L’Islanda diventa il Paese più caro al mondo, negli Stati Uniti boom del miele tra domanda record e crisi produttiva, il Nepal trasforma la vetta in business da 15mila dollari a permesso, ma cresce il sovraffollamento.
L’Islanda spodesta la Svizzera dal trono di nazione più cara al mondo
L’Islanda ha superato la Svizzera diventando il Paese più caro al mondo. A segnalarlo è Bloomberg, che riprende un’analisi elaborata dal sindacato islandese Viska sulla base dei dati di Eurostat e della banca centrale islandese.
Secondo lo studio, il livello generale dei prezzi in Islanda avrebbe ormai superato quello svizzero di circa tre punti percentuali. È la prima volta dal 2018 che il Paese nordico torna in cima alla classifica delle economie più costose.
Dietro il sorpasso c’è soprattutto il boom del turismo post-pandemia, che ha rilanciato la crescita economica ma anche alimentato un forte aumento del costo della vita. “La domanda legata al turismo ha spinto salari e prezzi verso l’alto”, ha spiegato a Bloomberg l’economista Vilhjalmur Hilmarsson. A incidere è anche il mercato immobiliare: gli affitti brevi e piattaforme come Airbnb stanno aumentando la competizione tra residenti e turisti per le abitazioni disponibili.
I rincari colpiscono in particolare il settore alimentare. Secondo i dati riportati, i prezzi del cibo in Islanda sono superiori del 44% rispetto alla media degli altri Paesi nordici. Latte, formaggi e uova costano il 75% in più, mentre la carne registra prezzi superiori del 71%. Anche consumazioni quotidiane come birra e caffè hanno raggiunto livelli molto elevati: una pinta può costare oltre 14 dollari e un latte circa 8 dollari.
L’aumento dei prezzi, però, rischia ora di frenare proprio il turismo che ha sostenuto l’economia islandese negli ultimi anni. Un recente sondaggio dell’ente turistico nazionale mostra infatti che il caro vita sta iniziando a scoraggiare parte dei visitatori stranieri.
Negli Usa esplode la febbre del miele: consumi record, ma la produzione è in crisi
Il miele non è mai stato così richiesto negli Stati Uniti, ma produrlo sta diventando sempre più difficile e costoso. È il paradosso raccontato da Bloomberg in un approfondimento dedicato al boom del mercato del miele americano, sospinto da nuove abitudini alimentari, mode salutistiche e prodotti “hot honey” sempre più popolari nei ristoranti e nella grande distribuzione.
Secondo il report, gli americani consumano oggi più miele pro capite che in qualsiasi altro momento recente, mentre l’uso complessivo di altri dolcificanti resta stabile. A trainare la domanda è soprattutto la crescente diffidenza verso ingredienti industriali come lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio e la ricerca di alternative percepite come più naturali. Anche se dal punto di vista nutrizionale il miele resta pur sempre uno zucchero, gode di una forte reputazione “healthy”: contiene antiossidanti, è associato al benessere e richiama un immaginario artigianale e sostenibile.
Il risultato è un mercato in forte espansione. Negli ultimi dodici mesi, riporta Bloomberg citando i dati di Circana, gli americani hanno acquistato miele per circa 1,6 miliardi di dollari, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente. Le grandi aziende stanno cavalcando il trend: David Beckham ha lanciato snack alla frutta dolcificati con miele, mentre McDonald’s ha introdotto prodotti a base di “hot honey”, il miele piccante che ormai compare in quasi il 12% dei menu dei ristoranti americani.
Ma dietro il successo commerciale si nasconde una filiera in difficoltà. La produzione statunitense di miele è infatti ai minimi storici. Tra le cause principali c’è il parassita Varroa destructor, responsabile di enormi perdite negli alveari americani. Secondo i dati del Dipartimento dell’Agricoltura USA citati da Bloomberg, oltre il 60% delle colonie di api mellifere è morto tra il 2024 e il 2025, segnando la peggiore moria stagionale mai registrata.
Per molti apicoltori, inoltre, oggi è economicamente più conveniente impiegare le api nell’impollinazione agricola — soprattutto delle coltivazioni di mandorle in California — piuttosto che nella produzione di miele. Il problema è che le api utilizzate per l’impollinazione producono quantità molto inferiori di miele, contribuendo a ridurre ulteriormente l’offerta interna.
Per colmare il divario, gli Stati Uniti stanno aumentando le importazioni da Paesi come India, Argentina, Brasile e Vietnam. Eppure neppure questo basta a contenere completamente i rincari. Ristoranti e caffetterie raccontano aumenti dei prezzi fino al 30% negli ultimi anni, tanto che alcuni locali stanno rivedendo menu e forniture pur di continuare a usare miele autentico invece di sostituti industriali.
L’Everest è diventato un problema economico: record di scalatori e boom del “turismo estremo”
L’Everest non è più soltanto la montagna più alta del mondo: è diventato un simbolo dell’economia globale delle esperienze di lusso. La scorsa settimana il Nepal ha registrato un nuovo record, con 274 persone che hanno raggiunto la vetta nello stesso giorno dal versante nepalese, secondo quanto riportato da Reuters.
Dietro il dato c’è un business sempre più redditizio. Kathmandu ha trasformato negli anni l’alpinismo d’alta quota in una delle principali fonti di valuta estera del Paese. Nel 2026 il Nepal ha rilasciato quasi 500 permessi ufficiali per l’Everest, ciascuno dal costo di circa 15mila dollari, senza contare le spese per spedizioni private, guide sherpa, ossigeno supplementare, voli e logistica. Le spedizioni premium possono superare facilmente i 100mila dollari a persona.
Secondo Reuters e Associated Press, il boom del cosiddetto “turismo estremo” sta però creando crescenti problemi di sicurezza e sostenibilità. Le immagini delle code in quota e della congestione lungo le vie di salita stanno diventando sempre più frequenti, mentre gli operatori locali chiedono regole più severe e controlli migliori sull’esperienza degli scalatori.
La pressione economica sul Nepal resta però fortissima. Il turismo di montagna rappresenta una componente fondamentale dell’economia nazionale e il governo continua a puntare sull’Everest come motore di crescita dopo gli anni difficili della pandemia.
Il caso Everest racconta anche un fenomeno globale più ampio: l’ascesa dell’“experience economy”, dove i consumatori più ricchi spendono sempre di più per esperienze estreme e simboliche invece che per beni materiali. E oggi conquistare la vetta più famosa del pianeta è diventato, per molti, il nuovo status symbol internazionale.
Credits: immagine generata con chatgpt








