“Come risultato di un voto pubblico che ha coinvolto più di 37 mila persone, siamo lieti di annunciare la parola dell’anno”. Con questa solenne premessa, la Oxford University Press, la più grande casa editrice universitaria al mondo, specializzata nella pubblicazione di opere accademiche, educative e di riferimento, ha annunciato il suo verdetto.
Perché di verdetto si tratta, vista la scelta, emersa in una lista di sei parole che erano approdate in finale. Le altre erano demure, dynamic pricing, lore, Romantasy, slop, il cui significato ci si può sbizzarrire a ricercare, visto che sono difficilmente traducibili con una singola parola o locuzione.
Verdetto, perché non c’è da sfregarsi le mani se la parola dell’anno è brain rot. Questa, secondo l’Università di Oxford, è la parola che “riflette gli stati d’animo e le conversazioni che hanno contribuito a plasmare l’anno passato”.
Chi è gentile traduce rot come deterioramento, ma in realtà si tratta proprio di marciume. Basta risalire all’origine dell’espressione, che si ritrova per la prima volta nel libro Waldendi Henry David Thoreau, del 1854. Qui Thoreau criticava la tendenza della società a svalutare le idee complesse, a vantaggio di quelle più elementari e semplici, un segno, secondo l’autore, dell’inevitabile declino mentale e intellettuale: “Mentre l’Inghilterra si preoccupa di prevenire il marcire delle patate, perché non ci impegniamo a curare il marciume del cervello, che ‘prevails so much more widely and fatally?’ – prevale in modo più vasto e fatale?”, si chiedeva Thoreau.
Oggi lo sappiamo, brain rot si riferisce “alla conseguenza di un consumo eccessivo di materiale (in particolare di contenuti online) considerato banale o poco impegnativo”. È una condizione di affaticamento mentale, perdita di attenzione e declino cognitivo causata dall’esposizione prolungata a contenuti digitali superficiali e ripetitivi. Fenomeni come il doomscrolling — la compulsiva ricerca di notizie negative — e l’uso eccessivo di slang e memevirali sono manifestazioni comuni di questa condizione, soprattutto tra le generazioni più giovani.
Ma è vero che i social media fanno “marcire il cervello”?
Gli articoli e le ricerche sul tema sembrano appassionare, visto il numero infinito di pubblicazioni, accademiche e non, che fanno capolino sui media di tutto il mondo. La risposta alla domanda arriva dall’autorevole Nature: “Non letteralmente, anche se diversi studi hanno dimostrato che possono avere conseguenze negative sulla salute mentale: chi passa molte ore online tende a sperimentare ansia, stress, disturbi del sonno e cali di autostima”.
Il picco d’ansia negli adolescenti non ha precedenti storici
Non è un caso che uno dei libri nella classifica del New York Times bestseller si intitoli proprio The Anxious Generation (2024). Lo firma lo psicologo Jonathan Haidt. Sforna una collezione di dati e studi a dimostrazione che le ore passate sugli smartphone e sui social media, a scapito del gioco e dell’interazione fisica, stiano cambiando le connessioni neurali degli adolescenti e provocando il picco di ansia, depressione e infelicità documentato da tutte le statistiche dei centri per la cura mentale internazionali.
Deve essere un problema molto sentito se questo libro ha scalato la classifica di vendite quando è stato rilasciato un anno fa e da allora siede immancabilmente ai primi posti, settimana dopo settimana. Eh sì che gli Stati Uniti qualche problemino oggettivo, d’altro genere, lo stanno attraversando negli ultimi mesi.
La preoccupazione dei genitori statunitensi riecheggia nelle famiglie di tutto il mondo. La metà dei teenager americani dichiara di essere online “costantemente”, fenomeno e quantità di ore che sono raddoppiate, dunque, in meno di un decennio.
Altri scienziati citati da Nature criticano il legame tra l’utilizzo dei cellulari e la depressione, perché non ci sarebbero supporti scientifici sufficienti a determinarlo con certezza. L’articolo di Nature, dunque, è ben argomentato e arricchito da ricerche con differenti nuances di interpretazione. Soprattutto, al centro del dibattito ci sono i proverbiali “uovo e gallina”.
Sono i social media a causare depressione o chi è depresso usa i social di più?
È, in sintesi, la domanda ricorrente. Chi muove questa domanda, soprattutto, ritiene che il focus sull’utilizzo compulsivo della tecnologia non serva che a distrarre gli scienziati e i politici da altri elementi che minano la felicità degli adolescenti: vale a dire la povertà, l’ineguaglianza, la discriminazione, la violenza.
“We have young people in crisis, and part of it might be technology,” sostiene Amy Orben, esperta di salute mentale digitale all’Università di Cambridge. “Ma non dimentichiamoci delle altre aree che davvero influenzano la salute mentale e che non stanno ricevendo l’attenzione che meritano”.
