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16/05/2025

La Danimarica cresce grazie ai farmaci, il confronto economico tra India-Pakistan e la ripresa turca “congelata”

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Questa settimana partiamo dalla Danimarca, dove la crescita trainata dai farmaci rallenterà nel 2025; l’India stacca il Pakistan sul fronte economico; in Turchia l’arresto di Imamoglu frena la ripresa e agita i mercati.

Danimarca, la crescita spinta dai farmaci rallenterà nel 2025

La Danimarca ha vissuto una crescita economica sorprendente nel 2024, trainata da un boom senza precedenti nelle esportazioni farmaceutiche, in particolare grazie alla domanda globale di farmaci per il diabete e la perdita di peso come Ozempic e Wegovy, prodotti da Novo Nordisk. Il colosso danese ha visto le sue vendite passare dall’1% all’8,3% del PIL nazionale in poco più di trent’anni. Ma ora il Fondo Monetario Internazionale prevede un rallentamento: dal +3,7% del 2024 al +2,9% di quest’anno, fino all’1,8% nel 2026.

Il rallentamento, tuttavia, non dipende dalla minaccia dei dazi statunitensi sull’import farmaceutico. Secondo il FMI, solo il 3% delle esportazioni danesi passa fisicamente dalle dogane USA, poiché molte aziende operano attraverso un sistema di “merchanting”, producendo all’estero farmaci la cui componente di valore risiede nella proprietà intellettuale danese. Ciò limita l’esposizione diretta del Paese a eventuali misure protezionistiche.

La vera preoccupazione si sposta così sull’intera industria farmaceutica europea, dopo che Donald Trump ha riacceso il suo confronto con il settore. “Pagheremo il prezzo più basso disponibile nel mondo”, ha detto lunedì firmando un ordine esecutivo che impone alle case farmaceutiche di allineare i prezzi USA a quelli internazionali. “Chiunque lo stia pagando, noi pagheremo lo stesso.”

L’annuncio ha fatto tremare i vertici delle big pharma europee. Trump ha minacciato di introdurre dazi mirati sui farmaci importati, nonostante il settore fosse stato inizialmente escluso dal regime di “dazi reciproci”. Le sue mosse puntano a colpire i paesi sviluppati, dove – secondo lui – i farmaci costano molto meno che negli Stati Uniti.

L’industria teme una fuga verso gli USA. Secondo l’associazione EFPIA, che rappresenta i principali gruppi europei come Sanofi, Bayer, Roche e AstraZeneca, circa 100 miliardi di euro di investimenti in ricerca e sviluppo sarebbero a rischio. In una lettera inviata a Ursula von der Leyen, EFPIA lancia l’allarme: “Senza un cambiamento radicale delle politiche europee, l’innovazione farmaceutica si sposterà sempre più negli Stati Uniti”.

Negli USA, i prezzi dei farmaci sono quasi tre volte superiori rispetto alla media OCSE. Ma Trump ha scelto la linea dura: “Fondamentalmente stiamo pareggiando i conti”, ha detto. “Ci sono alcuni Paesi che hanno bisogno di aiuto, e va bene così. Ma noi vogliamo la parità.” Una parità che però rischia di ridisegnare, ancora una volta, la geografia dell’industria farmaceutica globale.

 

India-Pakistan: il confronto economico che spiega più della guerra

Dalla crescita del PIL alle riserve valutarie, cinque indicatori chiave mostrano come l’India stia correndo e il Pakistan arranchi. Mentre i due Paesi firmano una tregua, è l’economia a rivelare i veri equilibri di potere.
Dopo settimane di tensioni militari, India e Pakistan hanno firmato un cessate il fuoco. Ma al di là delle schermaglie di confine, è sul piano economico che si misurano oggi le vere distanze. I numeri parlano chiaro: l’India si afferma come una delle economie più dinamiche del mondo, mentre il Pakistan fatica a uscire da una crisi cronica.

