Questa settimana la California è il primo stato americano a fare causa a Trump per i nuovi dazi ritenuti illegittimi. Hong Kong riemerge come hub finanziario. Il Bhutan investe in Bitcoin per rilanciare l’economia e contrastare la fuga di giovani.
La California diventa il primo stato a fare causa sui dazi di Trump
La California rompe gli indugi e diventa il primo stato americano a fare causa all’amministrazione Trump per la nuova ondata di dazi che sta scuotendo il commercio globale. A guidare l’offensiva è il governatore Gavin Newsom, che ha annunciato l’azione legale insieme al procuratore generale Rob Bonta da una delle coltivazioni simbolo dello stato: una fattoria di mandorle.
“Questa è una battaglia per 40 milioni di americani”, ha dichiarato Newsom, denunciando l’impatto “sproporzionato” che le tariffe doganali stanno avendo sull’economia californiana, quinta al mondo per dimensioni e leader nazionale in agricoltura e manifattura. La California produce da sola l’82% delle mandorle mondiali ed è l’unico produttore statunitense di carciofi, fichi, olive, noci e uvetta.
Il ricorso contesta la legittimità dell’uso da parte di Trump dell’International Emergency Economic Powers Act, una legge pensata per situazioni di emergenza internazionale, mai utilizzata in precedenza per imporre dazi. Secondo lo stato, l’autorità di imporre tariffe spetta al Congresso e non alla Casa Bianca.
La risposta dell’amministrazione Trump non si è fatta attendere: “Invece di affrontare i problemi reali della California, come criminalità e senzatetto, Newsom si oppone agli sforzi storici del presidente per risolvere i deficit commerciali americani”, ha attaccato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai.
Da gennaio, la Casa Bianca ha annunciato una serie di tariffe su circa 60 partner commerciali. I dazi variano dal 10% per la maggior parte dei paesi al 145% per la Cina. Secondo Trump, l’obiettivo è spingere i consumatori a preferire prodotti americani, aumentare le entrate fiscali e stimolare gli investimenti interni.
Ma le critiche si moltiplicano: secondo gli oppositori, riportare la manifattura negli USA richiederà anni e rischia di indebolire l’economia nel breve termine. Non a caso, dopo l’entrata in vigore dei dazi, la Casa Bianca ha concesso una sospensione di 90 giorni per tutti i paesi tranne la Cina, cercando di placare i mercati e i politici.
Intanto, per la California, questa è la quindicesima causa intentata contro Trump nel 2025. E, assicura Newsom, non sarà l’ultima.
Hong Kong, ex hub asiatico torna protagonista nel commercio globale grazie ai dazi di Trump
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina rischia di spaccare in due l’economia globale. Ma tra i pochi a intravedere un’opportunità nel caos c’è Hong Kong. Dopo anni difficili, segnati dalla pandemia, dalla repressione politica e dall’ascesa di piazze concorrenti come Shanghai e Singapore, l’ex colonia britannica potrebbe riconquistare il suo ruolo di ponte tra Oriente e Occidente, come riporta The Economist.
La miccia è stata accesa da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, con un’aggressiva ondata di dazi: oltre il 100% su gran parte dei beni scambiati tra USA e Cina. Pechino ha risposto vietando l’export di minerali strategici. Un vero e proprio embargo incrociato, che isola le due maggiori economie del mondo. E rilancia, per riflesso, il ruolo di Hong Kong.
Nonostante il crollo iniziale della Borsa – il peggiore dal 1997 – la finanza locale mostra segni di risveglio. I big cinesi, costretti a guardare all’estero per crescere, trovano in Hong Kong l’unica piattaforma accessibile per raccogliere capitali in dollari e dialogare con investitori internazionali. A marzo, colossi come BYD e Xiaomi hanno raccolto quasi 6 miliardi di dollari ciascuno. Nei primi mesi del 2025, le aziende hanno emesso azioni e obbligazioni per oltre 40 miliardi di dollari: quasi il doppio rispetto all’intero 2023.
