Questa settimana partiamo dagli Usa dove la Corte Suprema mette in dubbio i dazi di Trump, la Spagna doppia l’Italia con record di occupati e la Cina sfrutta il debito africano per rafforzare la sua valuta.
La Corte Suprema americana scettica sui dazi di Trump
La Corte Suprema degli Stati Uniti sembra orientata a mettere in discussione uno dei pilastri della politica commerciale di Donald Trump: i dazi imposti a numerosi partner economici. Come riporta The Economist, durante l’udienza del 5 novembre nel caso Learning Resources v. Trump, diversi giudici, di entrambe le aree ideologiche, hanno espresso forti dubbi sulla legalità delle misure tariffarie adottate dall’amministrazione.
Trump, che alla vigilia dell’udienza aveva definito la causa una questione di “vita o morte”, non si è presentato in aula ma ha inviato i suoi segretari al Commercio e al Tesoro. Il suo procuratore generale, John Sauer, ha difeso la scelta di utilizzare l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977 per giustificare i dazi “di emergenza” su Cina, Canada e Messico, oltre a tariffe “reciproche” fino al 50% sulla maggior parte dei partner commerciali. Secondo Sauer, la legge darebbe al presidente il potere di intervenire in nome della sicurezza nazionale e di contrastare la crisi del fentanyl.
Ma l’argomentazione ha convinto pochi. Le tre giudici progressiste, Ketanji Brown Jackson, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, hanno messo in dubbio che l’IEEPA consenta al presidente di intervenire in materia di dazi. Jackson ha ricordato che il Congresso aveva approvato la norma “per limitare, non per ampliare” i poteri presidenziali in materia commerciale. Sotomayor ha notato che il testo non menziona nemmeno la parola “tariffe”, mentre Kagan ha osservato che i poteri d’emergenza previsti dalla legge “semplicemente non includono quello che voi rivendicate”.
Dubbi sono arrivati anche dal fronte conservatore. La giudice Amy Coney Barrett ha chiesto di indicare “un solo precedente storico” in cui l’espressione “regolare l’importazione” sia stata interpretata come il potere di imporre dazi. Il presidente della Corte, John Roberts, ha evocato la dottrina delle “questioni di grande importanza” (major-questions doctrine), spesso usata per bloccare decisioni esecutive non esplicitamente autorizzate dal Congresso, la stessa che fece cadere il piano di Joe Biden per la cancellazione dei debiti studenteschi. Applicandola al caso, ha osservato Roberts, sarebbe difficile sostenere che il presidente possa imporre tariffe “su qualsiasi prodotto, da qualsiasi paese, in qualsiasi misura e per qualsiasi durata”.
Anche Neil Gorsuch ha mostrato scetticismo, definendo “incredibile” l’idea che la dottrina non si applichi in politica estera. “Se così fosse”, ha detto, “il Congresso potrebbe abdicare completamente alla sua responsabilità di regolare il commercio estero o persino di dichiarare guerra”.
Tre giudici, Samuel Alito, Brett Kavanaugh e Clarence Thomas, hanno invece lasciato intendere di voler salvare i dazi, cercando basi legali alternative. Kavanaugh ha ricordato precedenti come l’imposizione di un dazio del 10% da parte di Richard Nixon nel 1971, mentre Alito ha sottolineato che non tutti i dazi servono a raccogliere entrate: alcuni mirano a modificare il comportamento di altri paesi.
Secondo il settimanale britannico, il caso potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la politica economica trumpiana. L’intelligenza artificiale SCOTUSbot, citata da The Economist, inizialmente prevedeva che la Corte avrebbe confermato i dazi in nove simulazioni su dieci. Ma dopo aver analizzato le memorie delle parti e la trascrizione dell’udienza, l’algoritmo ha completamente invertito posizione: ora ritiene probabile che Trump debba revocare o riformulare le tariffe in base a basi giuridiche più limitate. In altre parole, anche una Corte a maggioranza conservatrice sembra poco propensa a concedere al presidente poteri illimitati in materia di commercio estero.
Spagna, occupazione record: +10,5% rispetto all’anno scorso
L’economia spagnola continua a correre, e il mercato del lavoro ne è la conferma. Ottobre si è chiuso con 141.926 nuovi occupati, il miglior risultato per questo mese nella serie storica (a eccezione del 2021, anno anomalo di recupero post-pandemico). Secondo i dati diffusi dal Ministero della Sicurezza Sociale, il numero totale di affiliati al sistema è salito a 21,8 milioni di lavoratori, con una crescita annua del 2,38%, il ritmo più alto dall’inizio dell’anno.
Nonostante la fine della stagione estiva, che ha comportato la perdita di oltre 50 mila posti nella ristorazione e più di 30 mila nella sanità, il calo è stato ampiamente compensato dal boom nel settore dell’istruzione (+167 mila posti) e da nuove assunzioni nei comparti tecnico-scientifici, delle costruzioni e delle attività artistiche.
