La morte della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso in un attacco militare congiunto di Israele e Stati Uniti secondo i media statali di Teheran, apre una fase di transizione carica di incognite per la stabilità politica e per un’economia già provata da sanzioni e inflazione.
Khamenei, 86 anni, era al potere dal 1989, quando succedette all’ayatollah Ruhollah Khomeini dopo una revisione costituzionale che abbassò i requisiti religiosi richiesti alla Guida Suprema. Come ricorda Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, quella modifica consentì la sua nomina nonostante credenziali teologiche considerate non pienamente adeguate.
Nel tempo, l’ufficio della Guida ha consolidato il controllo su forze armate, magistratura e media pubblici, mentre i presidenti si alternavano tramite elezioni. Khamenei ha promosso una “economia di resistenza”, puntando all’autosufficienza sotto sanzioni occidentali e mantenendo una linea dura verso l’Occidente.
Le sue scelte hanno attraversato crisi profonde: dalle proteste del 2009 per presunti brogli elettorali, represse con fermezza, alle manifestazioni del 2022 per i diritti delle donne, fino ai disordini di fine 2025, quando il malcontento economico è sfociato in richieste esplicite di rovesciamento della Repubblica islamica.
Sui social, riferisce il New York Times, si sono diffuse immagini di festeggiamenti in alcune città iraniane. Ma per gli analisti l’esultanza non equivale a un cambio di regime. «Eliminare Khamenei non significa trasformare il sistema: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica è il regime», ha osservato il Council on Foreign Relations (CFR), che parla di seconda transizione dalla rivoluzione del 1979 e di esito “profondamente incerto”.
Il CFR delinea tre possibili traiettorie: continuità del regime, presa di potere militare o collasso. Nessuna, nel breve periodo, prefigura una liberalizzazione politica o un rilancio economico. Anche un rafforzamento del ruolo militare, avverte il think tank, si scontrerebbe con un’“economia profondamente distorta”, segnata da inflazione persistente e valuta in caduta.
Per Marko Papic di BCA Research, senza un leader disposto a negoziare con Washington l’economia rischia il tracollo. Keith Fitzgerald di Sea-Change Partners sintetizza: «Uccidere Khamenei non è, di per sé, un cambio di regime».
Resta infine frammentata l’opposizione in esilio. L’opposizione iraniana in esilio è eterogenea ma profondamente divisa. Include monarchici legati a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià e residente negli Stati Uniti dopo l’esilio seguito alla rivoluzione del 1979; attivisti repubblicani e laico-democratici dispersi tra Europa e Nord America; gruppi di opposizione curdi attivi lungo i confini occidentali dell’Iran; e l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK), che dispone di una rete politica organizzata all’estero ma gode di scarsa credibilità all’interno del Paese.
Iran nel caos, Pechino sotto pressione: energia, armi e la partita su Taiwan
L’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei in un’operazione congiunta israelo-statunitense segna uno spartiacque non solo per Teheran, ma anche per la Cina, spiega The Diplomat. Con la Repubblica islamica priva del suo vertice e attraversata da tensioni tra fazioni, viene meno per Pechino un pilastro della propria architettura mediorientale: un partner energetico sanzionato, un mercato per l’export militare e uno snodo chiave della Belt and Road.
Finisce l’era del petrolio “fuori dollaro”. Per la Cina, primo importatore mondiale di greggio, la crisi iraniana completa una tempesta perfetta. Dopo il ridimensionamento dei flussi da Caracas, culminato con la cattura del presidente Nicolas Maduro, e i danni alle infrastrutture energetiche russe legati alla guerra in Ucraina, anche il canale iraniano si interrompe.
Il problema non è solo il prezzo. Con Teheran, Pechino aveva costruito un sistema di regolamenti in valute alternative al dollaro e meccanismi di baratto che aggiravano le sanzioni: il greggio finanziava progetti infrastrutturali cinesi e parte dei pagamenti transitava in yuan tramite istituti sanzionati. Il collasso della leadership iraniana manda in frantumi questo ecosistema. Tornare ai mercati spot significa pagare premi di guerra e regolare le transazioni in dollari, con un impatto diretto sulle riserve e un colpo alla strategia di internazionalizzazione del renminbi.
Il terremoto tocca anche l’industria bellica cinese. Negli ultimi anni Pechino aveva aumentato le vendite nel Sud globale, proponendo caccia J-10C, missili antinave e sistemi radar come alternativa più economica ai fornitori occidentali. Il caos a Teheran congela intese potenziali per miliardi.
