Alessandro Cicognani 21/09/2026
Petrolio sotto 100 dollari, bond in recupero e Borse in rialzo: cosa sta succedendo ai mercati?
Il fine settimana ha lasciato ai mercati due messaggi apparentemente opposti. Da una parte le tensioni geopolitiche restano alte: gli Houthi hanno rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi sauditi e Stati Uniti e Iran hanno continuato a scambiarsi minacce. Dall’altra, si è riaperto uno spiraglio diplomatico in vista dell’Assemblea generale dell’Onu di domani (22 settembre) e Donald Trump ha detto di essere disponibile a incontrare il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. È bastato questo, insieme al recupero delle esportazioni saudite, per togliere dal prezzo del petrolio una parte del cosiddetto “premio per il rischio”, cioè quel sovrapprezzo che gli operatori incorporano quando temono che una crisi possa bloccare le forniture. Questa mattina (21 settembre) il prezzo del greggio è sceso sotto quota 100 dollari, ai minimi da undici giorni. Non significa che la crisi energetica sia finita: significa che il mercato, almeno per ora, vede meno probabile uno shock immediato dell’offerta.
Perché il petrolio scende
Il punto decisivo è che l’oro nero si muove non soltanto in base alla guerra, ma anche in base a quanto petrolio riesce davvero a raggiungere il mercato. I flussi sauditi stanno recuperando: le esportazioni complessive di settembre sono risalite poco sopra 4 milioni di barili al giorno, contro i 2,4 milioni di agosto. E, secondo i dati di JPMorgan, i volumi sauditi transitati attraverso lo Stretto di Hormuz hanno toccato in media 2,9 milioni di barili al giorno negli ultimi sei giorni, contro circa 700 mila in agosto. Più offerta disponibile significa meno paura di scarsità e quindi prezzi più bassi. E petrolio meno caro vuol dire minori pressioni potenziali su benzina, trasporti e costi delle imprese e, quindi, meno inflazione futura. Se gli investitori temono meno inflazione, diminuisce anche la probabilità che le banche centrali debbano spingere i tassi molto più in alto di quanto fatto nelle sedute di settembre. I titoli di Stato diventano così più appetibili, i loro prezzi salgono e i rendimenti scendono. È esattamente ciò che sta accadendo: il decennale tedesco ha perso circa 5 punti base nel fine settimana mentre anche i Treasury americani hanno recuperato terreno, con il decennale che si è in parte allontanato dal 5% di rendimento che aveva scatenato diverse tensioni (ne abbiamo parlato qui).
Dai bond alle Borse
Il movimento aiuta a capire anche perché le Borse salgano nonostante la Federal Reserve abbia appena aumentato i tassi di 25 punti base, portandoli al 3,75-4%, primo rialzo in tre anni. La Fed ha spiegato che l’inflazione resta elevata e le sue proiezioni indicano una politica monetaria ancora restrittiva. Eppure il mercato non ha reagito con un nuovo sell-off. Il motivo è apparentemente paradossale: una banca centrale che mostra di voler controllare seriamente l’inflazione può rassicurare gli investitori sui titoli a lunga scadenza. Se i prezzi vengono tenuti sotto controllo oggi, diminuisce il rischio di un’inflazione ancora più alta domani. I numeri della borsa confermano il trend: in Europa hanno tutte chiuse la settimana in positivo, con Milano a +1,1%, Francoforte a +0,5% e Parigi a +0,3%. Negli Stati Uniti il Nasdaq è salito dell’1,3% nell’arco della settimana e l’S&P500 dello 0,4%. In Asia il Nikkei ha fatto +2,4% e Seul è volata addirittura del +4,5%. In generale a godere del momento sono stati gli industriali e il settore bancario, mentre in borsa hanno pagato i titoli petroliferi. Anche questo è logico: un greggio meno caro aiuta compagnie aeree, industria e consumatori, ma riduce le prospettive di ricavi dei produttori di energia.
Ora contano politica e dati
Il sollievo resta però fragile. In Francia venerdì lo spread tra il decennale francese e il Bund tedesco ha superato i 100 punti base per la prima volta dal 2012, segnale delle preoccupazioni degli investitori per deficit, debito e incertezza politica. In Germania, nel weekend, l’AfD è arrivata prima nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore con il 38,3%, mentre la Cdu del cancelliere Friedrich Merz è scesa al 4,9%, un risultato che alimenta interrogativi sulla stabilità del quadro politico e sull’attuazione del programma economico del governo. Ma il grande appuntamento della settimana sarà giovedì, quando Donald Trump incontrerà Xi Jinping a Washington: commercio, dazi, tecnologia, materie prime critiche e rapporti geopolitici saranno al centro del confronto. Prima arriveranno mercoledì 23 i dati preliminari di settembre sull’andamento del manifatturiero statunitense, utili per capire quanto l’economia stia risentendo di energia e tassi elevati. Il filo che tiene insieme tutto è quindi piuttosto semplice: oggi i mercati respirano perché il petrolio scende e i rendimenti si allontanano dai massimi. Per trasformare questo sollievo in una tendenza serviranno però conferme su inflazione, crescita e, soprattutto, geopolitica.
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