Alessandro Cicognani 15/07/2026
Inflazione Usa rallenta, ma lo scontro Usa-Iran riaccende il petrolio e i timori sui prezzi
Per una volta, dall’inflazione americana è arrivata una sorpresa positiva. A giugno l’indice dei prezzi al consumo è diminuito dello 0,4% rispetto a maggio, mentre gli economisti si aspettavano un calo molto più contenuto, dello 0,1%. Su base annua l’inflazione è così rallentata dal 4,2% al 3,5%, contro il 3,8% previsto. È la prima diminuzione da cinque mesi per la prima economia del mondo. Anche il dato “core”, che esclude alimentari ed energia perché più volatili, ha fornito indicazioni incoraggianti: i prezzi sono rimasti invariati sul mese e sono aumentati del 2,6% rispetto a un anno prima, in rallentamento dal 2,9% di maggio. La distinzione è importante. Il dato generale racconta quanto è cambiato complessivamente il costo della vita; quello core prova invece a individuare la tendenza più profonda dell’inflazione, eliminando le componenti che possono oscillare rapidamente. Il rallentamento non ha riguardato soltanto la benzina. I costi legati all’abitazione, che hanno un peso molto elevato nel paniere americano, sono aumentati appena dello 0,1%, il ritmo più basso dal gennaio 2021. Sono diminuiti anche i prezzi delle assicurazioni auto, dell’assistenza sanitaria e dell’abbigliamento. Alcuni economisti ritengono inoltre che il trasferimento sui consumatori dei precedenti aumenti dei dazi possa avere ormai esaurito gran parte della propria forza.
Il vero protagonista è stato il petrolio
Dietro il dato di giugno, tuttavia, si nasconde soprattutto l’energia. I suoi prezzi sono crollati del 5,7% in un solo mese, dopo essere saliti del 3,9% a maggio. La benzina è diminuita del 9,7%. Senza questa discesa, il miglioramento dell’inflazione complessiva sarebbe stato molto meno evidente. La lettura va quindi inserita nel contesto geopolitico. Giugno è stato il mese nel quale le trattative tra Stati Uniti e Iran avevano temporaneamente ridotto le tensioni sullo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti al mondo per il trasporto del petrolio (ne abbiamo parlato qui). Il greggio era sceso a 70 dollari e, con qualche settimana di ritardo, il calo si era trasferito ai distributori. Il dato sull’inflazione Usa uscito ieri, 14 luglio, fotografa quindi quel periodo di distensione. Ora lo scenario è nuovamente cambiato. La ripresa degli scontri nel Golfo ha riportato al rialzo petrolio e benzina, ora intorno a 86 dollari, rendendo il dato di giugno una fotografia parzialmente superata. “Le prospettive per l’inflazione di luglio sono meno promettenti” ha osservato Bill Adams, capo economista statunitense di Fifth third commercial bank. Scott Anderson di Bmo capital markets ha aggiunto che, con il ritorno dei combattimenti e dell’energia verso l’alto, i rischi restano orientati verso un possibile rialzo dei tassi nel corso dell’anno.
Un buon dato, ma non ancora una vittoria
Per questo la Federal reserve difficilmente considererà risolto il problema. Il 3,5% resta molto distante dall’obiettivo del 2% della banca centrale. “Sono molto scettico sul fatto che l’inflazione abbia cambiato direzione”, ha avvertito Stephen Stanley, capo economista di Santander US capital markets. Un sondaggio commissionato dal Wall Street Journal mostra un’economia a stelle e strisce più resistente di quanto si temesse, ma accompagnata da prezzi destinati a rimanere elevati più a lungo. Gli economisti interpellati hanno ridotto il rischio di recessione, ma prevedono un’inflazione al consumo ancora intorno al 3,4% alla fine del 2026 e un’inflazione core – la misura preferita dalla Fed – al 3,2% nell’intero anno. In altre parole, la guerra non avrebbe provocato il crollo dell’economia americana, ma avrebbe reso più difficile riportare stabilmente i prezzi verso il 2%. I mercati hanno comunque accolto bene il dato: sono scesi i rendimenti dei Treasury – inflazione più debole significa minore rischio che la Fed aumenti i tassi, quindi diventano più interessanti anche le obbligazioni già in circolazione e questo succede perché le nuove emissioni offrono cedole più basse e risultano quindi meno appetibili; di conseguenza, i titoli più vecchi, che pagano cedole maggiori, acquisiscono valore sul mercato – mentre le Borse sono salite, perché tassi più bassi vuol dire costi di finanziamento ridotti per imprese e consumatori. Le probabilità di un intervento della Fed già a luglio si sono infatti ridotte dopo questi risultati, anche se gli investitori continuano a considerare possibile un aumento dei tassi più avanti, soprattutto se il caro-energia dovesse riapparire nei dati estivi.
Warsh prepara una “nuova Fed”
Davanti al Congresso, Kevin Warsh ieri (martedì 14 luglio) ha assicurato che il comitato di politica monetaria della Federal riserve non avrà “alcuna tolleranza per un’inflazione persistentemente elevata” e che, con una politica corretta, l’ondata di rincari degli ultimi cinque anni potrà diventare “una cosa del passato”. C’è però una novità che riguarda soprattutto il metodo. Warsh ha creato cinque gruppi di lavoro incaricati di riesaminare la comunicazione della banca centrale, la gestione del bilancio, l’utilizzo dei dati, gli effetti della tecnologia su produttività e occupazione e gli stessi modelli con cui viene interpretata l’inflazione (della nuova era della Fed ne abbiamo parlato dopo la sua prima conferenza da presidente qui)
L’obiettivo è capire se gli strumenti tradizionali riescano ancora a descrivere un’economia trasformata dall’intelligenza artificiale, dagli investimenti nei data center e dagli shock geopolitici. Non significa che la Fed ignorerà il 2% o accetterà più facilmente prezzi elevati. Significa piuttosto che potrebbe diventare meno legata a formule automatiche e previsioni rigide, valutando con maggiore attenzione da dove arriva l’inflazione. Il problema, oggi, è stabilire se il calo di giugno rappresenti l’inizio di un raffreddamento duraturo oppure soltanto la breve pausa concessa dalla tregua sullo Stretto di Hormuz.
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