New York, per le aziende cinesi, è diventata impraticabile. Shanghai è troppo chiusa. Singapore è solida ma i suoi mercati restano troppo piccoli. E così Hong Kong torna a brillare. Cresce il numero di IPO, tornano gli studi legali internazionali (oggi 84, contro i 73 del periodo Covid), e molte banche stanno riportando personale da Singapore.
Anche gli investitori occidentali, fino a ieri diffidenti verso la Cina, tornano a comprare. L’indice Hang Seng è salito del 9% da inizio anno, quello tech del 15%.
Nessuno si illude: la tensione resta alta, e la “guerra dei dazi” non avrà vincitori, come ha ammonito Xi Jinping. Ma per Hong Kong, dopo anni in retrovia, è l’occasione per rientrare in gioco.
Il Bhutan scommette sul Bitcoin per rilanciare l’economia (e trattenere i giovani)
Il Bhutan, piccolo regno incastonato tra le vette dell’Himalaya, ha sempre misurato il proprio progresso con indicatori poco convenzionali come la felicità interna lorda e la sostenibilità. Oggi però, di fronte a una crisi economica sempre più profonda, sta virando su una strategia decisamente più audace: il Bitcoin.
Come riporta un articolo di AL Jazeera, l’economia del Paese, che conta appena 800mila abitanti e una geografia ostile all’agricoltura, fatica a riprendersi dopo il crollo del turismo post-pandemia. Nel 2023, questo settore ha generato 334 milioni di dollari – oltre il 10% del PIL – ma resta lontano dai livelli pre-Covid, anche per via della politica di “alto valore e basso volume” voluta da Thimphu, con una tassa giornaliera di 100 dollari imposta ai turisti stranieri.
In parallelo, la disoccupazione giovanile è salita al 19% e la fuga di cervelli è diventata un’emergenza: solo nel 2022, oltre il 10% della popolazione istruita ha lasciato il Paese, attratta da stipendi più alti all’estero, in particolare in Australia.
Ecco allora il ricorso al Bitcoin, estratto grazie all’energia idroelettrica del Paese. Nel 2023 il governo ha venduto criptovalute per 100 milioni di dollari, utilizzando i proventi per raddoppiare gli stipendi pubblici. Una mossa che ha già dato risultati: nei primi tre mesi del 2024 le dimissioni nella pubblica amministrazione si sono ridotte di oltre il 70% rispetto all’anno precedente.
Resta da vedere se l’alta volatilità del Bitcoin sarà un alleato affidabile nel lungo periodo. Ma per il Bhutan, oggi, è più di una scommessa: è una via di salvezza.
Il Bhutan non ha mai reso pubblica la quantità di Bitcoin in suo possesso. Ma secondo Arkham, società di intelligence blockchain, al 9 aprile il valore ammontava a oltre 600 milioni di dollari: circa il 30% del PIL del Paese. Oltre al Bitcoin, il regno detiene anche Ethereum e LinqAI, seppur in misura minore.
Dietro questa strategia c’è una visione precisa. Il re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck è un convinto promotore della trasformazione digitale: “Essere una piccola nazione ci obbliga a essere intelligenti. La tecnologia è uno strumento essenziale,” disse già nel 2019.
Il mining in Bhutan, inoltre, ha una peculiarità, scrive Al Jazeera: è sostenibile. Il Paese sfrutta la sua abbondante energia idroelettrica e le basse temperature per alimentare e raffreddare i data center, limitando l’impatto ambientale.
“Stiamo usando la nostra energia verde per minare Bitcoin tra le alte montagne,” ha raccontato Tenzing Lamsang, direttore del settimanale The Bhutanese.
Nel frattempo, anche altri Paesi si muovono. El Salvador ha investito quasi 550 milioni di dollari in Bitcoin. Trump ha proposto una riserva strategica in criptovalute. Il Bhutan, però, ci è arrivato prima. E, secondo loro, con una visione più verde.








