Immaginate una compagnia che per anni è stata vista come “in ritardo” rispetto ai giganti della tecnologia. Una realtà potente, sì, ma non tra i protagonisti assoluti della corsa all’intelligenza artificiale. Oggi però, quella stessa società è la sola big tech in controtendenza rispetto al resto del Nasdaq: stiamo parlando di Alphabet, la holding che controlla Google. Dal primo gennaio 2025 a oggi le sue azioni sono schizzate del 69%, la miglior performance annuale dal 2009. Con un valore di mercato che ora si avvicina ai 4 mila miliardi di dollari, Alphabet è la grande storia finanziaria di questi giorni. Il salto non è frutto del caso: è il risultato di una combinazione di innovazione, strategia e – forse soprattutto – della capacità di reinventarsi in un settore in rapida evoluzione. Con il lancio di Gemini 3, il suo nuovo modello di intelligenza artificiale, Alphabet ha cambiato la percezione del mercato. Nella corsa all’AI, ora non è più spettatrice: vuole fare la sua parte, e lancia anche una sfida diretta a Nvidia.
Da “in ritardo” a rivoluzione: il ruolo di Gemini 3 e dell’AI
Per anni, molti osservatori avevano imputato ad Alphabet un certo ritardo rispetto a rivali come OpenAI, Meta o Microsoft. L’arrivo di ChatGPT nel 2022 aveva fatto temere che Google, pur “inventore” di molte delle tecnologie alla base dell’AI conversazionale, stesse perdendo terreno. Ma con il debutto di Gemini 3, la musica è cambiata. L’ottimismo riguardo alle sue capacità ha riportato fiducia su larga scala: il mercato ha sorriso, premiando la holding con un rally impressionante. Parallelamente, Alphabet non si è limitata a puntare sul software. Sta spingendo forte anche sull’hardware: tra i suoi piani c’è quello di sfidare direttamente Nvidia nel campo dei chip per intelligenza artificiale, mettendo a disposizione i propri Tpu (Tensor Processing Unit). Alcune grandi aziende tech, come Meta, sembrano già interessate a noleggiare questi chip o a usarli per i propri data center nel 2027. Se l’accordo andrà in porto come molti ipotizzano, sarà un segnale chiaro: Alphabet vuole essere un protagonista attivo dell’intera “catena del valore” dell’AI. Ma non è solo questione di chip o di modelli: l’intera strategia di Alphabet oggi si basa su un’integrazione “full stack” dell’AI, dai data center fino agli utenti finali. Google Search, YouTube, Workspace, cloud, e altri servizi: tutto viene potenziato da intelligenza artificiale, alimentando nuove entrate e consolidando la posizione dominante del gruppo.
Numeri e fondamentali: non è solo hype
Dietro a questa corsa ci sono anche solide basi finanziarie. Nel terzo trimestre del 2025, Alphabet ha registrato ricavi per circa 102,35 miliardi di dollari, superando le stime degli analisti, e un utile rettificato per azione di 3,1 dollari, molto al di sopra delle attese. La divisione Google Cloud, che per anni era rimasta in ombra rispetto a competitor come Amazon Web Services o Microsoft Azure, ora è un motore di crescita: i ricavi sono in forte aumento e l’adozione di prodotti AI da parte di aziende e organizzazioni sembra decollare. In un recente trimestre, il business cloud è cresciuto più del 30%. Secondo molti analisti, i fondamentali di Alphabet non sono mai stati così solidi: flussi di cassa robusti, multipli ragionevoli rispetto al potenziale di crescita e una strategia ben radicata su più fonti di guadagno.
Un nuovo grande cliente: la Nato sceglie Google Cloud
A rafforzare ulteriormente l’immagine di Alphabet come leader non solo nel mondo consumer ma anche in quello enterprise e istituzionale, è arrivata una notizia di peso: Google Cloud ha firmato un contratto multimilionario con la Nato Communication and Information Agency. L’accordo prevede la fornitura di capacità di cloud sovrano e altamente sicuro per il centro Nato conosciuto come Joint Analysis, Training and Education Centre. Il servizio scelto è Google Distributed Cloud, una soluzione “air-gapped”, cioè isolata completamente, che permette di portare infrastrutture cloud e capacità di intelligenza artificiale in ambienti protetti e isolati, rispettando i rigidi requisiti di sovranità digitale della Nato. Questo risultato testimonia non solo la fiducia nelle tecnologie di Google, ma anche la sua credibilità come partner affidabile per missioni complesse. Questo tipo di contratti può aprire la strada ad opportunità ancora più grandi: se istituzioni, governi e organizzazioni globali cominceranno a usare l’AI e il cloud di Google, il potenziale di crescita per Alphabet non conoscerà limiti, o perlomeno, ne conoscerà molti meno di quanto si pensasse fino a pochi mesi fa.
Perché Alphabet sta “fuori dal coro”
L’andamento di Alphabet nel 2025 è ancora più impressionante se lo si confronta con quello delle altre big tech e, soprattutto, con l’andamento del mercato in generale. Mentre molte azioni tecnologiche hanno visto flessioni o correzioni, in parte per il timore che le valutazioni fossero troppo gonfiate rispetto ai guadagni reali, Alphabet ha sfidato i venti contrari, accelerando. Il Nasdaq, l’indice che raccoglie molte delle big tech, ha avuto un andamento molto più modesto (+20% circa da inizio anno). Questo risultato la pone oggi in una posizione particolarmente ambita: tra le poche aziende che potrebbero presto tagliare il traguardo dei 4 000 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Ma è tutto rose e fiori? I rischi da non sottovalutare
Certo, non si può parlare di un successo senza riconoscere le sfide che ancora attendono Alphabet. In primis, la concorrenza nell’AI. Compagnie come OpenAI, Meta, Microsoft, Anthropic continuano a innovare e spingere. Se uno di questi competitor lanciasse un modello davvero rivoluzionario, potrebbe spostare rapidamente l’equilibrio di potere. Un’altra questione è la regolamentazione. Google, e quindi Alphabet, è da tempo nel mirino delle autorità per pratiche anticoncorrenziali, specialmente per il suo dominio nella ricerca. Anche se recenti decisioni legali negli Stati Uniti hanno alleggerito il rischio di smembramento dell’azienda, non è detto che regolatori, in futuro, non tornino all’attacco. Infine, il mercato è volatile. È vero che oggi Alphabet gode del vento in poppa, ma le valutazioni sono molto alte e la pressione sugli utili resta forte. Se qualcosa dovesse andare storto — un flop di un prodotto IA, una perdita di quote pubblicitarie, una crisi macroeconomica — gli investitori potrebbero reagire duramente.
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