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Finanza in Page

04/04/2025

Il Brasile vincitore nella guerra dei dazi, boom delle rimesse dei migranti latinoamericani e il business dei macachi delle Mauritius

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Questa settimana partiamo dal Brasile, probabile vincitore della guerra commerciale. Poi ci spostiamo negli Stati Uniti, dove il timore delle deportazioni spinge i migranti latinoamericani a inviare rimesse record nei loro paesi d’origine. Arriviamo a Mauritius, leader mondiale nell’export di macachi

Il Brasile vince nella guerra commerciale: boom dell’export verso la Cina

Secondo il Wall Street Journal, il Brasile si sta affermando come uno dei grandi vincitori della guerra commerciale globale, grazie alla sua posizione dominante nel mercato delle materie prime. Con la Cina che ha imposto dazi sulle importazioni agricole dagli Stati Uniti, il paese sudamericano ha colto l’opportunità di rafforzare il proprio ruolo di fornitore chiave per Pechino, incrementando le esportazioni di soia, carne e cotone.

Le tensioni tra Washington e Pechino hanno spinto la Cina a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, facendo del Brasile il principale beneficiario di questo cambiamento. Nel primo trimestre del 2025, il Brasile ha esportato 22,8 milioni di tonnellate di soia, di cui ben 17,7 milioni dirette alla Cina (Reuters). Questa tendenza, come evidenziato dal Wall Street Journal, potrebbe rafforzare ulteriormente il settore agricolo brasiliano nei prossimi anni.

Oltre alla soia, anche le esportazioni brasiliane di cotone, carne bovina e pollo stanno registrando un’impennata grazie alla crescente domanda cinese. Gli allevatori e i produttori brasiliani stanno aumentando la produzione per rispondere alle esigenze del mercato asiatico, mentre gli Stati Uniti vedono ridursi la loro quota nelle importazioni cinesi (Reuters).

Il ministro delle Finanze Fernando Haddad ha sottolineato come il Brasile, pur mantenendo solidi rapporti sia con la Cina che con gli Stati Uniti, stia accelerando le trattative per un accordo commerciale tra Mercosur e Unione Europea, ampliando così ulteriormente le proprie opportunità di esportazione (Financial Times).

Come riportato dal Wall Street Journal, la capacità del Brasile di adattarsi rapidamente ai mutamenti del commercio internazionale lo sta posizionando tra i principali vincitori della guerra commerciale globale. Con una domanda cinese in forte crescita e una strategia di espansione sui mercati europei, il paese potrebbe consolidare il suo status di potenza agricola e commerciale nei prossimi anni.

Boom delle rimesse: i migranti latinoamericani trasferiscono più denaro che mai

Il timore di espulsioni di massa sta spingendo i migranti latinoamericani a trasferire sempre più denaro nei loro paesi d’origine. Come riporta The Economist, le rimesse dagli Stati Uniti verso il Centro e Sud America hanno raggiunto livelli record nei primi mesi del 2025, trainate dall’incertezza politica e dalle misure restrittive annunciate dalla nuova amministrazione di Donald Trump.

Antonio Orduña, giardiniere in Arizona e migrante irregolare da 30 anni, ha già trasferito gran parte dei suoi risparmi in Messico. “È una caccia all’uomo,” racconta. “Un incubo.” Come lui, molti altri temono di essere rimpatriati da un momento all’altro e preferiscono mettere al sicuro il loro denaro prima che sia troppo tardi.

I dati delle banche centrali latinoamericane confermano il trend. A gennaio, le rimesse verso il Guatemala sono aumentate del 24% rispetto allo stesso mese del 2024. In Nicaragua il rialzo è stato del 22%, in Honduras del 17% e in El Salvador del 13%. Il Messico, secondo paese al mondo per ricezione di rimesse dopo l’India, ha registrato un aumento del 2%, raggiungendo il record di 4,7 miliardi di dollari.

