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Finanza in Page

18/07/2025

La performance della Borsa di Tel Aviv, due giorni festivi in meno in Francia per salvare i conti e il nuovo “capitalismo teflon”

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Questa settimana partiamo da Tel Aviv: la Borsa vola nonostante la guerra. In Francia salterebbero due festivi per risanare i conti. E l’economia globale? Shock-assorbente.

I mercati stanno indicando un vincitore  in Medio Oriente

Dall’attacco a Israele del 7 ottobre 2023, il mercato azionario principale con la migliore performance al mondo è… Israele. Dopo un iniziale scossone, la Borsa israeliana di Tel Aviv ha recuperato pienamente nel giro di quattro settimane, registrando da allora un rialzo di circa l’80% in termini di dollari. Una corsa che è proseguita anche durante i 12 giorni di guerra con l’Iran, quando molti esperti di geopolitica temevano il peggio: un allargamento irreversibile del conflitto. Come riportato dal Financial Times, i  mercati, invece, hanno continuato a segnalare una lettura diversa: che il conflitto si sarebbe concluso con Israele vincente sia dal punto di vista militare sia economico.

Questo messaggio è stato chiaro nei multipli di Borsa: i rapporti prezzo/utili attesi, che riflettono le aspettative future degli investitori, sono cresciuti in Israele del 40% negli ultimi 21 mesi. Nello stesso periodo, il dato globale si è fermato al 20%, mentre nei mercati del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, si è assistito a un lieve calo. Scrive FT, nonostante le forti critiche internazionali su Israele per le sue offensive militari, da Gaza all’Iran, è stato proprio un’impennata degli acquisti esteri a sostenere il rally del listino.

Israele, fondato nel dopoguerra in condizioni di grande povertà, è oggi tra i pochi Paesi passati dallo status di economia emergente a quello di sviluppata, sia secondo il Fondo Monetario Internazionale sia per l’indice MSCI dei mercati finanziari. È l’unico in Medio Oriente ad aver raggiunto entrambi i traguardi. Con un Pil da 550 miliardi di dollari, figura ormai tra le 30 economie più grandi al mondo.

Non è stato sempre così.  Secondo FT i fondatori dello Stato ebraico erano in buona parte socialisti: costruirono un ampio stato sociale e accolsero milioni di immigrati. Ma già negli anni ’80 il sistema entrò in crisi, portando a una svolta liberista. Le aziende pubbliche furono privatizzate, le tasse semplificate, i confini aperti al commercio. Mentre la maggior parte dei Paesi avanzati aumentava spesa e debito, Israele ha ridotto la spesa pubblica dal 50% al 40% del Pil e il debito dal 90% a meno del 70%.

Il governo ha anche investito con lungimiranza nel venture capital, ponendo le basi per il boom tecnologico. Oggi Israele spende oltre il 6% del Pil in ricerca e sviluppo, più di qualsiasi altro Paese al mondo, più del doppio della media globale. Circa metà di questi investimenti arriva da multinazionali estere, molte legate all’industria della difesa. Da queste collaborazioni sono nati sistemi come Iron Dome e la rete di missili intercettori che ha neutralizzato oltre l’85% degli attacchi missilistici e una quota ancora più alta di droni.

Dalla difesa alla cybersicurezza, Israele è oggi un leader globale, con più start-up pro capite di qualsiasi altro Paese e una cultura imprenditoriale che ricorda più la California che il Medio Oriente. Con 73 start-up attive nell’intelligenza artificiale generativa, è il terzo polo al mondo in questo ambito. La metà delle esportazioni israeliane è composta da prodotti tech, una quota che pochi Paesi avanzati possono eguagliare. I vicini, al contrario, esportano ancora in prevalenza petrolio.

Il risultato è un miracolo di produttività in solitaria. La “total factor productivity” , che misura quanto efficacemente il lavoro utilizza le nuove tecnologie, è cresciuta quattro volte più rapidamente in Israele rispetto alla media dei Paesi sviluppati negli ultimi 25 anni. Il Pil pro capite è triplicato dal 2000 a oggi, superando i 55 mila dollari. In confronto, quello dell’Arabia Saudita è fermo a un terzo di quello americano, lo stesso livello di 25 anni fa.

