Questa settimana partiamo dalla Danimarca, dove un fondo pensione vende 100 mln di Treasury Usa; poi la Slovacchia domina la produzione auto pro capite; infine il Galles valuta una legge per limitare le false dichiarazioni dei politici.
Sell America: fondo pensione danese scarica 100 milioni di Treasury Usa
Il fondo pensione danese AkademikerPension ha annunciato l’uscita dai Treasury statunitensi per un valore di circa 100 milioni di dollari, motivando la decisione con il deterioramento delle finanze pubbliche degli Stati Uniti. Lo riporta CNBC, che cita direttamente i vertici del fondo.
Secondo Anders Schelde, responsabile degli investimenti di AkademikerPension, alla base della scelta vi sono le “deboli finanze del governo Usa” e l’aggravarsi della crisi del debito americano, dopo decenni di spesa pubblica eccessiva. Il fondo prevede di aver liquidato completamente la posizione entro la fine del mese, ha confermato un portavoce a CNBC.
La decisione arriva in un contesto di forti tensioni geopolitiche tra Danimarca e Stati Uniti, dopo che il presidente Donald Trump ha rilanciato la minaccia di imporre dazi ai Paesi europei qualora Washington non ottenesse il controllo della Groenlandia, territorio autonomo danese. Schelde ha precisato che la scelta “non è direttamente legata allo scontro tra Usa ed Europa”, pur riconoscendo che il contesto politico non ha ostacolato la decisione.
Sul fronte macroeconomico, gli Stati Uniti hanno registrato nel 2025 un deficit di bilancio pari a 1.780 miliardi di dollari, solo leggermente inferiore a quello dell’anno precedente, anche a causa dell’impatto dei nuovi dazi commerciali, secondo i dati citati da CNBC. A maggio, Moody’s Ratings ha inoltre declassato il rating sovrano degli Stati Uniti da Aaa ad Aa1, richiamando il forte deficit e gli elevati costi di rifinanziamento del debito.
Le tensioni hanno avuto ripercussioni immediate sui mercati: i rendimenti dei Treasury sono saliti, mentre dollaro e azioni Usa hanno registrato cali e l’oro ha toccato nuovi massimi storici, in una seduta definita dagli operatori come “sell America”.
Secondo Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, i fondi sovrani potrebbero iniziare a ridurre l’esposizione verso gli asset statunitensi se gli Usa non venissero più percepiti come partner affidabili. “Alle guerre commerciali possono seguire guerre dei capitali”, ha avvertito Dalio al World Economic Forum di Davos, in un’intervista a CNBC.
La notizia dell’uscita di AkademikerPension dai Treasury è stata riportata per prima da Reuters.
Come la Slovacchia è diventata il primo produttore di auto pro capite al mondo
In una gigantesca fabbrica circondata dalle montagne innevate, le carrozzerie delle auto scendono dall’ascensore all’inizio della linea di assemblaggio. Sono appena state saldate dai 690 robot che lavorano nello stabilimento di Kia a Žilina, nel nord della Slovacchia. Poi intervengono gli operai, trasformando i gusci metallici in automobili pronte per il mercato: un’auto esce dalla linea ogni minuto.
Lo stabilimento, principale base europea di Kia, rappresenta un investimento di 2,5 miliardi di euro e può produrre 350.000 vetture all’anno. Accanto a Kia, anche Volkswagen, Stellantis e Jaguar Land Rover hanno impianti in Slovacchia, mentre Volvo aprirà nel 2027 una fabbrica di auto elettriche. Con 5,4 milioni di abitanti, il Paese produce quasi un milione di auto all’anno, più di qualsiasi altra nazione in rapporto alla popolazione.
Per i lavoratori, l’esperienza è spesso un’opportunità unica. Marcel Pukhon, 48 anni, racconta alla BBC: “Da bambino le auto erano la mia passione. Ora posso costruirle: è il lavoro dei sogni”. Per Simona Krnova, 23 anni, il lavoro non è ideale, ma rappresenta stabilità: “La metà della mia famiglia lavora qui, e mi piacciono le persone”. Gli stipendi medi nello stabilimento sono 2.400 euro al mese, superiori alla media nazionale di 1.403 euro, ma ancora inferiori alla media europea.