Il dato sorprende anche per la tenuta della qualità del lavoro: oltre il 42% dei nuovi contratti è a tempo indeterminato, con una forte presenza di contratti a tempo pieno. Cresce inoltre l’occupazione femminile, che supera per la prima volta i 10,3 milioni di lavoratrici, e quella degli stranieri, arrivata a un record di 3,1 milioni di affiliati, con un incremento del 7,1% su base annua.
Nel presentare i dati, la ministra dell’Istruzione e portavoce del governo, Pilar Alegría, ha evidenziato come la Spagna “registri un aumento dell’occupazione del 10,5%, contro il 5,9% dell’Italia, il 2% della Francia e l’1,5% della Germania”.
Il premier Pedro Sánchez ha rivendicato i risultati, parlando su X di “un mercato del lavoro solido e robusto” e sottolineando che la Spagna “continua a guidare la creazione di impiego in Europa”.
Parallelamente, il numero dei disoccupati iscritti ai centri per l’impiego è cresciuto in ottobre di 22.101 persone, un incremento più contenuto rispetto alla media storica per questo mese (circa 69 mila). Il totale dei disoccupati si attesta a 2,4 milioni.
La crescita dell’occupazione, sottolinea El País, non appare quindi un effetto stagionale, ma un segnale di dinamismo strutturale del mercato del lavoro spagnolo, spinto dalla riforma del lavoro e da un’economia in piena espansione.
Con questi numeri, la Spagna consolida il suo ruolo di “locomotiva occupazionale” d’Europa, doppiando l’Italia e superando nettamente Francia e Germania in termini di crescita del lavoro.
La Cina usa il debito africano per far crescere il renminbi
La Cina sta trasformando la crisi del debito sovrano in Africa in una leva strategica per promuovere la propria valuta, il renminbi (RMB). Secondo un’analisi di The Diplomat, nel Kenya sono già stati convertiti prestiti ferroviari concessi da istituti cinesi, in particolare circa 3,5 miliardi di dollari (originariamente 5 miliardi), da dollari a renminbi, riducendo il tasso d’interesse e permettendo un risparmio annuale stimato intorno ai 215 milioni di dollari.
In Etiopia, prosegue l’articolo, è in corso una trattativa per convertire circa 5,4 miliardi di dollari in RMB, con l’obiettivo di abbassare i costi del servizio del debito dal circa 7,25 % a circa 3 %. Queste operazioni rispondono a più esigenze: aiutano i Paesi africani ad alleggerire la pressione fiscale legata al dollaro e ai tassi statunitensi, e al tempo stesso radicano più profondamente il ruolo internazionale del renminbi.
L’ecosistema monetario che Pechino sta costruendo comprende già il sistema di pagamenti transfrontalieri CIPS (Cross‑Border Interbank Payment System), accordi di swap valutari e transazioni in RMB. Nel caso del Kenya, la presenza di banche cinesi per la compensazione dei pagamenti rafforza l’integrazione con l’architettura finanziaria cinese. Questo fenomeno assume un significato maggiore se collocato nel quadro più ampio della revisione del ruolo globale del dollaro.
In Asia, nel Golfo e in Africa, molti governi cercano di ridurre la dipendenza dal biglietto verde per vari motivi: economici (rafforzare legami regionali, stabilizzare i cambi, diversificare riserve), strategici (limitare l’esposizione alle sanzioni o alle variazioni della politica americana), ideologici (avanzare verso un ordine finanziario più multipolare). La strategia del governo cinese non punta a una liberalizzazione totale dei mercati finanziari, ma a un’internazionalizzazione selettiva del renminbi: prima tramite l’uso per i regolamenti commerciali, poi tramite mercati offshore e riserve in RMB, e ora anche tramite conversioni bilaterali del debito sovrano.
Non si tratta di sostituire il dollaro, ma di creare circuiti paralleli di liquidità e pagamento meno esposti alla volatilità della politica monetaria USA e alle sanzioni occidentali. Per i Paesi africani, i vantaggi sono immediati: riduzione dei costi del debito, minore vulnerabilità agli shock in dollari, possibilità di finanziamenti agevolati in RMB e nuovi investimenti cinesi. Ma l’altro lato della medaglia è una nuova forma di dipendenza: la Cina, attraverso le proprie istituzioni statali, gestisce flussi di liquidità, termini di rimborso e accesso al credito, consolidando un potere finanziario più centralizzato. Da Nairobi ad Addis Abeba, ogni conversione di prestito diventa un tassello della strategia cinese di affermare il renminbi nello scacchiere globale e di tramutare un problema: l’instabilità del debito sovrano, in uno strumento di influenza monetaria.








