Salta al contenuto principale

Finanza in Page

14/11/2025

La prima casa a 40 anni negli Usa, la “malattia taiwanese” e il congedo mestruale retribuito in India

Ascolta l'articolo Sintesi vocale browser

Questa settimana partiamo dagli Usa dove il primo acquirente americano di casa è sempre più vecchio, Taiwan fa i conti con i suoi squilibri economici e il Karnataka indiano introduce il congedo mestruale retribuito

Negli Stati Uniti il primo acquirente di casa ha 40 anni

Il sogno americano della casa di proprietà, simbolo di stabilità e mobilità sociale, sembra allontanarsi sempre di più. Secondo i nuovi dati diffusi dalla National Association of Realtors (NAR), l’età media del primo acquirente di una casa negli Stati Uniti ha raggiunto i 40 anni, un record storico. Solo un anno fa era di 38, nel 2022 di 36 e nel 1991 di appena 28.

«È un dato sorprendente», ha dichiarato Jessica Lautz, vice capo economista della NAR. «Ed è negli ultimi anni che abbiamo visto questa impennata». Un aumento che racconta molto più di una semplice tendenza anagrafica: riflette una crisi di accessibilità abitativa che sta riscrivendo le regole del mercato immobiliare americano e ritardando l’ingresso dei giovani nella proprietà.

Come ha sintetizzato Lance Lambert, editor di ResiClub, «oggi un primo acquirente è tanto vicino all’età per la pensione anticipata (62 anni) quanto al ricordo del diploma di liceo (18)».

Il rapporto 2025 della NAR evidenzia che i first-time buyers rappresentano ormai solo il 21% delle transazioni, il minimo storico. Nel 2007 erano il doppio. La conseguenza non è solo simbolica: secondo le stime dell’associazione, rimandare di dieci anni l’acquisto di una casa significa perdere fino a 150.000 dollari di patrimonio in una tipica abitazione di fascia medio-bassa.

Le barriere economiche sono evidenti. L’anticipo medio richiesto oggi è del 10%, il livello più alto dal 1989. La maggior parte dei compratori attinge ai risparmi personali (59%), ma cresce l’uso di fondi pensione e investimenti (26%) e l’aiuto da parte di familiari o amici (22%). Per molti giovani, entrare nel mercato immobiliare è ormai impossibile senza un sostegno familiare o un’eredità alle spalle.

Al contrario, gli acquirenti “ripetuti”, con un’età media di 62 anni, godono di una posizione di forza: spesso reinvestono l’equity della precedente casa e, nel 30% dei casi, acquistano in contanti. Il risultato è un mercato spaccato in due: chi ha già accumulato patrimonio si muove liberamente, mentre le nuove generazioni restano ai margini.

La fotografia sociale riflette questo squilibrio: solo il 24% degli acquirenti ha figli minori di 18 anni, minimo storico, e le case multigenerazionali, che ospitano genitori anziani o figli adulti , sono scese dal 17% al 14%.
Come ha sintetizzato Fortune, è una “gara” che i baby boomer stanno vincendo sui millennial: chi ha 40 anni oggi si trova spesso a competere con acquirenti dell’età dei propri genitori per le stesse case “entry level”.

Per la NAR, la crisi dell’accessibilità non è più un problema ciclico ma strutturale. «Per generazioni, la casa è stata il principale strumento di costruzione della ricchezza negli Stati Uniti», ricorda Shannon McGahn, vicepresidente esecutiva dell’associazione. «Senza politiche capaci di aumentare l’offerta, semplificare la burocrazia e incentivare nuove costruzioni, quel sogno rischia di diventare un privilegio per pochi».

Il sogno americano non è morto, ma sta invecchiando. E chi spera di realizzarlo deve oggi fare i conti con un mercato che, più che un trampolino di mobilità, somiglia sempre più a una corsa a ostacoli.