Ma il boom potrebbe avere vita breve. Secondo le stime dell’Inter-American Dialogue, se Trump dovesse effettivamente deportare 500.000 migranti irregolari, la crescita delle rimesse nel 2025 potrebbe fermarsi al 2%.

Per ora, le deportazioni restano contenute. Nonostante la Casa Bianca abbia avviato una campagna da 200 milioni di dollari per incoraggiare le “auto-deportazioni”, a febbraio sono stati espulsi solo 38.000 migranti, ben al di sotto della media mensile di 57.000 dell’era Biden.

In compenso, i flussi migratori verso gli Stati Uniti sono crollati: il mese scorso appena 11.700 persone sono state intercettate alla frontiera sud-occidentale, il 94% in meno rispetto a un anno fa. Molti migranti preferiscono fermarsi in Messico.

Un ufficiale di frontiera a Nogales osserva il passaggio di un autobus carico di rimpatriati e commenta con un’alzata di spalle: “Non è niente—sotto Biden ne arrivavano molti di più.” Intanto, Antonio Orduña e migliaia di altri migranti continuano a spedire denaro a casa, nella speranza di proteggere il futuro delle loro famiglie.

Mauritius e il business dei macachi: un’industria da milioni di dollari

Mauritius, isola nota per le sue spiagge paradisiache e il turismo di lusso, è anche il principale esportatore mondiale di macachi cynomolgus, primati utilizzati nella ricerca biomedica.  Come riporta Science, negli ultimi cinque anni, l’isola ha esportato decine di migliaia di esemplari, venduti fino a 20.000 dollari l’uno ai laboratori di Stati Uniti ed Europa. Un giro d’affari che nel 2023 ha generato oltre 66 milioni di dollari, ma che sta creando tensioni politiche e sociali.

La domanda di macachi per test farmacologici e sviluppo di vaccini è cresciuta vertiginosamente dopo che la Cina ha interrotto le esportazioni durante la pandemia e la Cambogia, colpita da uno scandalo sul traffico di primati, ha visto crollare le sue forniture agli USA. Mauritius è così diventata il principale fornitore mondiale, con aziende come Bioculture Group, che esporta circa 14.000 macachi all’anno.

Il business non si basa solo sull’allevamento: ogni anno circa 1.500 macachi vengono catturati in natura per essere venduti direttamente o utilizzati per la riproduzione. Questo ha portato all’installazione di trappole nei villaggi come Creve Coeur, dove i residenti possono guadagnare fino a 200 dollari concedendo l’uso del proprio terreno.

L’industria dei macachi ha spaccato l’opinione pubblica. Se da un lato alcuni considerano i primati una specie invasiva dannosa per l’ecosistema locale, altri vedono il commercio come un’ingiustizia etica. Il dibattito ha raggiunto anche la politica: Arvin Boolell, attuale ministro dell’agricoltura, aveva criticato il commercio definendolo “volgare business” prima delle elezioni del 2024, per poi attenuare le sue posizioni una volta al governo.

Sul fronte scientifico, la preoccupazione è opposta. Biologi e ricercatori temono che un blocco delle esportazioni metta a rischio studi su malattie come HIV e tubercolosi, oltre che lo sviluppo di nuovi farmaci. “Se Mauritius dovesse fermarsi, perderemmo anni di progressi”, afferma su Science JoAnne Flynn, microbiologa dell’Università di Pittsburgh.

L’industria dei macachi di Mauritius si trova a un bivio. Da un lato, gli investitori puntano a espandere il mercato per compensare la scarsità globale. Dall’altro, crescono le pressioni etiche e ambientali. La soluzione potrebbe essere la regolamentazione: test genetici per garantire la provenienza legale degli esemplari e nuovi studi per determinare la reale popolazione di macachi sull’isola.

Intanto, la scienza mondiale osserva con attenzione: se Mauritius dovesse ridurre le esportazioni, il prezzo dei macachi da laboratorio potrebbe salire alle stelle e interi settori della ricerca rischierebbero di rallentare drasticamente.

 

Foto Credits: Foto di Markus Kammermann da Pixabay

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