La storia dell’industria automobilistica slovacca parte dal crollo del comunismo. Durante la Cecoslovacchia socialista le auto erano scadenti e poco competitive. Dopo la Rivoluzione di Velluto del 1989, Volkswagen investì in Skoda, e altri produttori occidentali cominciarono a puntare su Slovacchia e Repubblica Ceca, attratti dai bassi salari e dall’alta produttività. Oggi il costo del lavoro slovacco resta circa il 60% di quello occidentale, ma con una forza lavoro qualificata e produttiva.
La Slovacchia offre vantaggi strategici: posizione centrale in Europa, energia a basso impatto ambientale e una rete di 360 fornitori per l’industria automobilistica, essenziale per l’efficienza produttiva. I mercati principali sono Regno Unito, Spagna, Italia e Germania, con Kia quarta marca più venduta nel Regno Unito dopo VW, BMW e Ford.
Gli incentivi governativi hanno sostenuto l’espansione: Kia ha ricevuto un credito d’imposta di 29 milioni di euro per convertire le linee verso i veicoli elettrici, su un totale di 108 milioni. Secondo il sindaco di Žilina, Peter Fiabane, la crescita dell’industria ha ridotto drasticamente la disoccupazione e oggi oltre 20.000 persone lavorano direttamente per Kia o per aziende collegate.
Anche il sistema educativo supporta il settore: 100 studenti della scuola tecnica di Žilina seguono un programma duale sponsorizzato da Kia, alternando studio e lavoro, mentre circa 400 laureati dell’Università di Žilina trovano ogni anno impiego nel settore automobilistico.
Altri Paesi dell’ex blocco orientale hanno attratto investimenti simili: Hyundai, Toyota e VW in Repubblica Ceca; Toyota, Stellantis e VW in Polonia; Audi, Mercedes-Benz e Suzuki in Ungheria; Ford e Renault in Romania; Ford in Serbia. Tutti attratti da salari competitivi, competenze industriali e formazione specializzata, fattori che hanno reso la Slovacchia un gigante dell’auto su scala mondiale.
Il divieto di mentire per i politici in Galles suscita timori per la libertà di espressione
Una proposta di legge del governo laburista gallese che renderebbe reato penale mentire durante le campagne elettorali ha acceso un duro dibattito nel Senedd, il Parlamento del Galles. Il provvedimento, riporta la BBC, ha superato il primo passaggio parlamentare, ma rischia di non ottenere il sostegno necessario senza profonde modifiche.
L’obiettivo dell’esecutivo è punire le dichiarazioni di fatto false o fuorvianti utilizzate per favorire un candidato, una misura che, secondo il governo, dovrebbe rafforzare “le fondamenta della democrazia gallese”. Tuttavia, anche esponenti della maggioranza laburista avvertono che il testo, così com’è, potrebbe trasformarsi in una “cattiva legge”, capace di limitare la libertà di espressione e il dibattito politico legittimo.
Due commissioni parlamentari trasversali hanno espresso giudizi fortemente critici. In particolare, la commissione legislativa ha segnalato il rischio che le norme consentano a un futuro governo di ostacolare seriamente il confronto democratico durante le elezioni, sottolineando l’assenza di una definizione chiara di cosa sia una dichiarazione “falsa o fuorviante” e la mancanza di una consultazione pubblica preventiva.
Il comitato incaricato di esaminare il testo, presieduto dal laburista David Rees, ha definito “straordinari” i poteri previsti dal disegno di legge, avvertendo che potrebbero avere conseguenze rilevanti e durature per chi ne fosse colpito. La maggioranza dei membri ritiene che, se non sarà possibile correggere il testo in tempi rapidi, la parte sulle dichiarazioni false dovrebbe essere eliminata.
Nel dibattito parlamentare, Adam Price di Plaid Cymru ha difeso l’iniziativa, sostenendo che l’opinione pubblica giudicherebbe duramente un eventuale passo indietro. Al contrario, conservatori e alcuni laburisti hanno accusato il governo di aver affrettato il provvedimento, rischiando di limitare un confronto politico legittimo.
Secondo quanto riferisce la BBC, la legge non entrerebbe comunque in vigore prima del 2030 e non sarebbe applicabile alle prossime elezioni di maggio. Il testo tornerà ora in commissione per una fase di emendamenti, mentre resta aperto il nodo centrale: come contrastare la disinformazione senza comprimere la libertà di espressione.








