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11/07/2025

Il disastro nazionale del Lesotho, la crisi del Liechtenstein e i ricavi da record della sanità privata in Italia

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Questa settimana partiamo dal Lesotho, in stato di disastro per i dazi USA; il Liechtenstein crolla sotto le sanzioni anti-Russia; in Italia la sanità è sempre più privata.

Dazi Usa sul tessile, Lesotho dichiara lo stato di disastro nazionale

Lesotho ha dichiarato lo stato di disastro nazionale a causa dell’alto tasso di disoccupazione giovanile e dei massicci licenziamenti nel settore tessile, settore vitale per l’economia del piccolo Stato africano. A renderlo noto è stata la vicepremier Nthomeng Majara, citata dalla BBC, che ha annunciato che la misura resterà in vigore fino al 30 giugno 2027.

A scatenare la crisi è stata l’incertezza attorno ai dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump. Nell’aprile 2024, Washington ha incluso Lesotho in una lista di Paesi soggetti a un’imposta doganale del 50% sulle esportazioni, la più alta al mondo. Sebbene il provvedimento sia stato successivamente sospeso, le esportazioni basothiane verso gli Stati Uniti restano comunque tassate al 10%. Un colpo durissimo per un’economia basata sull’export di capi d’abbigliamento.

Secondo l’agenzia AFP, il governo teme la perdita di oltre 40.000 posti di lavoro se non verrà rinnovato l’African Growth and Opportunity Act (AGOA), il programma che garantisce accesso preferenziale al mercato statunitense per numerosi Paesi africani. Solo nel 2024, il volume degli scambi tra Lesotho e Stati Uniti ha raggiunto i 240 milioni di dollari, in gran parte esportazioni tessili.

Nel Paese, dove vivono poco più di due milioni di persone, la disoccupazione generale tocca il 30%, ma tra i giovani sfiora il 50%. Il governo ha già annunciato misure urgenti: abolizione delle tasse di registrazione per le PMI e fondi straordinari per l’occupazione giovanile.

Ma la crisi attuale è solo l’ultima di una lunga serie. Fino a marzo, Lesotho era già sotto un altro stato di emergenza per l’insicurezza alimentare causata da una grave siccità: circa 700.000 persone erano a rischio fame, secondo il premier Sam Matekane. A peggiorare il quadro, anche la fine dei programmi dell’agenzia statunitense USAID e del piano Pepfar contro l’Aids, che per anni avevano sostenuto la fragile struttura sanitaria del Paese. Come ha dichiarato il ministro del Commercio Mokhethi Shelile al portale sudafricano Moneyweb, “gli acquirenti americani non stanno piazzando ordini, perché non sanno cosa aspettarsi”. Una frase che riassume il dramma di un’economia appesa alle decisioni di Washington.

Le sanzioni contro la Russia mettono in ginocchio il Liechtenstein

Le sanzioni occidentali contro Mosca, introdotte a partire dal 2022 per colpire le finanze del Cremlino e degli oligarchi russi, stanno avendo un effetto collaterale inaspettato: la crisi del settore finanziario del Liechtenstein. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il piccolo principato alpino è stato costretto a creare una task force d’emergenza per fronteggiare la paralisi di numerosi fondi fiduciari (trust), utilizzati per custodire patrimoni di cittadini russi colpiti dalle sanzioni.

Il Liechtenstein, pur non facendo parte dell’Unione europea, ha sempre adottato le misure decise da Bruxelles e Washington. Ma nel 2024 la pressione è aumentata: gli Stati Uniti, allora sotto l’amministrazione Biden, hanno ampliato la lista nera includendo società e professionisti basati nel principato, minacciando anche sanzioni secondarie per chiunque mantenesse legami finanziari con soggetti russi. Di conseguenza, gli amministratori fiduciari hanno cominciato a dimettersi in massa, lasciando i trust privi di gestione. Aziende diventate “zombie”, riferisce il FT, che custodiscono beni di lusso per miliardi di dollari , yacht, ville, jet, oltre a fondi familiari e partecipazioni societarie, e che ora giacciono bloccate.

Nel settembre 2024, l’autorità di vigilanza finanziaria FMA ha ordinato di cessare ogni legame con clienti russi. A Vaduz, capitale del principato, cresce la preoccupazione: il settore finanziario rappresenta circa il 20% del PIL, e il FMI stima che la piazza finanziaria gestisca capitali cento volte superiori all’intera economia del Paese.

Il Liechtenstein sta ora tentando di ripulire la propria immagine internazionale. Ma non è l’unico Paese in difficoltà. Anche Svizzera e Austria, storicamente legate a finanza riservata e affari con regimi autoritari, sono alle prese con le conseguenze di una rete globale che oggi mostra tutte le sue fragilità.

Quando curarsi diventa un lusso: la sanità privata in Italia vola e il pubblico arranca

Mentre milioni di italiani attendono mesi per una visita o un esame, la sanità privata segna ricavi da record. È quanto emerge dal report annuale dell’Area Studi Mediobanca, pubblicato l’8 luglio: nel 2023 i 34 maggiori operatori privati italiani hanno generato un fatturato di 12 miliardi di euro, in crescita del 5,7% rispetto al 2022 e del 15,5% sul 2019, anno pre-Covid. La spinta principale? Le liste d’attesa infinite del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo un’indagine Ipsos, l’80% degli italiani ha rinunciato almeno una volta alle cure del SSN. Di questi, l’84% si è rivolto a strutture private, mentre un preoccupante 13% ha smesso di curarsi. La percentuale sale al 19% tra chi ha difficoltà economiche. In un Paese che invecchia rapidamente e con un SSN sottofinanziato, l’accesso alle cure rischia di diventare una questione di reddito.

Nel 2023, la spesa sanitaria privata ha raggiunto i 74 miliardi di euro, di cui 59 miliardi pagati direttamente dalle famiglie. Per eguagliare gli standard tedeschi o francesi, l’Italia dovrebbe aumentare la spesa sanitaria pubblica di circa 70-75 miliardi di euro annui, una cifra paragonabile al piano nazionale di riarmo. Attualmente, la spesa pubblica italiana è pari al 6,3% del PIL, contro il 10% di Francia e Germania.

Le aree di maggiore crescita nel privato sono la diagnostica (+19,4% rispetto al 2019), le RSA (+15,1%) e le strutture ospedaliere (+15,1%). A trainare sono soprattutto le prestazioni ambulatoriali, dove il pubblico fatica di più. Nonostante i margini restino inferiori rispetto al periodo pre-pandemico (l’Ebit margin è al 3,7% contro il 5,4% del 2019), la redditività è in forte ripresa, con un +96% sul 2022.

A guidare il settore è il gruppo Papiniano (San Donato e San Raffaele), con ricavi per 1,8 miliardi, seguito da Humanitas (1,2 mld), Gemelli (917 mln) e Gruppo Villa Maria (897 mln). Alcuni gruppi, come KOS e GVM, si espandono anche all’estero, approfittando della crescente domanda internazionale.

Nel frattempo, il sistema pubblico arranca: mancano medici, posti letto e risorse. E il problema non è solo di efficienza, ma di giustizia sociale. Perché oggi in Italia la possibilità di curarsi rischia di dipendere sempre di più dal conto in banca. E la domanda più urgente resta: chi si prenderà cura di chi non può permetterselo?

Foto Credits: Foto di Jossué Trejo da Pixabay

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