 

La “malattia di Taiwan”: il lato oscuro del miracolo dei chip

Taiwan è spesso celebrata come la centrale elettrica dei chip globali. Dalla piccola isola dipende più del 60% della produzione mondiale di semiconduttori avanzati, un primato che sostiene la crescita economica e accresce il suo peso geopolitico. Ma dietro questa facciata di successo si nasconde quella che l’Economist definisce sempre più spesso “la malattia di Taiwan”: un insieme di squilibri macroeconomici che, se non affrontati, potrebbero minare la stabilità futura dell’economia.

Il cuore del problema è un surplus commerciale gigantesco, alimentato soprattutto dall’export tecnologico, accompagnato da una valuta che resta sorprendentemente debole. Mentre un boom simile dovrebbe far salire il valore del dollaro taiwanese, la banca centrale fa di tutto per impedirlo. Acquista dollari americani, accumula riserve e immette liquidità locale sul mercato: un interventismo costante, spesso poco trasparente, che mantiene artificialmente basso il cambio.

Questa politica nasce da una logica precisa: proteggere l’isola, esposta alle pressioni della Cina, garantendo che le aziende taiwanesi restino competitive sui mercati globali. Ma il costo domestico è enorme. Negli ultimi anni, l’eccesso di liquidità ha gonfiato a livelli insostenibili i prezzi delle case: Taipei è oggi tra le città meno accessibili al mondo, con un rapporto prezzo/reddito peggiore di Hong Kong e Seoul. Parallelamente, i salari crescono poco, compressi da un modello che privilegia le esportazioni rispetto ai consumi interni.

Ecco uno dei sintomi più evidenti della “malattia di Taiwan”: un Paese ricco che però consuma poco, dove i risparmi si accumulano senza tradursi in benessere diffuso. La tendenza a risparmiare, unita ai bassi rendimenti interni, ha portato molte famiglie a investire tramite le assicurazioni vita, che a loro volta acquistano titoli e asset in valuta estera. Ma questo meccanismo espone Taiwan a un rischio crescente: se il dollaro taiwanese si apprezzasse rapidamente, il valore di quegli investimenti crollerebbe, mettendo sotto pressione assicurazioni e risparmiatori.

Un altro sintomo è la dipendenza eccessiva da un singolo settore, quello dei semiconduttori, che rappresenta un pilastro economico ma anche una vulnerabilità. Il boom dei chip ha amplificato gli squilibri valutari e commerciali, rendendo il Paese sempre più sensibile alle fluttuazioni della domanda globale e alle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina.

Nonostante le critiche crescenti, la banca centrale taiwanese resta ancorata alla sua strategia, forte degli innegabili successi ottenuti negli ultimi trent’anni. Tuttavia, le pressioni esterne si intensificano: gli Stati Uniti hanno già chiesto maggiore trasparenza e modifiche alla gestione valutaria nei negoziati commerciali, mentre molti economisti avvertono che continuare così significa alimentare squilibri che prima o poi presenteranno il conto.

La “malattia di Taiwan”, in fondo, è il risultato di un paradosso: per difendersi da minacce esterne, l’isola ha costruito un modello economico che ora rischia di indebolire la sua stessa società dall’interno. Correggerlo sarà complesso e politicamente sensibile, ma sempre più analisti concordano su un punto: il tempo per ignorare i sintomi sta finendo

 

L’India introduce il congedo mestruale retribuito

In India parlare di mestruazioni è ancora un tabù. Eppure, proprio in questo contesto, lo Stato del Karnataka, uno dei più ricchi e tecnologicamente avanzati del Paese , è diventato il primo a introdurre un congedo mestruale retribuito mensile per tutte le donne impiegate nel settore formale, sia pubblico che privato.

La misura prevede un giorno di permesso al mese, non cumulabile, senza bisogno di certificato medico. Un cambiamento che, secondo il ministro del Lavoro del Karnataka Santosh Lad, rappresenta «una delle politiche più progressiste mai adottate a favore delle donne».