Tutto questo avviene mentre nel vicino territorio di Gaza si consuma una tragedia umana che non può e non deve essere ignorata. La distanza tra la lettura dei mercati e la realtà sul terreno è un segnale che va maneggiato con cautela.

Eppure, anche gli economisti stanno rivedendo al rialzo le stime: la crescita israeliana è attesa al 4% annuo nei prossimi anni. Un ritmo sostenuto per una nazione sviluppata. I mercati lo stanno già prezzando: Israele, piaccia o no, si sta affermando come la potenza economica dominante della regione.

 Il primo ministro francese mette mano al calendario per risanare i conti pubblici

Due giorni festivi in meno per salvare i conti pubblici. È la proposta destinata a far discutere avanzata dal primo ministro francese François Bayrou, che  punta a eliminare il Lunedì di Pasqua e l’8 maggio, giorno della vittoria degli Alleati nella Seconda guerra mondiale, per rilanciare la produttività e contribuire al risanamento del bilancio dello Stato.

Durante una conferenza stampa dal titolo eloquente, Le moment de vérité, il momento della verità,  Bayrou ha parlato di una Francia “in pericolo mortale” per via di un debito pubblico fuori controllo. “Cresce di 5.000 euro al secondo”, ha dichiarato. Obiettivo del governo è ridurre il deficit dal 5,8% del Pil nel 2023 al 4,6% nel 2026 e portarlo sotto il 3% entro il 2029. Per farlo, servono tagli per oltre 43 miliardi di euro.

Tra le misure in campo, un congelamento della spesa pubblica per il prossimo anno, la riduzione del numero di dipendenti statali, la cancellazione di agevolazioni fiscali per i più ricchi, e un incremento delle spese per la difesa, come richiesto dal presidente Emmanuel Macron: +3,5 miliardi nel 2026 e altri 3 miliardi nel 2027.

Ma è stata la proposta di cancellare le festività di maggio a scatenare le polemiche. Bayrou ha definito quel mese un “gruyère”, un formaggio pieno di buchi, e ha affermato che il Lunedì di Pasqua “non ha significato religioso”. “La Francia deve lavorare di più”, ha detto.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Rassemblement National di Marine Le Pen ha definito l’iniziativa un attacco alla storia e ai lavoratori. E la leader ecologista Marine Tondelier ha criticato la scelta di togliere una giornata che celebra la sconfitta del nazismo. Bayrou ha risposto parlando di “aritmetica di base”: “Se vogliamo restare in carreggiata, dobbiamo trovare quelle risorse”.

Il primo ministro, in carica da dicembre dopo la breve esperienza di Michel Barnier, sa bene di giocarsi tutto in Parlamento. Come riporta BBC, se la legge di bilancio verrà bocciata in autunno, il suo governo potrebbe cadere, come avvenne con quello di Barnier nel 2024. Le stesse forze, Rassemblement National e sinistra radicale, minacciano di sfiduciarlo di nuovo. Con un Parlamento frammentato e un presidente impopolare (Macron è sotto il 25% nei sondaggi), la Francia rischia una nuova crisi politica. Ma Bayrou insiste: “Vogliamo cambiare le cose, anche a costo di rischiare tutto”.

Guerra, geopolitica, crisi energetica:  l’economia sfugge a ogni disastro

Pandemia, guerra in Europa, crisi energetica, tensioni geopolitiche, banche sotto stress, immobili cinesi al collasso e guerre commerciali in aumento. È il mosaico inquietante di questi ultimi anni, quello che gli analisti internazionali definiscono “policrisi”. Eppure l’economia globale tiene. Tiene davvero. Cresce, si adatta, resiste. E i mercati finanziari, in apparente controtendenza rispetto alla narrazione dominante, continuano a scommettere sul futuro.

