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04/10/2024

Come sbaglio tutto, guardandoti in faccia. Il potere dei volti nelle decisioni

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Nonostante la convinzione di operare scelte razionali, la verità è che siamo guidati in gran parte dalle emozioni. Chi lavora nella consulenza finanziaria lo sa bene: anche le decisioni che appaiono come le più fredde, sono influenzate da meccanismi emotivi che annebbiano la ragione. Insomma, fin qui nulla di nuovo. C’è ora un riscontro scientifico in più, a validare a questa affermazione.  Perfino i tratti del volto di chi abbiamo davanti attivano meccanismi cerebrali che sfuggono dal nostro controllo. Nuotiamo in un mare infinito di pregiudizi. E la prima bracciata la attiviamo con uno sguardo.

 

Una rappresentazione neurale multidimensionale del volto

 

Un recente studio pubblicato nel Journal of Neuroscience rivela che il nostro cervello elabora i tratti facciali per formare giudizi sull’affidabilità degli individui.

 

L’articolo è estremamente tecnico. A multidimensional neural representation of face. In sintesi, i ricercatori, avvalendosi della neuro imaging, registrano la rappresentazione dei tratti facciali da parte nostra. In una specifica area, associata all’elaborazione concettuale generale,  il nostro cervello crea automaticamente impressioni basate su due dimensioni chiave: affidabilità e dominanza, considerate adattive dal punto di vista evolutivo. Attenzione: automaticamente: la nostra coscienza non è coinvolta né la nostra capacità di scelta: etichettiamo i volti, senza che noi ne siamo pienamente consapevoli. In questo modo formiamo i nostri pregiudizi, sia nel bene che nel male, alla prima occhiata.

 

Non serve una laurea in neuroscienze per comprendere che implicazioni abbia questo nostro modo di giudicare, e che importanza abbia chi comunica un messaggio, aldilà della validità del messaggio stesso.

 

Questo è particolarmente evidente nelle scelte elettorali, che spesso appaiono inspiegabili.

 

Il meccanismo della decisione è analizzato da sociologi, politici, psicologi da secoli ma questo tassello aggiuntivo sulla reazione cerebrale innestata dai volti, aggiunge un elemento scientifico a ciò che già appariva dall’osservazione empirica.

 

Gli adulti di oggi sono eterni bambini?

 

A influenzare le nostre scelte è anche la nostra cultura. Un libro recensito sull’Economist lancia una provocazione: Is Western Culture stopping people from growing up? La cultura occidentale sta rallentando la maturazione degli individui? Siamo tutti affetti dalla sindrome di Peter Pan e non vogliamo crescere?

Keith Hayward, criminologo dell’Università di Copenaghen, sostiene questa tesi e suggerisce che molti giovani oggi siano più simili a “bambini spaventati” che ad adulti pronti a fronteggiare il mondo. Anche il cinema moderno contribuisce a questa narrativa, celebrando un’immaturità che sta diventando norma- recita il pezzo.  Nel suo libro, Hayward cita diversi episodi a conferma. Siamo in un ufficio: c’è un responsabile, un “capo”, come si dice in gergo, che corregge una giovane dipendente: “Non c’è una P in questa parola hamster “, le fa notare.  “ma la giovane – si legge sull’Economist –  sui vent’anni, risponde: “è così che lo scrivo io. Il capo allora propone di consultare un dizionario. La dipendente invece cosa fa? Chiama sua madre, la mette in vivavoce e, tra le lacrime, insiste perché la donna dica al capo di non essere così cattivo con lei.

Insomma la dipendente sembra aver assorbito il concetto de “la mia verità”, per razionalizzare le proprie convinzioni e proteggerli dalle critiche basate sui fatti.

 

Critica generazionale: Un ciclo senza fine

 

L’Economist dunque illustra le tesi del criminologo per confutarle: Forse il motivo per cui i giovani trovano lavoro tardi e hanno figli in età più avanzata rispetto alle generazioni precedenti e che rimangono più  a lungo nel sistema educativo. Oggi il 40% degli americani con più di 25 anni ha una laurea, rispetto all’8% nel 1960.e questo è positivo. E, conclude il pezzo: etichettare un’intera generazione come eterni bambini è molto riduttivo.

 

Questa, detto tra noi, è una tentazione che si ripete nel tempo. Le generazioni più anziane hanno sempre criticato i giovani, usando questo argomento per non affrontare i propri necessari cambiamenti e non cedere il timone.

 

Turisti, siete troppi e non vi amiamo più

 

A proposito di cambiamento, un incredibile numero di articoli riguarda il ribaltamento di prospettiva sul turismo. Si sta scatenando una rivolta globale contro l’eccesso di turisti. 

