuoce. Ricevute cancellate, cronologie eliminate, un sorriso di copertura. E sono le ultime a chiedere aiuto a quei centri -pochi ma ci sono – specializzati nel disturbo da gioco d’azzardo.
Non si odiano per la giocata ma per la colpa sociale– “Tu sei madre. Tu sei donna. Tu devi reggere.

La disponibilità del telefonino rende ancora più potente la dipendenza e amplifica la possibilità di giocare lontano da occhi indiscreti. Sono le categorie più fragili a cadere maggiormente nella trappola, come documentato dai dati sull’Italia (qui da noi il 36% dei giocatori problematici sono donne), del Sudafrica, dell’India, del Brasile. Insomma, a ogni latitudine, la fotografia è pressoché la stessa. 

Soprattutto la donna con poche possibilità economiche tenta il tutto per tutto, contando di poter dare una “svolta” alla propria esistenza. 

 

Lo Stato, arbitro e socio del banco

Ma c’è un dato giornalisticamente interessante: finalmente le opinioni pubbliche dei vari paesi stanno aprendo gli occhi. Timidamente, ma lo fanno. Dunque, si comincia a porre la domanda giusta, che non ruota più intorno alla “debolezza di carattere” di chi è avvolto nella spirale della ludopatia. Non più dunque: «perché questa persona non si ferma?» ma anche «che cosa c’è nel prodotto, nella pubblicità e nell’ambiente digitale che rende così difficile fermarsi?».

 Innanzitutto, il paradosso dello Stato: è insieme regolatore, percettore di entrate e soggetto che dovrebbe ridurre il consumo dannoso. È un po’ come se un arbitro possedesse anche una quota dello stadio: che interesse avrebbe a limitare il gioco?

Si deve guardare con interesse ad alcune regole si stanno introducendo in diversi Paesi. e i risultati stanno cominciando ad arrivare, anche se il fenomeno è tutt’altro che arginato. 

 

La prova che qualcosa si può fare

In Brasile è in atto una gigantesca sperimentazione sociale

Il Brasile merita un capitolo tutto suo.  È in corso un vivace dibattito nazionale sulla dipendenza.

Folha de S.Paulo ha documentato come alcune banche abbiano cominciato a intervenire direttamente: C6 Bank blocca trasferimenti verso società di scommesse quando il cliente sta andando in rosso; altre banche inviano avvertimenti quando identificano trasferimenti verso piattaforme di gioco.

 

La Norvegia: probabilmente il caso migliore da raccontare

Lì si è introdotta identificazione obbligatoria, monitoraggio del comportamento e soprattutto limiti obbligatori alle perdite. Norsk Tipping è stato nel 2016 il primo grande operatore al mondo a imporre un tetto massimo alle perdite su tutte le piattaforme di gioco.

C’è persino un piccolo esperimento molto eloquente. Norsk Tipping ha contattato direttamente i giocatori che perdevano molto denaro e ha detto loro, sostanzialmente: guardate che nell’ultimo anno avete perso questa cifra. Una telefonata motivazionale di circa sei minuti. Dodici settimane dopo, chi aveva ricevuto la telefonata aveva ridotto la spesa del 29%; chi aveva ricevuto soltanto una lettera del 15%; il gruppo di controllo del 3%.  Ha funzionato se nel 2019 la Norvegia stimava 55.000 giocatori problematici. Nel 2022 erano diventati circa 23.000.

Ci sono poi nazioni in cui è possibile autoescludersi: un cliente può chiedere alla propria banca con un click: «blocca tutte le transazioni verso operatori di gambling».

Torniamo al nostro giocatore di rugby australiano: come è uscito dalla dipendenza? Bussando alla porta dei genitori e chiedendo aiuto. “Gestite voi le mie finanze” ha chiesto.” Faremo di più – ha risposto la madre- pagheremo anche 130mila dollari, una bella fetta dei tuoi debiti, se accetti di andare in campagna.”

Lontano dalla città e soprattutto con difficilissimo accesso a internet, si è trasformato in un contadino rinato e sereno. Oggi è un attivista di successo che ha consacrato alle campagne di informazione la sua attività. Vuole salvare i giovani e arrivare al divieto assoluto di pubblicità e soprattutto incentivazioni e premi che tanto allettano le giovani menti. È un tema di educazione finanziaria, tocca i bias cognitivi che plasmano le nostre decisioni. La vera prevenzione: bisogna anche smettere di rendere la dipendenza così facile, veloce e invisibile. La dipendenza non nasce nel vuoto.



 

Credits: immagine generata con Chatgpt

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