Diesel europeo ai record per la scarsità di carburante, la banca centrale olandese trasferisce 86 tonnellate d’oro a Londra per prepararsi alle crisi, nei campi profughi del Rwanda nascono piccole imprese mentre calano gli aiuti internazionali
Diesel, in Europa il prezzo schizza: il margine sulla raffinazione supera i 100 dollari
Il diesel europeo raggiunge un livello senza precedenti, con il divario rispetto al prezzo del petrolio che supera per la prima volta i 100 dollari al barile. A raccontarlo è il Financial Times, secondo cui il cosiddetto crack spread è arrivato a 104,08 dollari per le consegne nell’Europa meridionale.
Ma che cosa significa? Il crack spread misura, in sostanza, quanto vale il diesel rispetto al petrolio utilizzato per produrlo. È quindi un indicatore dei margini della raffinazione e, in questo caso, segnala soprattutto quanto sia diventato difficile trovare diesel sul mercato.
Il risultato è che il diesel all’ingrosso ha raggiunto 198,73 dollari al barile nel Sud Europa e 194,47 dollari nel Nord, più del doppio rispetto al greggio del Mare del Nord.
A spingere i prezzi è soprattutto la scarsità di prodotto. La Russia ha prorogato fino al 30 settembre il divieto di esportazione di diesel, mentre le raffinerie asiatiche stanno esportando meno e le scorte statunitensi continuano a diminuire. Secondo Argus Media, sul mercato mancano 1,3-1,4 milioni di barili di diesel al giorno, pari al 15-20% delle normali spedizioni internazionali.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le nuove tensioni in Medio Oriente. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha fatto risalire il Brent sopra i 90 dollari, ma il problema per il diesel è soprattutto la capacità di trasformare il greggio in carburante.
E il rischio è che la situazione peggiori: la manutenzione programmata di diverse raffinerie europee nei prossimi mesi potrebbe ridurre ulteriormente l’offerta. Per automobilisti, agricoltori e industrie significa una nuova pressione sui costi, con possibili ripercussioni anche sull’inflazione.
Paesi Bassi, la banca centrale trasferisce 86 tonnellate d’oro a Londra per prepararsi a una possibile crisi
La banca centrale olandese (DNB) ha trasferito 86 tonnellate d’oro dagli Stati Uniti e dal Canada a Londra, motivando la decisione con le crescenti tensioni geopolitiche. L’operazione, condotta tra marzo e agosto, punta a rendere le riserve auree più facilmente accessibili e negoziabili in caso di crisi.
Solo 27 tonnellate di lingotti sono state spostate fisicamente: da New York e Ottawa sono state trasferite nei Paesi Bassi e successivamente a Londra. Per la parte restante, la DNB ha venduto l’oro custodito a New York e lo ha ricomprato nella capitale britannica.
Il trasferimento rafforza il ruolo della Bank of England, dove secondo la DNB l’oro è considerato tra quello più facilmente negoziabile al mondo.
La quota delle riserve olandesi custodita a Londra è così salita dal 18,1% al 32,1%, mentre quella detenuta a New York e Ottawa è scesa dal 31,3% e 19,7% al 18,5% in entrambi i casi. Complessivamente, i Paesi Bassi possiedono 612,4 tonnellate d’oro, per un valore di circa 72,2 miliardi di euro
Rwanda, nei campi profughi nasce una piccola economia che sfida la dipendenza dagli aiuti
Nei campi profughi del Rwanda non ci sono soltanto persone in attesa di assistenza. Ci sono anche negozi, ristoranti, sartorie, servizi digitali e piccole imprese che stanno dando vita a vere e proprie economie locali.
A raccontarlo è il Financial Times, che ha visitato il campo di Mahama, al confine con la Tanzania. Qui Jacqueline Bampire, fuggita dal Burundi oltre dieci anni fa, gestisce un piccolo negozio di alimentari. Vende riso, fagioli, farina, olio e prodotti per la casa e accetta pagamenti attraverso MTN MoMo, il sistema di pagamento via cellulare molto diffuso in Africa.
Il fenomeno sta acquistando importanza anche perché gli aiuti umanitari internazionali si stanno riducendo. Secondo Reuters, l’agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR) ha previsto per il 2027 un taglio del 16% al proprio budget, in un contesto di forte contrazione dei finanziamenti internazionali.
Il Rwanda sta quindi cercando di spostare il modello dall’assistenza alla autosufficienza economica. La strategia governativa 2026-2030 punta a far uscire dall’aiuto umanitario metà delle famiglie rifugiate, attraverso lavoro, formazione, accesso al credito e attività imprenditoriali.
E gli esempi non mancano: nel campo di Mugombwa, una cooperativa coltiva peperoncino, mais e soia, alleva pollame e vende la produzione ai mercati locali. L’obiettivo non è soltanto produrre, ma creare reddito e trasformare i rifugiati da destinatari di aiuti in protagonisti dell’economia locale.
Una piccola economia nata dentro un campo profughi che racconta una grande trasformazione: quando gli aiuti diminuiscono, l’impresa può diventare una nuova forma di sostegno.
Foto Credits: OpenClipart-Vectors da Pixabay