Come riporta The Economist, il mondo ha imparato ad assorbire gli shock. Lo dimostrano i numeri: dal 2011 la crescita globale si aggira intorno al 3% l’anno, con un’unica vera eccezione durante la pandemia. E anche in quel caso, il rimbalzo è stato rapido. La disoccupazione nei Paesi OCSE è oggi sotto il 5%, ai minimi storici. Nel primo trimestre del 2025, gli utili aziendali globali sono saliti del 7% rispetto all’anno precedente. E secondo il FMI, solo il 5% dei Paesi è in recessione, il dato più basso dal 2007.

A guardare i mercati, poi, sembrerebbe tutto perfetto: le Borse dei Paesi sviluppati sono vicine ai massimi storici, la volatilità (misurata dal VIX) è sotto la media di lungo periodo. E anche i settori più esposti alle tensioni internazionali, come quello dei beni soggetti a dazi, non stanno affondando. Perfino il mercato azionario ucraino, dopo il crollo del 2022, ha recuperato terreno. E Taiwan, protagonista silenziosa di uno dei dossier geopolitici più delicati al mondo, è al centro di un paradosso: mentre i giornali lanciano l’allarme, gli investitori non battono ciglio.

Com’è possibile? Forse è cambiato il modo in cui funziona il capitalismo. Secondo The Economist, si sta affermando una nuova forma, fatta di resilienza strutturale, reattività politica e aspettative di salvataggio permanente. Un’economia che “non si attacca”, proprio come il teflon.

Le imprese sono diventate più rapide nel riorganizzare le supply chain: durante la pandemia, il boom della domanda ha messo sotto pressione molti settori, ma non si è trattato di un collasso dell’offerta. I semiconduttori, ad esempio, hanno visto un aumento delle consegne del 15% nel 2021. Oggi le catene logistiche sono gestite da professionisti con strumenti digitali, flessibili, capaci di riorientare i flussi. Negli Stati Uniti i supply chain manager sono aumentati del 95% in vent’anni.

A questo si aggiunge una struttura economica più solida. Le economie avanzate si sono spostate verso i servizi, meno volatili dei beni. La rivoluzione dello shale oil ha reso il mondo meno dipendente dal petrolio mediorientale e russo. E l’intensità petrolifera (cioè il consumo di petrolio per unità di PIL) è calata del 60% dagli anni Settanta.

Ma il vero game changer sono i governi. Oggi, di fronte a ogni scossone, intervengono con prontezza. Durante il Covid, le economie avanzate hanno speso oltre il 10% del PIL in misure di sostegno. Nel 2022, in piena crisi energetica, l’Europa ha messo in campo un altro 3%. E nel 2023, con le banche sotto pressione, gli Stati Uniti hanno esteso le garanzie sui depositi. I bilanci pubblici sono in perenne disavanzo: la media delle economie sviluppate è oggi sopra il 4% del PIL. Ma non è tutto: gli Stati, soprattutto gli USA, hanno assunto anche impegni potenziali enormi, sotto forma di garanzie e salvataggi impliciti.

Nei mercati emergenti, la trasformazione è altrettanto evidente. Molti Paesi hanno adottato regimi di inflazione target, rafforzato i mercati obbligazionari locali, ridotto la dipendenza dal debito in valuta estera. Il risultato? Default contenuti e crisi più rare, anche di fronte a shock globali come pandemia, inflazione e tassi USA in salita.

È una nuova era? Forse sì. Ma non senza rischi. The Economist ne individua due. Il primo è il costo del debito: con tassi alti, mantenere deficit eccessivi diventa difficile. Gli Stati Uniti spenderanno quest’anno oltre il 3% del PIL solo per pagare gli interessi, più della spesa per la difesa. Il secondo rischio è geopolitico: se un evento davvero grave , come un’invasione di Taiwan , colpisse il cuore delle catene produttive globali (pensiamo ai chip), nemmeno l’economia teflon potrebbe uscirne indenne. Nel 1940, gli investitori scommisero che Hitler non avrebbe conquistato l’Europa. Oggi, scommettono che banche centrali e governi continueranno a proteggerli. Ma prima o poi, il conto potrebbe arrivare.

Foto Credits: Foto di nemo frenkel da Pixabay

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