Negli ultimi giorni, Apple è diventata il simbolo perfetto di quanto la politica possa influenzare i mercati finanziari. In particolare, le scelte dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in materia di dazi doganali, hanno scatenato forti reazioni a Wall Street, con il titolo del colosso di Cupertino che ha vissuto una straordinaria volatilità.
In meno di una settimana, il valore delle azioni è crollato, poi è rimbalzato in modo spettacolare, e infine è tornato a scendere bruscamente. Un’oscillazione continua che racconta non solo la fragilità dei mercati, ma anche le difficoltà che le grandi aziende globali affrontano quando la politica commerciale diventa imprevedibile.
Il primo crollo: il mercato teme per il futuro
Tutto è cominciato con una serie di sedute negative in Borsa, in cui il titolo Apple ha registrato la sua peggiore performance dal 2000. In appena quattro giorni, le azioni sono scese così tanto da far perdere temporaneamente all’azienda il titolo di più capitalizzata degli Stati Uniti, superata da Microsoft.
Il motivo? I mercati temono l’impatto delle tariffe doganali su prodotti importati dalla Cina, dove Apple produce gran parte dei suoi dispositivi, dagli iPhone agli iPad, passando per Mac e AirPods. Gli investitori hanno cominciato a domandarsi se l’azienda riuscirà a mantenere i suoi margini di profitto in un contesto in cui i costi di produzione potrebbero salire vertiginosamente.
Il rimbalzo da record: una boccata d’ossigeno
Il colpo di scena è arrivato il 9 aprile, quando l’amministrazione americana ha annunciato una pausa di 90 giorni nell’applicazione dei dazi su molte importazioni, con l’eccezione della Cina. Anche se la Cina è rimasta nel mirino, la sospensione parziale è stata sufficiente a rilassare i mercati, che hanno reagito con entusiasmo.
Il 9 aprile, quindi, le azioni Apple hanno registrato un balzo del 15%, guadagnando in un colpo solo oltre 400 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. Si è trattato della migliore giornata in Borsa per Apple dal gennaio del 1998, quando Steve Jobs era appena tornato alla guida dell’azienda e l’iPod non esisteva ancora. Per dare un’idea: nel 1998, Apple valeva appena 3 miliardi di dollari. Oggi, dopo il rimbalzo, ha toccato quota 2.987 miliardi.
Non solo Apple ha beneficiato della notizia: l’intero comparto tecnologico americano ha reagito con forza. Il Nasdaq Composite, indice che raccoglie le principali società tech, ha chiuso la giornata con un +12%, la seconda miglior performance della sua storia.
Le nuove mossa: spostare la produzione e voli charter
Anche se la pausa temporanea dei dazi ha calmato gli animi, l’amministrazione Trump ha poi confermato un nuovo aumento delle tariffe, arrivato ora al 145%, per i prodotti provenienti dalla Cina. Una misura che ha costretto Apple a ripensare rapidamente la propria catena produttiva.
Secondo fonti raccolte da Reuters, Apple ha intensificato la produzione in India, dove il dazio applicato è molto più contenuto, intorno al 26%. Nel tentativo di aggirare le nuove tariffe, l’azienda ha trasferito circa 600 tonnellate di iPhone, pari a circa 1,5 milioni di dispositivi, dall’India agli Stati Uniti.
A partire da marzo, sei voli charter hanno trasportato carichi completi di iPhone verso gli USA, e uno di questi voli è partito proprio questa settimana, in contemporanea con l’entrata in vigore delle nuove tariffe contro la Cina. Si tratta di una vera e propria manovra logistica d’emergenza, che mostra come la globalizzazione sia vulnerabile ai cambiamenti improvvisi delle regole del commercio internazionale.
Nuovo crollo: la fiducia resta fragile
Ma la tregua è durata poco. Il giorno successivo al grande rimbalzo, il 10 aprile, Apple è tornata a perdere terreno, chiudendo la seduta con un calo del 4,24%. Gli investitori, pur sollevati dalla pausa temporanea dei dazi, restano ancora molto cauti. La minaccia delle tariffe sulla Cina incombe, e le misure straordinarie prese dall’azienda (come i voli charter) non bastano a cancellare i timori sul lungo periodo.
Inoltre, la produzione in India è ancora limitata rispetto a quella cinese, e non è detto che Apple possa riorganizzare l’intera filiera in tempi brevi. Il rischio è che, se la guerra commerciale dovesse intensificarsi, l’azienda si trovi a dover alzare i prezzi dei suoi prodotti o a vedere erosi i suoi profitti.
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