Ancora più pesante è il danno d’immagine. I sistemi forniti a Caracas non impedirono il blitz che portò alla cattura di Maduro; in Iran, le difese aeree integrate, inclusi apparati ricondotti alla famiglia HQ-9, circostanza che Pechino ha negato, non hanno evitato l’operazione di “decapitazione”. In parallelo, l’Esercito Popolare di Liberazione è attraversato da purghe anticorruzione e controlli sulla qualità dei materiali. Per molti clienti, la domanda è inevitabile: quanto sono affidabili le piattaforme cinesi?
Belt and Road: si interrompe la “Marcia verso Ovest”. Per Xi Jinping, l’Iran era un cardine della Belt and Road grazie all’accordo strategico venticinquennale siglato nel 2021. Il corridoio Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale passava da lì. Con Mosca indebolita da sanzioni e guerra, e l’asse iraniano nel caos, la proiezione terrestre verso l’Eurasia occidentale si inceppa. Investimenti per centinaia di miliardi rischiano di trasformarsi in asset problematici, mentre l’ambizione di creare una continuità geopolitica sino-centrica dall’Asia orientale all’Europa subisce un brusco stop.
Sul piano strategico, la neutralizzazione dell’Iran può liberare risorse militari statunitensi finora assorbite dal Medio Oriente. È qui che entra in gioco la cosiddetta “Davidson Window”, espressione attribuita all’ex comandante dell’Indo-Pacifico USA, ammiraglio Philip Davidson: una finestra temporale — indicativamente entro la fine del decennio, in cui la Cina potrebbe sentirsi sufficientemente forte per tentare un’azione su Taiwan prima che il riequilibrio americano diventi schiacciante.
Se Washington riduce l’impegno nel Golfo e concentra portaerei, sottomarini e assetti aerei nell’Indo-Pacifico, la finestra si restringe. Con un Esercito Popolare di Liberazione indebolito da purghe interne e maggiore presenza Usa attorno alla prima catena di isole, il costo e il rischio di un’operazione su Taiwan crescerebbero sensibilmente. In questo scenario, la “Davidson Window” potrebbe chiudersi, consolidando il contenimento americano.
Infine, l’inerzia di Pechino davanti alle crisi dei propri partner alimenta scetticismo nel Sud globale. L’idea di una Cina pronta a offrire non solo investimenti ma anche protezione strategica appare appannata. Per diversi Paesi, l’allineamento con Pechino non garantisce uno scudo in caso di minacce esistenziali. Dal petrolio alla Belt and Road, fino al dossier Taiwan, il caos di Teheran non è solo una crisi regionale: è un test di resilienza per l’ambizione globale cinese.
Il trend della Gen Z delle “serate admin” conquista i giovani
Trovare il tempo per gestire le proprie finanze diventa più facile quando lo si fa insieme. Con la fine del mese alle porte, sempre più giovani stanno adottando un nuovo approccio per affrontare le attività amministrative: le cosiddette “admin nights”. L’idea è semplice: riunirsi con amici o coinquilini per una serata dedicata a pagare bollette, bilanciare il budget familiare o sistemare questioni burocratiche, con laptop, snack e un po’ di musica di sottofondo.
Il fenomeno, diffuso soprattutto tra la Generazione Z, trasforma compiti solitamente noiosi e solitari in momenti condivisi e produttivi. Dalla gestione dei conti correnti e dei risparmi alla richiesta di preventivi assicurativi, i giovani trovano motivazione nell’affrontare insieme ciò che normalmente tenderebbero a rimandare.
Un elemento chiave del successo delle “admin nights” è la cosiddetta “accountability condivisa”: lavorare fianco a fianco con altre persone aumenta la concentrazione e rende più semplice portare a termine anche le attività più complesse. Molti sfruttano anche strumenti digitali, app per il budget o chatbot basati su intelligenza artificiale per valutare opzioni di investimento o confrontare costi e tariffe.
Il trend non si limita a semplici compiti quotidiani. Alcuni gruppi affrontano temi più strutturati come la gestione delle pensioni, la pianificazione degli investimenti o il consolidamento di vecchi conti, beneficiando del confronto con coetanei o persone di età diversa. La componente sociale, oltre a quella pratica, gioca un ruolo importante: condividere dubbi e consigli sul denaro aiuta anche a ridurre l’ansia legata alla gestione finanziaria.
Secondo gli esperti, questo approccio potrebbe rappresentare un modello utile per migliorare l’educazione finanziaria dei più giovani, rendendo le operazioni amministrative meno gravose e più coinvolgenti.
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