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11/07/2025
E se fare di più ci costasse di meno? La lezione di un paesino di milionari

E se fare di più ci costasse di meno? La lezione di un paesino di milionari

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Quella di Quincy, cittadina della Florida, non è solo una storia di buon investimento, anche se spesso viene raccontata così. A noi quell’aspetto non interessa, e certo non la riportiamo per spingere a comprare azioni, ma è un caso di studio nelle università di Economia, e in questi giorni è stata ripresa da diverse testate internazionali. Una vicenda che si allaccia a riflessioni e scoperte in ambito neuroscientifico. Per il nostro punto di osservazione, è proprio la dimostrazione di come superare i propri blocchi e i propri standard mentali e andare oltre la zona di comfort possa portare a risultati straordinari, impensabili in condizioni normali. Negli anni della Grande Depressione, quando la povertà colpiva duramente l’America, Quincy viveva le stesse difficoltà del resto del Paese, decisamente drammatiche.

 

Un banchiere locale, Pat Munroe, notò che la gente, nonostante le ristrettezze economiche esasperate dal contesto, continuava a spendere qualche centesimo per un bicchiere di Coca-Cola. Convinto che, se investito con giudizio, quel piccolo gesto avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di molto più grande, spinse i suoi concittadini a convertire la “bevuta” in azioni della Coca-Cola. Quel movimento minimale, moltiplicato nel tempo, cambiò radicalmente il destino della città. 

 

Fare qualcosa di controintuitivo può sembrare assurdo: lì ci aspettano grandi risultati

 

Le famiglie coinvolte non erano investitori professionisti: contadini, insegnanti, commercianti. Spingendoli ad acquistare azioni, anche facendo debiti, il banchiere li ha fatti uscire dal loro standard abituale. Non avevano certo il profilo dell’investitore tradizionale. Erano gli anni Venti del secolo scorso. Duemila dollari di allora hanno generato rendimenti che oggi si contano in centinaia di milioni. E lui era completamente in buona fede. La città oggi è diventata la realtà con il reddito pro capite più alto degli Stati Uniti. “Una realtà che supera la fantasia”- apre così uno degli articoli del Glass Almanac. Questa storia solleva una domanda: e se la nostra “comfort zone” fosse anche il nostro freno più grande? 

 

Ci fermiamo spesso nel punto sbagliato 

 

Una serie di altri articoli e blog delle testate internazionali parlano di “standard”. Ci si riferisce al conformismo interiore che tutti, inconsapevolmente, alimentiamo ogni giorno. In sostanza: ci stiamo costantemente privando di qualcosa perché ci fermiamo nel punto sbagliato. Per qualche motivo siamo abituati a fermarci a un certo punto, e quel punto è diventato come un cartello di stop. Come nelle palestre, se aggiungiamo alla nostra serie, due ultime ripetizioni – quelle che ci spaventano – sono quelle che fanno davvero la differenza. Perché fermarsi lì, quando un piccolo sforzo in più può moltiplicare i risultati? 

 

Fare di più rende tutto più facile, non più faticoso 

 

Quelle ultime ripetizioni hanno caratteristiche diverse dalle precedenti: costituiscono il 10 % dello sforzo totale e rendono come il restante 90%.

Spesso aggiungere un po’ di più rende tutto più facile, non più difficile perché a quel punto le ricompense crescono molto più rapidamente rispetto allo sforzo aggiuntivo.

Ognuno di noi ha standard abituali per tutto: quanto dormire, quanto tempo passare davanti allo schermo, quanta dedizione al lavoro, quanto essere proattivi nelle amicizie, quante notizie consumare, quanto impegno tenere in ordine e pulito in casa.

 

Ecco perché alcune persone fanno molto meglio in un campo. È facile attribuire il successo altrui alla fortuna, al talento o al nepotismo. In realtà, a volte, ciò che per te è “sforzo extra” agli altri potrebbe sembrare assolutamente necessario, e ciò che per te appare come risultato eccezionale potrebbe essere il loro punto di partenza. Quindi, hanno già scoperto questo meccanismo che aiuta a vivere la vita con meno blocchi e meno stress.

 

 Per ogni standard che adotti, potrebbe esserci un notevole picco di rendimento poco oltre

 

Il disagio che proviamo uscendo dalla zona di comfort non è solo mentale: è chimico, parte dall’amigdala che interpreta il cambiamento come un pericolo. L’area deputata a mantenerci a nostro agio con strategie evolutive pensate per difenderci da predatori o minacce fisiche: aumento del battito cardiaco, tensione muscolare, pensiero “automatico”. Tuttavia, queste reazioni continuano a scattare anche in contesti moderni innocui. In un pezzo di Today’s Psychologist, la dottoressa Britney Jones spiega come utilizzare le conoscenze delle neuroscienze a proprio vantaggio, per superare i propri limiti.

 

Ricordiamoci che in quelle situazioni, non stiamo affatto rischiando la vita, non è in gioco la nostra sopravvivenza, per cui non ha senso lasciare che il corpo e la mente ritornino in quella modalità. Sapete chi è sovraccarico di stress, oggi?  I nipoti di quelle famiglie di Quincy che, nel 1920, decisero di non spingersi oltre, di non investire e, dunque, di non superare la loro zona di comfort.

 

 

Credits

Immagine: Wikipedia



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