Questa settimana partiamo dall’Afghanistan, dove il blackout digitale blocca economia e banche; in Nigeria i rapimenti frenano investimenti; negli USA cala la partecipazione femminile al lavoro. Come mai?
Afghanistan, il blackout digitale che paralizza l’economia
Il recente blackout di Internet imposto dai talebani in Afghanistan ha messo in luce quanto l’economia del Paese dipenda dalla connettività digitale. Riporta The Diplomat, dal 20 settembre, dopo il divieto di accesso alla fibra ottica in cinque province del nord, l’intero Paese è rimasto offline per circa due settimane (Fonte: Hamayun Khan, DW, 20/10/2025). La misura, motivata dai talebani come strumento contro “attività immorali”, ha avuto effetti devastanti su imprese, banche, istruzione e libertà femminile.
Secondo il Cost of Shutdown Tool di Netblocks, i blackout nazionali possono ridurre lo 0,5–1% del PIL al giorno. Con un’economia stimata in circa 16 miliardi di dollari, ogni giorno offline ha comportato perdite tra 22 e 44 milioni di dollari. Il settore privato, già fragile, ha subito interruzioni immediate: negozi su Facebook, piattaforme B2C come Aseel e servizi di consegna WhatsApp sono rimasti offline, eliminando redditi vitali per piccole imprese e artigiani, in particolare donne (DW, 2025).
Il blackout ha paralizzato anche il sistema bancario: transazioni online bloccate, bancomat offline e rimesse estere ferme, lasciando milioni di persone senza accesso ai fondi. Come segnala Khan Jan Alokozai, vicepresidente della Camera di Commercio afgana, “l’80% del business si svolge online — non allargate ulteriormente il divario tra cittadini e governo”. Ospedali in Pakistan hanno rinviato interventi perché le famiglie afghane non potevano trasferire denaro, evidenziando l’impatto sulla salute oltre che sulla finanza.
L’effetto sociale è stato altrettanto grave. Le donne, già escluse da scuole e uffici, hanno perso le poche opportunità economiche online, mentre studenti e piattaforme educative come SolaTeach hanno subito interruzioni nell’apprendimento a distanza (DW, 2025). “Spegnere Internet è l’ultimo passo verso arretratezza, ignoranza e distruzione”, ha denunciato una donna afgana in un video (DW).
La paralisi digitale ha avuto ripercussioni anche sugli investimenti e sulla credibilità internazionale. Come sottolinea l’economista Mir Shekab Mir, “i tagli alla fibra distruggono la credibilità dell’Afghanistan nei mercati regionali e rendono meno probabili partnership commerciali”. Il Jerusalem Post paragona il blackout alle tattiche isolationiste della Corea del Nord, accentuando il rischio-Paese.
Oltre all’impatto sociale, la sospensione ha paralizzato l’amministrazione statale: sistemi fiscali, doganali e pagamenti pubblici offline, ritardando raccolta delle entrate e stipendi. Anche dopo la riattivazione, molti servizi restano instabili, dimostrando la dipendenza critica del governo dalla rete digitale.
In sintesi, il blackout afghano rappresenta una sanzione auto-imposta: nel tentativo di controllo, i talebani hanno reciso i canali di commercio, istruzione e opportunità, accelerando l’isolamento economico di un Paese già fragile e aumentando il rischio di collasso infrastrutturale.
Nigeria, il business dei rapimenti: il rischio che frena capitali e investimenti
In Nigeria, i rapimenti a scopo di riscatto non sono più episodi isolati: sono diventati un fenomeno strutturale che influenza mercati, flussi di capitale e strategie aziendali. Le stime di agenzie private parlano di oltre 4.000 sequestri nel 2024, con riscatti pagati per centinaia di milioni di dollari. In un contesto già fragile, inflazione superiore al 27% e valuta in calo, la sicurezza privata è diventata un “costo operativo” essenziale per famiglie e imprese.
Le élite di Lagos, Abuja e Port Harcourt vivono in residenze blindate con sistemi CCTV, convogli armati e scorte private h24. Anche le aziende, dai piccoli imprenditori locali alle multinazionali, devono includere nei bilanci costi straordinari per sicurezza, assicurazioni “kidnap & ransom” e piani di emergenza. Il rischio è ormai una variabile economica concreta: non più un fenomeno sociale, ma un elemento che condiziona rendimenti e decisioni di investimento.
