Questa settimana partiamo dall’Australia dove torna il panic buying tra timori di rincari e prezzi in salita; in Africa crescono proteste e mobilitazioni e nel mondo aumentano gli squilibri economici tra surplus e deficit.
Australia, torna il “panic buying”: la paura fa salire i prezzi più della scarsità
Una consegna fuori scala, 160 rotoli di carta igienica e decine di scatole di fazzoletti, lasciata davanti a una casa di Sydney è diventata il simbolo del ritorno del panic buying in Australia. Un fenomeno che riemerge nonostante le forniture restino, almeno per ora, sotto controllo.
L’episodio arriva mentre si diffondono previsioni di rincari fino al 20% per i beni alimentari entro fine aprile. In alcune aree del Paese si registrano già tensioni sugli scaffali dei supermercati e nei distributori di carburante. Ma, secondo gli esperti, il vero motore non è una reale carenza di prodotti, bensì la percezione di un rischio imminente.
“È panico travestito da scarsità”, spiega dal Daily Telegraph la professoressa di finanza Angel Zhong della RMIT University. Il meccanismo è noto: la paura di restare senza beni essenziali spinge i consumatori ad accumulare scorte, generando proprio quella carenza che si voleva evitare.
A riaccendere i timori contribuiscono anche le tensioni geopolitiche. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha ridotto significativamente l’offerta globale di petrolio, facendo salire il prezzo del greggio oltre i 110 dollari al barile. L’aumento dei costi energetici si riflette a cascata su trasporti, logistica e distribuzione, con effetti attesi sui prezzi al consumo nei prossimi mesi.
Gli economisti parlano da tempo della “paura” come variabile economica autonoma, capace di influenzare i mercati al di là dei fondamentali. Dinamiche simili si erano già viste durante la pandemia di Covid-19, quando la corsa alla carta igienica divenne uno dei simboli della crisi.
Secondo diversi analisti, il comportamento dei consumatori australiani è anche il risultato di esperienze passate: shock climatici e interruzioni della catena di approvvigionamento hanno lasciato una sorta di memoria collettiva che spinge a prevenire nuovi rincari.
Il rischio, però, è che queste reazioni individuali producano effetti sistemici. Picchi improvvisi della domanda possono alimentare ulteriori aumenti dei prezzi, mettere sotto pressione le reti logistiche e penalizzare le fasce più vulnerabili della popolazione.
Le autorità invitano alla cautela: il Paese dispone ancora di riserve energetiche sufficienti e non si registrano, al momento, carenze strutturali. Ma il caso di Sydney mostra come, in un contesto globale instabile, siano le aspettative, più dei dati reali, a guidare i comportamenti economici.
Proteste in Africa, cresce la mobilitazione
Le proteste attraversano l’Africa, coinvolgendo Paesi diversi, classi sociali e generazioni, e riflettono una crescente sfiducia verso istituzioni e leadership politiche. Come riporta The Economist, negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di mobilitazione: dalle manifestazioni in Tanzania represse nel sangue, alle rivolte in Kenya, fino alle tensioni post-elettorali in Mozambico e alla caduta del presidente in Madagascar.
I dati citati dalla rivista, basati sul monitoraggio dell’ACLED, indicano circa 12mila proteste l’anno nel continente, un numero stabile ma indicativo di un malcontento radicato. In prima linea ci sono spesso i giovani della Generazione Z, ma le piazze vedono anche la partecipazione di lavoratori precari e classi medie urbane. A spingere la mobilitazione sono fattori economici, disuguaglianze e la percezione diffusa di corruzione e sistemi elettorali manipolati.
The Economist sottolinea come i social media abbiano assunto un ruolo centrale nell’organizzazione e nella diffusione delle proteste, superando i media tradizionali tra i giovani. Tuttavia, nonostante l’ampiezza delle mobilitazioni, i risultati restano incerti: in alcuni casi le proteste hanno portato a cambiamenti politici immediati, ma spesso senza stabilità nel lungo periodo.
