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05/09/2025
Google salva Chrome, Alphabet vola: +9% a Wall Street

Google salva Chrome, Alphabet vola: +9% a Wall Street

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Immaginate se un giudice ordinasse a una delle aziende più potenti del mondo di vendere il suo prodotto di punta. È proprio quello che rischiava Google negli Stati Uniti: il Dipartimento di Giustizia americano aveva chiesto che l’azienda fosse costretta a separarsi dal suo browser Chrome, accusandola di aver costruito un monopolio illegale nel mercato della ricerca online. A inizio settembre, però, è arrivata la decisione del giudice federale Amit Mehta: Mountain View non dovrà cedere né Chrome né il sistema operativo Android. Una scelta che ha fatto esplodere di entusiasmo gli investitori. Il titolo della casa madre, Alphabet, ha chiuso la seduta del 3 settembre con un rialzo del 9,14%, uno dei balzi più forti della sua storia. 

 

La lunga battaglia legale

 

Per capire il valore di questa vittoria bisogna tornare indietro. Nel 2020 il governo statunitense, ancora sotto la presidenza Trump, aveva accusato Google di abusare della sua posizione dominante nella ricerca online. Il processo, iniziato nel 2023 sotto l’amministrazione Biden, si è basato su un’idea semplice: quando apriamo un iPhone, un Mac o un dispositivo Android, quasi sempre la ricerca predefinita è quella di Google. Questo accade perché l’azienda ha stretto accordi miliardari con produttori e sviluppatori, in particolare con Apple, che riceve circa 20 miliardi di dollari all’anno per mantenere Google come motore di ricerca di default. Secondo il Dipartimento di Giustizia, questa pratica soffoca la concorrenza e impedisce ad altri motori di ricerca di emergere. Per questo era stata chiesta una misura drastica: obbligare Google a vendere Chrome, così da indebolire il suo dominio.

 

Perché Chrome è così importante

 

Chrome non è solo un browser per navigare in rete. È uno strumento che permette a Google di collegare miliardi di utenti ai suoi servizi e, soprattutto, di raccogliere dati preziosi. Questi dati alimentano il suo sistema pubblicitario, che è la vera fonte di guadagno della società. Separare Google da Chrome avrebbe significato ridisegnare completamente il modello di business dell’azienda. Il giudice Mehta, però, ha stabilito che una misura del genere sarebbe stata sproporzionata. Ha riconosciuto che Google ha abusato della sua posizione dominante, ma ha anche chiarito che non è stato Chrome lo strumento usato per imporre restrizioni illegali. Per questo ha scelto una via intermedia: niente vendita forzata, ma nuove regole da rispettare.

 

Le nuove regole del gioco

 

Se Google ha evitato lo “spezzatino”, non può però fare finta di nulla. La sentenza stabilisce che l’azienda non potrà più firmare contratti esclusivi che obblighino i produttori a installare i suoi servizi in cambio dell’accesso a Google Play o ad altre licenze. Inoltre, dovrà condividere alcuni dati di ricerca con i concorrenti, come Microsoft o i nuovi attori dell’intelligenza artificiale, ad esempio OpenAI o Perplexity. Un altro punto cruciale riguarda Apple. Google potrà continuare a pagare per restare il motore di ricerca predefinito su iPhone e Mac. Tuttavia, Apple dovrà garantire agli utenti la possibilità di scegliere alternative, per esempio cambiando facilmente le impostazioni o offrendo modalità più rispettose della privacy.

 

La partita sull’intelligenza artificiale

 

Il giudice Mehta ha tenuto conto anche del contesto attuale. Oggi la concorrenza per Google non arriva solo da altri motori di ricerca tradizionali, ma anche da strumenti di intelligenza artificiale generativa. Chatbot come ChatGPT, Claude o Perplexity sono già usati da milioni di persone per ottenere informazioni senza passare da Google. Questa rivoluzione tecnologica, secondo la Corte, rende meno urgente una misura estrema come la vendita di Chrome, perché la concorrenza si sta muovendo da sola, spinta dall’innovazione.

 

Le reazioni dei mercati e dei critici

 

La Borsa ha reagito con entusiasmo. Il titolo Alphabet ha messo a segno un rialzo del 9,14%, mentre Apple è salita di quasi il 4%, beneficiando della certezza che continuerà a incassare miliardi dai suoi accordi con Google. Per gli investitori, la sentenza ha rappresentato un enorme sospiro di sollievo. Non tutti, però, sono soddisfatti. Alcuni concorrenti e gruppi di difesa della concorrenza hanno parlato di “colpo leggero”, sostenendo che le nuove regole non cambiano davvero la forza di Google. Critici come DuckDuckGo o Yelp ritengono che senza interventi più incisivi sarà difficile scalfire il potere del colosso californiano.

 

Un equilibrio instabile

 

La decisione del giudice Mehta segna un compromesso. Da un lato protegge Google da una frammentazione che avrebbe potuto avere effetti imprevedibili sull’intero settore tecnologico. Dall’altro introduce nuove condizioni per aprire spazi ai concorrenti e favorire una maggiore libertà di scelta per i consumatori. È un equilibrio delicato, che dovrà essere verificato nei prossimi anni. Una cosa, però, è chiara: almeno per ora Google ha vinto la sua battaglia più dura. E i mercati hanno celebrato questa vittoria con un rally che resterà a lungo nei grafici di Wall Street.



 

Credits

Immagine: Pixabay

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