Dietro i sequestri non ci sono più soltanto bande improvvisate. Le reti criminali operano come imprese organizzate: gerarchie interne, specialisti in logistica, negoziazione e riciclaggio dei riscatti, spesso con collaborazioni interne tra dipendenti o ex agenti di sicurezza. Questa “professionalizzazione criminale” aumenta la prevedibilità dei guadagni illeciti e riduce le possibilità di intervento dello Stato.
Il risultato è un circolo vizioso: la scarsità di sicurezza pubblica scoraggia nuovi investimenti, la mancanza di sviluppo alimenta povertà e disoccupazione, e queste condizioni producono nuovi reclutamenti per gruppi criminali. Settori chiave come il petrolio e le infrastrutture restano operativi, ma il rischio operativo ricade sui manager locali e sui fornitori, i soggetti più esposti.
Anche la fuga di capitali è evidente: tra il 2021 e il 2024 oltre 10 miliardi di dollari sono usciti dal Paese, reinvestiti in immobili a Londra o Dubai, spesso con la motivazione dichiarata di “sicurezza personale”. Allo stesso tempo, il fenomeno dei rapimenti ha un impatto reale su agricoltura e logistica: zone rurali come Katsina e Zamfara registrano abbandono dei campi, aumento dei prezzi e contrazione dell’offerta interna.
Per gli investitori internazionali, la questione sicurezza non è più un problema di cronaca: è una variabile economica centrale. Finché la protezione resterà un bene privato, i capitali tenderanno a rimanere liquidi, evitando investimenti strutturali. La vera sfida per la Nigeria non è solo ridurre i rapimenti, ma ripristinare la fiducia dello Stato come garante della sicurezza, condizione imprescindibile per far decollare la crescita economica.
Perché le donne americane stanno lasciando il mercato del lavoro?
Perchè le donne negli Usa stanno lasciando il lavoro? Si chiede The Economist. Negli Stati Uniti sta tornando a crescere il divario tra uomini e donne nel mercato del lavoro. Dopo decenni di progressi e il recupero lampo post-pandemia, negli ultimi mesi qualcosa si è inceppato: mentre la partecipazione maschile resta stabile, sempre più americane stanno lasciando l’occupazione o smettendo di cercarla. Dal picco del 57,7% toccato nell’agosto 2024, il tasso femminile è sceso di quasi un punto percentuale, il che equivale a oltre 600mila donne in meno attive.
La spiegazione non sembra risiedere nella struttura dell’economia. I settori che hanno perso più posti di lavoro nell’ultimo anno — commercio al dettaglio, manifattura e trasporti — sono a prevalenza neutra o maschile. Al contrario, comparti tipicamente femminili come istruzione e sanità stanno continuando ad assumere.
C’è allora chi legge nella tendenza un fenomeno culturale come The Economist: sui social prolifera la figura delle “tradwives” (donne che abbracciano un modello di moglie e madre tradizionale, dedita alla casa e non al lavoro retribuito), suggerendo un ritorno a ruoli più conservatori. Ma anche questa chiave di lettura rischia di essere fuorviante. I dati del Census Bureau indicano che non diminuisce il numero di madri lavoratrici: anzi, sono più di due anni fa. A calare è la percentuale, perché sta aumentando il numero delle donne con figli piccoli.
Il motivo potrebbe essere un mini baby boom post-pandemico. Molte coppie hanno rimandato il matrimonio durante il covid, recuperando nel 2022; oggi stanno arrivando i figli di quelle nozze. È quindi probabile che una parte delle donne rientri nel mercato del lavoro dopo il congedo maternità.
Resta però un’incognita decisiva: il ritorno obbligatorio in ufficio. Durante la pandemia lo smart working aveva facilitato la conciliazione tra cura familiare e occupazione. Oggi, con molte aziende che impongono la presenza in sede, il rischio è che il rientro sia più difficile per le neomadri. Se il boom delle nascite incrocerà politiche aziendali poco flessibili, la recente flessione potrebbe trasformarsi da episodio temporaneo a trend di lungo periodo.








