Questa settimana partiamo dall’India che soffre il dumping cinese, la Russia dopo tre anni di crescita rallenta bruscamente mentre affitti alle stelle e salari fermi rendono impossibile vivere da soli in città come Sydney.
India nella morsa del dumping cinese: cresce la preoccupazione mentre Trump alza i dazi
Il filato di viscosa prodotto da Thirunavkarsu, imprenditore tessile del Tamil Nadu, giace invenduto nei magazzini. Gli ordini dalle fabbriche locali sono crollati del 40% in un mese, mentre i porti indiani si riempiono di filato cinese, più economico di 15 rupie al chilo. Un’ondata di importazioni che minaccia l’industria tessile locale e riflette un problema più ampio: il timore crescente che la Cina stia facendo dumping nei mercati emergenti, a partire dall’India.
Alla base del fenomeno ci sono le nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti: l’amministrazione Trump ha alzato i dazi fino al 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi, spingendo Pechino a cercare nuovi sbocchi. L’India, spiega BBC, con la sua forte dipendenza da componenti e materie prime cinesi, è uno dei bersagli principali.
Il settore tessile è tra i primi a risentirne: secondo la South India Spinners Association, circa 50 piccole filande nei distretti di Pallipalayam, Karur e Tirupur stanno rallentando la produzione. Ma l’impatto si allarga anche ad altri comparti, come l’acciaio, l’elettronica e i pannelli solari.
Il governo indiano ha reagito con l’introduzione di una tassa del 12% su alcune importazioni di acciaio e ha attivato un comitato per monitorare l’afflusso di beni cinesi a basso costo. Ma le misure finora adottate non sembrano sufficienti a contrastare una dipendenza strutturale: nel solo marzo, le importazioni dalla Cina sono aumentate del 25%, mentre il deficit commerciale ha superato i 100 miliardi di dollari.
Nonostante le rassicurazioni dell’ambasciatore cinese, secondo cui Pechino non intende danneggiare i mercati stranieri, le preoccupazioni restano. E i numeri parlano chiaro: nel 2024, la Cina è stata oggetto di quasi 200 denunce per pratiche commerciali sleali all’Organizzazione Mondiale del Commercio, 37 delle quali presentate dall’India.
«Il nostro problema non è solo lo squilibrio commerciale, ma la mancanza di competitività interna», avverte Ajay Srivastava, fondatore del think tank GTRI. Anche con gli incentivi alla produzione, l’India continua a importare componenti chiave per settori strategici come l’elettronica, e le esportazioni verso la Cina sono tornate sotto i livelli del 2014.
L’opportunità di attrarre produzioni occidentali in fuga dalla Cina – come Apple – c’è, ma rischia di essere vanificata se l’India non rafforza la sua filiera industriale. Intanto, cresce la pressione affinché Nuova Delhi apra un dialogo più deciso con Pechino sul dumping. Come fanno, ormai, anche i partner occidentali.
Russia, l’economia frena dopo tre anni di resistenza
Dopo anni di sorprendente resistenza alle sanzioni e agli shock esterni, l’economia russa sta rallentando bruscamente. Come riporta The Economist, secondo Goldman Sachs, la crescita annua del PIL è scesa dal 5% di fine 2023 a quasi zero. Anche la banca di sviluppo VEB e la Sberbank segnalano un calo dei ricavi aziendali. Perfino la Banca centrale ha ammesso che in alcuni settori la produzione si è contratta per mancanza di domanda.
Questo rallentamento arriva dopo un triennio in cui la Russia ha sovvertito le previsioni: dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, si temeva un crollo del PIL fino al 15%, ma la contrazione fu solo dell’1,4%, seguita da un +4,1% nel 2023 e +4,3% nel 2024. La fiducia dei consumatori era alta, e con la possibile rielezione di Trump, molti immaginavano un’ulteriore accelerazione.