Va detto che il problema non si può limitare agli adolescenti, se, come ci racconta lo studio di Ernst & Young, il 36% degli italiani trascorre più tempo sui social network che a interagire con gli amici. In questo caso la sovraesposizione digitale è stata studiata su un campione di mille famiglie in Italia e ventimila a livello globale.
Smetto quando voglio?
C’è poi chi si immerge nella ragione chimica della dipendenza. L’uso dei social media rilascia una scarica di dopamina, il neurotrasmettitore responsabile delle sensazioni di ricompensa e realizzazione. È il motivo per cui proviamo appagamento dopo aver scrollato infiniti video, ricevuto un like o un commento a un nostro post. Il problema è che più dopamina riceviamo, più ne vogliamo. Più si usano i social media, più diventa difficile per il cervello resistere. È così che possiamo diventare dipendenti dai social proprio come da droghe, alcol e gioco d’azzardo, ci spiega un pezzo della testata The Conversation.
Non mancano i pezzi sulla disintossicazione, o detox digitale, con consigli e dosaggi di accesso allo smartphone.
Il sintomo di un vuoto più grande
Tutto molto bello e condito dalla pericolosità di contenuti per ragazzi che incitano a comportamenti dannosi o autolesionisti, nonché al bodyshaming o all’imbarazzo per il proprio corpo imperfetto di fronte a modelli irraggiungibili e tanti altri temi di cui si dibatte da qualche tempo, anche se non abbastanza.
Quello che appare trascurato, anche se non assente del tutto, è il tema più ampio, anzi sono due. Visto che questa rubrica si intitola Economy and Mind, partiamo dai dati economici.
Le grandi aziende tecnologiche come Meta, TikTok, Google, Apple e altre sono spesso accusate di sfruttare strategie fiscali aggressive per ridurre significativamente il loro carico fiscale a livello globale. Lo spostamento dei profitti verso giurisdizioni a bassa tassazione, l’uso di deduzioni specifiche e la minimizzazione delle imposte attraverso strutture societarie complesse sono solo alcuni esempi. The Guardian riporta che, secondo un rapporto della Fair Tax Foundation, sei delle principali aziende tecnologiche statunitensi — Amazon, Meta, Alphabet (Google), Apple, Microsoft e Netflix — sono accusate di aver evitato quasi 278 miliardi di dollari in tasse negli ultimi dieci anni. Queste aziende avrebbero pagato un’aliquota fiscale effettiva media del 18,8%, ben al di sotto dell’aliquota statutaria statunitense del 29,7%.
L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha proposto un’aliquota minima globale del 15% per le multinazionali, con l’obiettivo di ridurre la concorrenza fiscale tra paesi e garantire che le aziende paghino una quota equa di tasse ovunque operino.
Per limitarsi all’Italia, basti ricordare che la Procura di Milano ha condotto un’indagine su Meta Platforms Ireland Limited, accusando la società di non aver versato l’IVA per oltre 887 milioni di euro tra il 2015 e il 2021. L’accusa si basa sull’idea che l’accesso gratuito a Facebook e Instagram comporti uno scambio di valore: gli utenti forniscono dati personali che Meta utilizza a fini commerciali, configurando così una “permuta” soggetta a tassazione.
Se questo è il primo tema che gli studi trascurano, ce n’è un altro legato a doppio filo al brain rot, ed è la depressione indotta dal senso di impotenza che i conflitti, i genocidi e le grandi tragedie internazionali portano alla ribalta.
C’è oggi una possibilità senza precedenti di assistere a scene di oppressione, morte per bombe e morte per fame che abbiamo tutti “a portata di dito”, sul nostro telefonino, senza che nessuno faccia nulla per risolvere i drammi e le ingiustizie.
I social media, dunque, senza che questo li assolva, vanno a riempire un vuoto di leadership e di modelli di giustizia, intorno al quale i giovanissimi inevitabilmente alimentano la loro depressione e la loro mancanza di senso sul futuro.
Questa combinazione di sovraccarico informativo, esposizione a contenuti superficiali e mancanza di azione concreta di fronte a crisi umanitarie contribuisce a una sorta di anestesia morale collettiva. Il brain rot diventa così non solo un problema individuale, ma un fenomeno sociale che indebolisce la nostra capacità di empatia e di risposta etica.
Puntare il dito contro la sovraesposizione digitale è doveroso, ma in questo squarcio di secolo, forse, l’umanità è chiamata a invertire la rotta anche e soprattutto nel mondo reale. E l’assenza di leadership efficace, disinteressata e che fornisca modelli ispiratori, è sotto gli occhi di tutti.
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