La repressione resta un elemento ricorrente, con interventi violenti delle forze di sicurezza e vittime anche tra i civili non coinvolti. Il quadro che emerge è quello di un continente in fermento, dove la domanda di cambiamento è forte, ma le prospettive di riforme durature rimangono ancora fragili.
Gli squilibri globali crescono: perché il mondo economico è di nuovo fuori equilibrio
Gli squilibri economici globali sono tornati ai livelli più alti degli ultimi anni e, secondo un’analisi di Reuters, il mondo non sembra oggi in grado di trovare una risposta coordinata per correggerli.
Con “squilibri globali” si intende la situazione in cui alcuni Paesi spendono e importano più di quanto producono (deficit), mentre altri esportano molto più di quanto consumano (surplus), accumulando risparmi verso l’estero.
Il principale indicatore di questo fenomeno è il saldo delle partite correnti, un termine tecnico che misura la differenza tra ciò che un Paese guadagna dal resto del mondo (export di beni, servizi e redditi da investimenti) e ciò che spende verso l’estero. Quando è negativo si parla di deficit, quando è positivo di surplus.
Secondo Reuters, il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti è tornato ad allargarsi dopo la pandemia, mentre si sono rafforzati i surplus di Cina, area euro e Paesi esportatori di petrolio. Insieme, questi squilibri sono oggi vicini al 4% del PIL mondiale, un livello considerato elevato dagli economisti.
Il quadro ricorda da vicino dinamiche già viste prima della crisi finanziaria del 2008, quando forti squilibri nei conti globali si accompagnarono a grandi flussi di capitale tra Paesi e a una crescente instabilità finanziaria.
Non significa, precisano gli analisti citati da Reuters, che si vada verso una crisi imminente. Ma alcune somiglianze preoccupano: gli Stati Uniti registrano grandi deficit e consumi interni molto forti, la Cina continua a trainare la crescita con le esportazioni mentre la domanda interna resta debole, e l’Europa mostra crescita e investimenti moderati.
In condizioni “normali”, questi squilibri si ridurrebbero attraverso aggiustamenti coordinati: i Paesi in deficit dovrebbero ridurre la spesa pubblica e i consumi, mentre quelli in surplus dovrebbero stimolare la domanda interna. È la ricetta indicata anche dal Fondo Monetario Internazionale.
Tuttavia, osserva Reuters, oggi la direzione sembra opposta. Gli Stati Uniti mantengono deficit pubblici elevati e una forte domanda interna, mentre la Cina continua a puntare sul modello export-led, cioè basato sulle esportazioni. L’Europa, dal canto suo, fatica a rilanciare investimenti e produttività.
Un altro elemento chiave è la difficoltà politica di coordinare una risposta globale. Il termine “multilateralismo” indica proprio la cooperazione tra più Paesi per affrontare problemi comuni. Ma, in un contesto di tensioni commerciali, rivalità geopolitiche e politiche protezionistiche, questa cooperazione appare oggi debole.
Il risultato è che gli squilibri non vengono corretti, ma tendono ad accumularsi. Secondo gli economisti citati da Reuters, questo non è necessariamente un problema immediato: deficit e surplus possono esistere a lungo senza crisi. Diventano rischiosi quando raggiungono livelli “eccessivi”, cioè quando riflettono distorsioni nei risparmi e negli investimenti che possono improvvisamente correggersi con shock sui mercati finanziari.
Il rischio, spiegano gli analisti, è che un eventuale aggiustamento avvenga in modo disordinato, attraverso crolli dei flussi di capitale o forti variazioni dei tassi di cambio.
Negli ultimi quarant’anni, gli squilibri globali si sono ridotti in due occasioni: dopo l’Accordo del Louvre del 1987, quando le principali economie coordinarono politiche per stabilizzare il dollaro, e dopo la crisi del 2008, che però rappresentò un aggiustamento traumatico e non pianificato.
Oggi, secondo Reuters, la situazione è diversa: gli squilibri stanno di nuovo crescendo dopo la pandemia e non esiste un consenso politico globale su come affrontarli. E proprio per questo, avvertono gli economisti, il rischio non è tanto la loro esistenza, quanto l’assenza di una strategia per gestirli.
Foto Credit: news.com.au








