Redazione FinanzaInPage 18/12/2025
I dazi che hanno messo a rischio il Natale: la crisi dell’industria dei giocattoli nell’America delle tariffe
Per l’industria del giocattolo il Natale non è mai una corsa dell’ultimo minuto. I preparativi iniziano quando l’anno è appena cominciato: design, ordini alle fabbriche, pianificazione logistica. Entro l’estate, i container devono già essere in viaggio verso gli Stati Uniti per garantire scaffali pieni in autunno. Nel 2025, però, questo delicato ingranaggio globale è stato messo sotto stress da una variabile imprevista: i dazi imposti dall’amministrazione Trump.
Nel corso di un anno, The Economist ha raccolto le testimonianze di imprenditori del settore alle prese con tariffe che hanno minacciato non solo i margini, ma la sopravvivenza stessa delle aziende. Ne emerge il ritratto di un’industria simbolo della globalizzazione, improvvisamente vulnerabile.
Tariffe record e margini sottilissimi
Ad aprile arriva lo shock. I cosiddetti dazi del “Liberation Day” introducono un’aliquota del 145% sulle importazioni dalla Cina, da cui proviene circa l’80% dei giocattoli venduti negli Stati Uniti. Per un settore in cui i prezzi al dettaglio oscillano spesso tra i 2 e i 20 dollari, l’impatto è devastante.
«Con queste percentuali non ci sarà Natale», commenta Isaac Larian, fondatore di MGA Entertainment, produttore delle bambole Bratz. I costi devono essere anticipati molto prima che le vendite inizino, mettendo molte aziende di fronte a scelte estreme: spedire comunque la merce, rischiando perdite enormi, oppure fermarsi del tutto.
La Casa Bianca insiste che a pagare i dazi saranno i produttori stranieri. Ma lo stesso presidente Trump ammette che l’effetto potrebbe ricadere sui consumatori: «Forse i bambini avranno due bambole invece di trenta».
Una tregua temporanea che salva la stagione
A maggio il clima cambia, almeno in parte. Dopo le turbolenze sui mercati finanziari, Washington e Pechino concordano una pausa di 90 giorni sulla maggior parte dei dazi. Per alcune aziende è un sospiro di sollievo, per altre arriva troppo tardi.
Chi ha continuato a produrre scommettendo su una distensione, come Basic Fun!, che produce i Care Bears, riesce a evitare il peggio. Per molti concorrenti, però, la finestra si è già chiusa: ordini cancellati, spedizioni bloccate, personale licenziato.
Piccole imprese in ginocchio
Secondo le stime, entro l’estate circa il 60% dei produttori di giocattoli statunitensi ha ridotto l’organico. Le aziende più piccole sono le più colpite. Joann Cartiglia, fondatrice di The Queen’s Treasures, specializzata in bambole tradizionali, racconta di aver affittato la propria casa e di vivere in un camper per tenere in vita l’attività.
Importare ai nuovi livelli tariffari è semplicemente impossibile. Sul suo sito, molti prodotti risultano “esauriti, in attesa di decisioni sui dazi”. La crisi economica si intreccia con quella personale, trasformando un’attività nata per creare “giocattoli dolci” in un incubo imprenditoriale.
La battaglia legale contro la Casa Bianca
Oltre alla pressione finanziaria, emerge un fronte giuridico. Rick Woldenberg, amministratore delegato di Learning Resources, contesta la legittimità dei dazi, sostenendo che il presidente abbia abusato dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, una legge che non menziona esplicitamente le tariffe.
La sua azienda era pronta ad assorbire dazi del 30-40%, ma non un salto di questa portata. La causa arriva fino alla Corte Suprema, che ascolta il caso a novembre. Se i giudici dovessero dare ragione ai ricorrenti, il governo americano potrebbe dover rimborsare fino a 140 miliardi di dollari di dazi già incassati.
Il mito del ritorno della produzione in America
L’amministrazione Trump ha più volte sostenuto che i dazi avrebbero riportato la manifattura negli Stati Uniti. Ma l’industria del giocattolo racconta una storia diversa. La produzione è altamente specializzata, a basso margine e intensiva di manodopera. Realizzare giocattoli negli Usa comporta costi che rendono i prodotti inaccessibili per molte famiglie.
Esistono eccezioni. Build-A-Bear Workshop, che trasforma la produzione in un’esperienza per il cliente, registra risultati record. Lego, dal canto suo, ha avviato la costruzione di una fabbrica in Virginia. Ma si tratta di colossi con volumi, margini e automazione tali da rendere sostenibile una produzione localizzata. Per la maggioranza delle imprese, il modello non è replicabile.
Globalizzazione sotto accusa, ma senza alternative
Il settore dei giocattoli è uno dei più globalizzati al mondo. Molti imprenditori avevano già diversificato la produzione fuori dalla Cina, spostandola in Vietnam o in India. Anche questi paesi, però, sono finiti nel mirino dei dazi, alimentando l’incertezza.
Il risultato è un clima di sfiducia verso la stabilità delle politiche commerciali americane. Pianificare investimenti pluriennali diventa quasi impossibile quando le regole possono cambiare da un giorno all’altro.
Natale è arrivato, ma a caro prezzo
Alla fine, il Natale non è stato cancellato. Gli scaffali si sono riempiti, anche se con meno scelta e prezzi più alti. Per molti imprenditori è stata una vittoria di Pirro: sopravvivere oggi, rimandando le decisioni cruciali al prossimo anno. L’espressione prende il nome da Pirro, re dell’Epiro nel III secolo a.C., famoso per aver vinto battaglie contro Roma ottenendo però perdite tali da rendere il successo quasi inutile. Come osserva uno dei protagonisti dell’inchiesta, il pensiero corre già al Natale successivo. In un settore che vive di cicli lunghi e programmazione anticipata, l’incertezza resta il regalo meno gradito.
Foto Credits: Foto di frankychoi da Pixabay