Tre fattori spiegano il cambio di rotta. Il primo è il rallentamento della “trasformazione strutturale” dell’economia: da modello aperto e orientato all’Occidente a economia di guerra rivolta all’Asia. Questo ha comportato massicci investimenti in difesa e logistica, ma secondo la Banca centrale, il grosso di questa transizione è ormai concluso. Anche la spesa militare rallenta: nel 2025 crescerà solo del 3,4%, contro il +53% dell’anno precedente.
Il secondo elemento è la stretta monetaria. L’inflazione ha superato il 10% nei primi mesi del 2025, spinta da salari nominali in crescita (+18%) e scarsità di manodopera. Per raffreddare l’economia, la Banca centrale ha mantenuto i tassi al 21%, il massimo da 25 anni. La misura ha rafforzato il rublo e frenato le aspettative inflazionistiche, ma ha anche frenato consumi e investimenti.
Infine, peggiorano le condizioni esterne: la guerra commerciale USA ha colpito la domanda globale e i prezzi del petrolio, penalizzando la Russia. I prezzi più bassi del petrolio stanno creando gravi problemi per la Russia. Essendo le compagnie petrolifere responsabili di un quarto della capitalizzazione di mercato, il calo dei prezzi ha inciso sulle azioni, con l’indice MOEX, che traccia i 50 principali titoli russi, in calo del 10% rispetto al suo recente picco. Con il calo delle entrate derivanti dalle esportazioni, anche l’economia reale ne risente. Le entrate fiscali derivanti dal petrolio e dal gas sono scese di circa il 17% a marzo, rispetto all’anno precedente. Il 30 aprile, il Ministero delle Finanze ha rivisto al rialzo la previsione del deficit di bilancio per l’anno, portandola al 1,7% del PIL, rispetto allo 0,5% inizialmente previsto, dopo aver ridotto la previsione per le entrate energetiche del 24%. Donald Trump, pur mostrando una certa disponibilità verso Putin, con la sua guerra commerciale gli ha inflitto un duro colpo.
Carrie Bradshaw non vivrebbe a Sydney: la crisi abitativa che pesa sull’Australia
Il 3 maggio gli australiani hanno scelto la continuità: il Partito Laburista guidato da Anthony Albanese ha vinto con un risultato storico, conquistando oltre 90 seggi e infliggendo un colpo durissimo all’opposizione. Ma l’euforia della vittoria lascia subito spazio a un’urgenza concreta: il caro-affitti. La crisi del costo della vita, infatti, è stato il tema dominante della campagna elettorale, e in cima all’agenda resta l’emergenza abitativa.
Per fotografare il problema, The Economist ha aggiornato il suo “Carrie Bradshaw Index” — un indicatore semiserio che misura quanto serve guadagnare per vivere da soli, come la celebre protagonista di Sex and the City. Il risultato? In tre delle sei principali città australiane, vivere da soli è fuori portata per il lavoratore medio. A Sydney, dove un bilocale si affitta a 2.900 dollari australiani al mese, servono almeno 116.000 dollari l’anno per restare entro la soglia di spesa considerata sostenibile (30% del reddito lordo). La media del “salario Bradshaw” nelle sei città è di 94.150 dollari — molto più alta rispetto al reddito medio effettivo in città come Brisbane o Adelaide.
Melbourne si salva: lì il salario mediano (93.500 A$) supera di poco il reddito richiesto per vivere da soli (85.000 A$). Meglio ancora Canberra, dove il rapporto tra affitti e stipendi resta il più favorevole.
Ma il dato più allarmante è la crescita fuori controllo degli affitti rispetto ai salari, soprattutto a Perth, dove i rincari dal 2018 sono stati i più rapidi. Colpa anche di un’offerta di case insufficiente: il patrimonio immobiliare australiano è inferiore rispetto ad altri Paesi OCSE, e la domanda, alimentata da immigrazione e crescita demografica, non accenna a calare. Albanese ha promesso 1,2 milioni di nuove abitazioni. Se manterrà l’impegno, potrà alleggerire la pressione su affitti e mutui. Ma il tempo stringe: come dimostra l’indice Bradshaw, anche in Australia il sogno di vivere da soli rischia di restare una fiction.
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