Salta al contenuto principale

Finanza in Page

19/02/2026

Investire nella conoscenza: il vero investimento che manca all’Italia, che finanzia il passato ma non il futuro

Ascolta l'articolo Sintesi vocale browser

La settimana scorsa una telefonata mi ha fatto capire quanto sia profonda la distanza tra due modi di pensare il futuro. Un’amica italiana che vive in Canada mi raccontava che la figlia, ammessa all’equivalente della nostra laurea magistrale, ha ricevuto dal governo un finanziamento di 55.000 dollari. Attenzione: non parlo di un prestito né di una borsa di studio richiesta dalla studentessa, ma di un finanziamento a fondo perduto. In cambio l’Ateneo ha solo richiesto di restare in quell’università per i futuri quattro anni a proseguire lì il proprio dottorato.

 

Un assegno che racconta una visione

 

Per la madre, cresciuta e laureata in Italia, è stata una sorpresa incredibile. È vero che in Canada e in altri Paesi le università possono avere costi più elevati, ma il paragone con l’università italiana regge anche su questo fronte.  Una volta l’università italiana era semigratuita, sostenuta da un’idea chiara di investimento pubblico; oggi le tasse sono molto più alte.

 

Perché mi soffermo su questo episodio? Perché mette a confronto due visioni opposte di cosa significhi investire nelle persone. Nei Paesi che crescono davvero, l’università non è considerata una scelta privata, come imparare a suonare il pianoforte o fare un master per soddisfazione personale. È un’infrastruttura strategica. Se funziona, l’intero sistema si muove meglio; se si indebolisce, rallenta tutto.

 

Università: scelta privata o infrastruttura nazionale?

 

In Italia il discorso si ferma un passo prima. Si tende a dire, riguardo ai giovani: ha studiato? Bene per lui; non ha studiato? Affari suoi. L’istruzione viene trattata come un investimento individuale con ritorni sugli stipendi futuri del giovane. 

 

Se ti laurei, guadagni di più. (E anche questo non è nemmeno più garantito). Fine del ragionamento. 

 

Con questa mentalità diffusa, i dati Ocse rilanciati periodicamente dai giornali, che segnalano una quota di laureati tra le più basse nel mondo avanzato e una spesa pubblica contenuta per l’istruzione terziaria, suscitano spesso solo una scrollata di spalle qui in Italia. Ma un’economia non funziona così. Dove i laureati diminuiscono oggi, la produttività, l’innovazione e i salari ristagneranno domani. 

 

Sembra sfuggire che quando un ragazzo studia ingegneria, medicina, filosofia, informatica, non sta accumulando soltanto un titolo: sta aumentando la densità cognitiva del Paese, rende più sofisticato il mercato del lavoro, più competitive le imprese, più solide le istituzioni. Un medico ben formato riduce costi sanitari futuri, un ingegnere competente rafforza un’azienda, un giurista preparato migliora la qualità delle decisioni pubbliche, i tempi della giustizia. 

 

Così uno storico o un linguista contribuisce a un ecosistema culturale che attrae investimenti e creatività. Nel dibattito pubblico, però, questa connessione raramente viene esplicitata. Si parla di università come trampolino individuale, non come acceleratore collettivo

 

Quando l’istruzione è percepita come affare privato, si perde il senso della corresponsabilità: l’abbandono diventa un problema personale, la partenza di un ricercatore una scelta individuale. 

 

Le aziende non seguono le bandiere, seguono gli ingegneri

 

L’Italia non è un Paese che non spende. Spende molto. Il punto è dove. Una quota consistente della nostra ricchezza pubblica è destinata alla protezione del passato: pensioni. Anche il sistema pensionistico avrebbe bisogno di correzioni profonde per essere più equo, sostenibile. Non si tratta di mettere in contrapposizione previdenza ed università. 

 

In Europa l’università deve diventare una gamba della strategia economica e di politica industriale 

 

Questo discorso, se allargato all’Europa, le fornirebbe quella spinta che serve al continente per uscire dall’irrilevanza. L’Europa non può competere sul piano demografico o dei numeri di ingegneri con Cina o India. Potrebbe però fare della formazione avanzata una leva strategica per attrarre capitali investimenti e cervelli

 

Il capitale umano è la prima infrastruttura di cui dotarsi. In un mondo segnato dalla competizione digitale e tecnologica, l’Europa può stare al passo della competizione produttiva e digitale  soltanto scegliendo di diventare un punto di eccellenza, puntando sulla qualità, sulla ricerca, sulla capacità di generare conoscenza avanzata

 

Senza una densità sufficiente di laureati e di ricerca avanzata, l’attrattività si riduce. Le aziende più innovative guardano altrove. I talenti seguono gli ecosistemi che investono su di loro. E questo è il risvolto sulla competitività.

 

Dove manca conoscenza, prosperano le scorciatoie autoritarie

 

Non bastasse, aggiungo un’osservazione non marginale. Più istruzione significa anche più strumenti per leggere la realtà, distinguere fatti da propaganda, sviluppare pensiero critico. In un tempo in cui riemergono tentazioni autoritarie e si diffondono semplificazioni aggressive, investire nella conoscenza non è solo una scelta economica: è una scelta civile.

 

 

Immagine generata con Sora

Scopri le soluzioni di investimento che potrebbero interessarti

Iscriviti alla Newsletter

Non perderti gli articoli più interessanti della settimana. Ricevili tutti direttamente via mail!

Altri articoli che potrebbero interessarti

Tutte le notizie di attualità
che non devi perderti e…