Cosa significa “settore formale” e “settore informale”. È un punto cruciale per capire la portata della legge: settore formale comprende lavoratori con un contratto registrato, aziende regolarmente iscritte, tutele statali, busta paga e contributi (dipendenti pubblici, impiegati di banche, industrie, grandi aziende IT, multinazionali, uffici privati regolamentati). Il settore informale include chi lavora senza contratti strutturati, spesso pagato giornalmente o a prestazione, senza assicurazioni o diritti garantiti (domestiche, lavoratori giornalieri, muratori, venditori ambulanti, rider delle piattaforme, braccianti).

Il Karnataka stima che solo 350–400 mila donne appartengano al settore formale, mentre circa 6 milioni lavorano nell’informale e sono quindi escluse. Molti esperti sottolineano che proprio chi lavora in condizioni più dure, turni lunghi, mansioni fisicamente faticose, sarebbe la prima a beneficiare di un congedo mestruale, e dunque la platea andrebbe ampliata.

Il provvedimento ha ricevuto apprezzamenti da diversi sindacati. Pratibha R, presidente del sindacato locale dei lavoratori tessili, lo ha definito «un passo necessario», ricordando che molte operaie hanno appena 11 giorni di permesso all’anno.

Anche le grandi aziende tecnologiche non sembrano preoccupate. Un dirigente di Nasscom, l’associazione del settore IT, ha dichiarato alla BBC che «molte imprese già offrivano il congedo mestruale, quindi l’applicazione non sarà un problema». Ma non mancano dubbi e resistenze culturali. La manager informatica Anunita Kundu spiega che il problema non è la misura in sé, ma il contesto sociale: «Come si può chiedere un congedo mestruale se non parliamo nemmeno di mestruazioni? La nostra società non è ancora pronta.» Un’altra professionista del settore IT, Aruna Papireddy, considera il provvedimento superfluo: «Le donne hanno raggiunto posizioni elevate senza nemmeno menzionare la parola con la M. Non serve un permesso dedicato.»

Il sociologo Pushpendra, intervistato dalla BBC, sostiene che la questione sia più culturale che normativa: «Il congedo ha aiutato molte donne, ma non le ha rese più emancipate. Il problema è combattere lo stigma che circonda le mestruazioni.» Ricorda che in molte regioni indiane, incluso il Bihar, dove il congedo esiste da decenni, i negozianti avvolgono ancora gli assorbenti in giornali per nasconderli alla vista. Segno di quanto la mestruazione sia considerata un argomento “impuro” o “vergognoso”.

Il tabù è radicato a tal punto che nel 2018 il Kerala fu teatro di proteste violente contro la decisione della Corte Suprema che autorizzava l’accesso al tempio di Sabarimala alle donne mestruate.

Molte donne, però, sperano che la nuova legge possa contribuire a rompere finalmente il silenzio. «Chiamarlo congedo mestruale aiuta a combattere lo stigma», spiega la docente Shreya Shree, di Bengaluru. La professoressa Sapna S, vicepresidente della Christ University e responsabile del comitato statale sul congedo mestruale, invita le donne a usare il nuovo diritto senza timore: «Dobbiamo agire sul condizionamento sociale. Le donne non devono sentirsi in colpa o provare vergogna nel richiedere questo permesso.»

Pur con dei limiti evidenti, primo fra tutti l’esclusione della maggioranza delle lavoratrici, il Karnataka segna una svolta importante: è il primo Stato indiano a includere il settore privato in un congedo mestruale retribuito.

La speranza è che questo riconoscimento non solo migliori le condizioni di lavoro, ma contribuisca anche a scalfire un tabù antico, radicato e ancora oggi molto difficile da affrontare apertamente.

 

 

Foto Credits: Foto di Chickenonline da Pixabay

Scopri le soluzioni di investimento che potrebbero interessarti

Iscriviti alla Newsletter

Non perderti gli articoli più interessanti della settimana. Ricevili tutti direttamente via mail!

Altri articoli che potrebbero interessarti

Tutte le notizie di attualità
che non devi perderti e…