La rassegnazione basata sul senso di isolamento è una percezione ingannevole, si è in maggioranza e non lo si sa. Ognuno di noi tende a sottovalutare quanto le proprie opinioni siano condivise. Così, invece di sentirci parte di una maggioranza che potrebbe cambiare le cose, ci comportiamo come una minoranza rassegnata. Quante volte ci è capitato: il sentirsi isolati nella propria opinione, al punto da rinunciare anche a esprimerla?
È una trappola psicologica: si chiama false consensus bias, e alimenta la sensazione d’impotenza collettiva. Riguarda spesso istanze importanti, non solo per noi ma anche per il bene comune:
“Mah, a chi vuoi che gliene importi?” è il leit motiv del nostro rimuginare. Riteniamo, dunque che l’interesse per il bene comune sia raro, quando in realtà è solo silenzioso.
C’è un divario tra ciò che immaginiamo degli altri e la realtà
È un equivoco collettivo che attraversa la politica, le comunità, perfino le famiglie. Oggi possiamo ribadire forte che questo atteggiamento è un errore e possiamo provarlo grazie al lavoro di due insigni economisti, uno svizzero e uno italiano.
Il primo, Andrea Krafft, insegna a Zurigo e svolge le sue ricerche in diverse altre università, tra cui Lisbona e Berlino. La sua idea chiave si basa sull’alimentazione della speranza. Per questo ha fondato, nel 2009, il barometro che la misura: Hope Barometer . Al di là del nome suggestivo, questa istituzione è all’origine di ricerche straordinarie, grazie alla massiccia raccolta di dati che ogni anno genera da migliaia di persone in oltre dieci Paesi. Sono dati esaminati e letti con metodologia scientifica. Secondo queste ricerche, sui temi collettivi, sottovalutiamo quanto le persone siano d’accordo con noi. E questo senso di impotenza e di rassegnazione che caratterizza questo tempo, non solo ci intristisce o ci paralizza, ma è una minaccia per l’istituzione della democrazia.
L’altro economista insegna all’Università di Siena. Stefano Bartolini sostiene, come Krafft, che la democrazia si nutre di fiducia diffusa, non solo nelle istituzioni, ma anche nel fatto che il futuro possa migliorare. Ora, è risaputo che viviamo di corsa, in mezzo a individui frettolosi. E a mancare è prima di tutto il tempo delle relazioni con gli altri, sacrificate sull’altare del benessere materiale. Siamo più ricchi di beni e sempre più poveri di relazioni. E che questo sia alla base della desertificazione delle relazioni sociali che portano felicità, è altrettanto risaputo.
Ma è una direzione ineludibile, quella presa dai paesi più ricchi e avanzati.
Davvero non esiste un’altra strada?
Ma, ecco che qui i due economisti incrociano i loro pensieri: la domanda da farsi è: “cosa desideri per il 2040?” La ricerca internazionale portata avanti da Andrea Krafft dimostra che ciò a cui gli esseri umani aspirano è condiviso su larga scala: pensiamo -sbagliando- che quello che sta a cuore a noi non sia d’interesse per il resto della collettività. È giusta la percezione collettiva d’impotenza al cambiamento o è illusione?
Ai questionari che fanno emergere cosa sia desiderabile per il 2040, oltre il 96% degli intervistati ha indicato di non volere più produttività o più competitività internazionale. Anzi, le priorità sono state cooperazione ed equità nella distribuzione delle risorse, più tempo in famiglia, anche.
Bello, allora perché non si fa?
La risposta arriva da Bartolini che dichiara di aver trovato il nodo: tutti sono d’accordo sul cambiamento che si vorrebbe vedere in atto ma sottostima quanto questo desiderio sia condiviso.
Ci si sente soli e, dunque, non ci si prova nemmeno.
Un esperimento americano lo suggerisce con chiarezza. A un gruppo di partecipanti sono stati dati 450 dollari, chiedendo di decidere quanto donare a un ente (per la riduzione delle emissioni di carbonio) e quanto tenere per sé. In media, la metà è stata devoluta. Poi – qui è l aparte interessante- è stato chiesto loro di stimare quanti concittadini la pensassero come loro: hanno indicato il 61%.
La realtà era molto più alta, il 79%.
Poi il tutto è stato svelato: nella seconda fase dell’esperimento è bastato un dettaglio a cambiare tutto: ai partecipanti è stato detto che quasi l’80% dei concittadini voleva più impegno per il clima. Risultato? Le donazioni agli enti ambientali sono salite in maniera consistente. Sapere di non essere soli, anche solo numericamente, spinge a fare di più.
Secondo Bartolini le persone vogliono cooperare: a una condizione…. Sono, insomma, “cooperatori condizionali”, cioè, disposte a fare la propria parte se vedono che anche gli altri lo fanno. Il problema è che molti pensano di essere in minoranza, e questo frena la partecipazione. Ma non è vero: c’è una maggioranza silenziosa che desidera un mondo più equo, più umano e più sostenibile.
Ecco, questa idea di futuro condiviso, secondo Krafft combatterebbe la tendenza degli individui a sentirsi chiusi e dunque polarizzati e rabbiosi, quando non rassegnati e facile esca per populismi di vario tipo.
A pagare il prezzo più alto sono i giovani, che vivono sotto la pressione di ansia senza precedenti, proprio perché non è tanto la condizione oggettiva che conta, ma come si percepisce il proprio futuro. Per questo le generazioni di europei che uscivano dalla guerra, in condizioni economiche più misere, non vivevano questo tipo di disagio.
L’alfabetizzazione al futuro.
Krafft immagina veri e propri laboratori di speranza dove si ragiona su clima, tecnologia, lavoro… Non si pensa dunque sempre e soltanto a come reagire a una crisi, ma si immaginano e generano possibilità. E, secondo lui e il suo team si dovrebbe cominciare a scuola, con questi esercizi che avrebbero un impatto enorme sulla mentalità. Siamo analfabeti di futuro. Krafft parla spesso di future literacy.
Insegnare ai giovani a riconoscere che il futuro non è una linea fissa ma un ventaglio di scenari possibili.
Secondo Bartolini le proteste per Gaza sono un esempio, o quello che vediamo negli Stati Uniti con le proteste anti-ICE (una serie di manifestazioni contro le operazioni di polizia anti-migranti a Los Angeles, in California, culminate in isolati disordini) sono la dimostrazione che la rassegnazione si può abbandonare e scoprire che si è in moltissimi. Chiaro che non si darà tanta pubblicità a queste teorie, in quanto se si diffondesse questa consapevolezza, il sistema attuale non reggerebbe. Meglio far credere che a nessuno importi del futuro condiviso. L’atomizzazione e l’isolamento hanno, da sempre, reso l’uomo più manipolabile nella politica quanto nei consumi. È incredibile cosa si potrebbe costruire insieme se si scoprisse che non si è soli a sperare.
Ispirato alle ricerche di Andreas Krafft, ideatore dell’Hope Barometer e autore di “Hope. The Power of Believing in a Better Future” (Springer, 2022), e alle riflessioni di Stefano Bartolini in “Manifesto per la felicità”, oltre che a un pezzo di StartupItalia n.d.r.
Credits
Immagine: https://www.theguardian.com/us-news/2025/jun/19/no-kings-how-many-protesters-attended