 

E’ stato coniato l’immancabile neologismo per definirle: Overtourism. Ma come? Non sono i viaggiatori quella chimera da invocare, invogliare, coccolare? Nel prossimo decennio l’industria turistica rappresenterà oltre il 12% della forza lavoro globale. E’ la stima del World travel and Tourism Council. 

 

I residenti stanno alzando la voce . A Barcellona, manifestazioni creative – riportate da Bbc – come l’utilizzo di pistole ad acqua contro i  turisti, segnalano un crescente malcontento.  A look at the chaos of overtourism titola Associated Press. In Grecia si è adottato un approccio più graduale e privo di giocattoli, ma anche qui la popolazione non scherza. Reuters racconta che la mancanza di alloggi e l’aumento del costo della vita hanno spinto il paese a vietare nuove licenze nel centro di Atene per affitti a breve termine, che ora vengono tassati di più.

 

Per affrontare la questione, Ondrej Mitas, psicologo del turismo all’Università di Breda, propone una redistribuzione dei flussi turistici che devono essere invogliati a visitare i luoghi meno gettonati.  Bloomberg illustra le sue iniziative. Dove l’esperimento è stato svolto  gli stessi turisti hanno registrato un tasso di soddisfazione molto alto.

 

Sulla testata Birmingham live è lo stesso studioso a spiegare che il prossimo passo deve essere nel creare una vera e propria pianificazione e gestione a livello istituzionale, così che non sia il singolo a scegliere a casaccio dove andare, creando problemi di sovraffollamento, rifiuti, acqua e traffico ingestibili. Pur essendo consapevole che l’inquinamento da jet privati ha un impatto maggiore sull’ambiente anche di migliaia di passeggeri che scelgono voli a basso costo, indubbiamente anche il tema dell’erosione delle risorse è alla base delle proteste.

 

Urgente ripensare il turismo, dunque, soprattutto per la sensibilità europea, che è molto più ricettiva ai segnali che possono compromettere la qualità della vita.

 

Il Guardian dunque mette in evidenza le scoperte di due fisici del Sony Computer Science Laboratories di Roma (cervelli che il mondo celebra e valorizza, mentre noi spesso li ignoriamo e sottopaghiamo). L’Europa supera gli Stati Uniti per città vivibili e percorribili.  Questo il titolo di un pezzo che parla di algoritmi e uguaglianza, in realtà. Vi si legge: I ricercatori hanno utilizzato dati aperti per calcolare la distanza media che le persone devono percorrere a piedi o in bicicletta per raggiungere i servizi essenziali, come supermercati, scuole, ospedali e parchi, e hanno determinato la percentuale di residenti che hanno queste necessità a portata di mano.”Quando abbiamo esaminato i risultati, siamo rimasti stupiti da quanto siano diseguali”, ha detto Matteo Bruno, fisico  e autore con Hygor Piaget dello studio. La maggior parte degli europei è abituata a poter camminare da un luogo all’altro nelle proprie città. Per chi vive in Nordamerica, questo è una fantasia.  I ricercatori hanno selezionato 54 città . Le città europee di media dimensione – hanno concluso – come Zurigo, Milano, Copenhagen, Dublino, hanno servizi essenziali accessibili entro 15 minuti per oltre il 95% dei residenti. Ribaltando la classifica compaiono nomi come Dallas, Atlanta, Detroit, San Antonio, insomma gli Stati Uniti, caratterizzati da una forte dipendenza dalle automobili. 

 

Sfide Ambientali: stiamo andando all’indietro

 

Tuttavia, il cambiamento non è semplice. Come riportato dal New York Times, le crisi globali, dalle guerre alle sfide ambientali, pongono ostacoli enormi alla cooperazione internazionale. 

 

Anche quando i politici dimostrano di voler affrontare il tema, si trovano di fronte a un mondo molto diverso da quello di 10 anni fa, quando nazioni ricche e povere trovarono un modo per unirsi, sebbene in modo insoddisfacente, con un patto globale. Oggi constatiamo che i paesi ricchi, che avevano prosperato grazie alla combustione di carbone, petrolio e gas, non hanno mantenuto le loro promesse finanziarie di aiutare i paesi poveri a distaccarsi dei combustibili fossili, come previsto dagli accordi di Parigi del 2015.  La spirale crescente di guerre dall’Ucraina, a Gaza e ora in Libano, è diventata un ostacolo al consenso globale sul clima.

 

 

Credits

Immagine: Pixabay

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