Nel 2025 la crescita del PIL indiano è stata del 6,4%, con un’economia da 4.190 miliardi di dollari. Il Pakistan si è fermato al 2,6%, con un PIL di appena 373 miliardi. Il divario si allarga anche sul reddito medio: 12.130 dollari per cittadino in India contro 6.950 in Pakistan. Gli indiani, in media, guadagnano circa il 70% in più. Quanto all’inflazione, l’India l’ha tenuta sotto controllo (4,2% stimato, con un minimo del 3,34% a marzo), mentre il Pakistan ne soffre ancora gli effetti: dopo un picco al 23,4% nel 2024, il tasso previsto è del 5,1%, comunque elevato. Anche il mercato del lavoro riflette traiettorie opposte: in India la disoccupazione è scesa al 4,9% dai picchi dell’8,7% registrati nel 2020, su una popolazione di 1,45 miliardi di persone. Il Pakistan, con 240 milioni di abitanti, ha visto invece la disoccupazione salire all’8%, rispetto al 6,6% di cinque anni fa, segnale di un mercato del lavoro in peggioramento. Sul fronte delle riserve valutarie il confronto è ancora più netto: quelle indiane ammontano a 686 miliardi di dollari, nonostante un lieve calo settimanale, mentre quelle pakistane a fatica superano i 15 miliardi e dipendono da aiuti internazionali e prestiti del FMI, come l’ultima tranche da un miliardo concessa di recente. Il confronto tra i due Paesi non si gioca più solo con gli eserciti. È l’economia a definire i rapporti di forza. L’India avanza con stabilità, attrattività per gli investitori e riforme strutturali. Il Pakistan resta prigioniero di un circolo vizioso di crisi finanziarie, instabilità politica e dipendenza esterna. La tregua è un passo avanti, ma sono i numeri a raccontare il vero equilibrio. E oggi parlano chiaro.

Turchia, la stretta su Imamoglu gela la ripresa: mercati in tensione e riserve in caduta

L’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu – figura chiave dell’opposizione turca e probabile sfidante di Recep Tayyip Erdogan alle presidenziali – ha congelato il fragile processo di risanamento economico della Turchia, interrompendo il ciclo virtuoso avviato a inizio anno. Mentre Ankara continua a spendersi come mediatrice in scenari globali, dalla guerra in Ucraina alle trattative tra Mosca e Kiev, il clima politico interno si irrigidisce, con conseguenze tangibili sull’economia.

Secondo AsiaNews, il fermo del primo cittadino, accusato di corruzione con modalità ritenute arbitrarie, ha provocato proteste di piazza, boicottaggi e uno sciopero generale nella capitale economica del Paese. Uno scenario che, evidenzia un rapporto della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), ha minato la fiducia degli investitori e costretto la banca centrale a una brusca inversione di rotta. Dopo mesi di allentamento monetario, ad aprile è arrivato un inatteso rialzo dei tassi di interesse per contenere le turbolenze sui mercati e l’ennesima caduta della lira.

“Il percorso di riduzione dell’inflazione era lento ma costante. È stato bruscamente interrotto dagli eventi politici”, ha dichiarato Beata Javorcik, capo economista della BERS, citata da Reuters. Le ripercussioni si sono estese anche alle riserve valutarie: tra aprile e maggio, la banca centrale ha bruciato oltre 40 miliardi di dollari per sostenere la moneta, facendo scendere le riserve nette da oltre 60 a meno di 20 miliardi.

A peggiorare il quadro, nuovi arresti tra gli universitari e la censura del profilo social di Imamoglu – seguito da quasi 10 milioni di persone – bloccato per “motivi di sicurezza nazionale”. Intanto, il partito CHP ha lanciato un nuovo profilo su TikTok, cercando di mantenere il contatto con la base elettorale.

Il clima repressivo, unito all’inasprimento della politica monetaria, ha portato la BERS a rivedere al ribasso le previsioni di crescita per il 2025, dal 3% al 2,8%. Dopo l’illusione di un ritorno all’ortodossia economica con la nomina del ministro Simsek, la realtà turca torna a mostrare un volto instabile, dove l’economia resta ostaggio della politica.

Foto Credits:Foto di Herm da Pixabay

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