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29/06/2026
La società del sospetto: cosa raccontano i commenti sui social sulla crisi della fiducia

La società del sospetto: cosa raccontano i commenti sui social sulla crisi della fiducia

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C’è un dato che riguarda l’Italia e che, francamente, non è motivo di orgoglio. Arriva da uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulla fiducia sociale. Ne parleremo tra poco.

Prima, però, parto da un’osservazione personale.

 

Un esperimento involontario 

Mi sono imbattuta in un post statunitense che raccontava la storia di un senzatetto americano. Migliaia di persone avevano commentato con frasi come: «Ce la farai». Oppure: «Come posso aiutarti?».

Per curiosità ho cercato storie simili pubblicate in Italia.

Anche qui migliaia di commenti.

Ma il tono era molto diverso.

«Se l’è cercata.»

«Anch’io ho problemi e non mi lamento.»

«Ci sarà sotto qualcosa.» E altre amenità. 

Di fronte a post che raccontavano situazioni analoghe, di povertà e fatiche, ho intercettato dunque diffidenza, in Italia, sarcasmo e sospetto. Non è la prima volta. È solo una mia impressione? O esiste il fenomeno delle culture che in qualche modo insegnano anche quali emozioni è lecito esprimere pubblicamente? 

Una precisazione: i social non rappresentano la società nella sua interezza.  Sono una vetrina deformante, una messa in scena parziale della realtà. Esistono ogni giorno migliaia di gesti di solidarietà che non finiscono in un post né in un reel.

Eppure, una domanda  a me, è rimasta. 

Perché, davanti a storie simili, culture diverse sembrano autorizzare emozioni diverse?

Quando qualcuno racconta una caduta, la nostra comunità- se ancora ha senso definirla così – premia  il disincanto mentre altre società premiano la compassione. Non parlo dei governi, ma dei gruppi di cittadini. 

 

Non è un problema di emozioni ma di incitamento reciproco 

Ed è qui che entra in gioco la ricerca sociale.

Negli ultimi anni psicologi, sociologi e studiosi della comunicazione hanno iniziato a chiedersi non tanto che cosa pensiamo online, ma quali emozioni vengono premiate.

William Brady, dell’Università di Yale, ha dimostrato che i social non inventano da zero i comportamenti morali. Li amplificano. Quando rabbia, sarcasmo o indignazione ricevono like, condivisioni e approvazione sociale, diventano progressivamente il modo “giusto” di partecipare alla conversazione pubblica.

Non è vero che i social ci insegnano che cosa pensare.

Ci insegnano quali emozioni conviene mostrare. Infatti, spesso, le persone, affrontate faccia a faccia, ritrattano tutte le loro affermazioni e chiedono scusa.

La psicologa di Stanford Jeanne Tsai studia da anni un altro aspetto decisivo. Le culture non differiscono soltanto per lingua, religione o tradizioni. In un articolo intitolato “ I valori culturali plasmano i social media”  lei racconta, dati alla mano,  come in alcune culture si valorizzano entusiasmo ed espressione aperta dei sentimenti. 

Altre invece valorizzano maggiormente il controllo, il distacco e la prudenza.

Ad esempio, se negli Stati Uniti i contenuti più contagiosi sono quelli caratterizzati da rabbia e indignazione, le strategie contro la disinformazione dovrebbero concentrarsi soprattutto su questo tipo di messaggi”. 

Una delle frasi più citate di un altro famoso articolo, pubblicato su The Atlantic proprio su questo tema è “La rabbia condivisa è entusiasmante” 

Questa intuizione trova una conferma sorprendente nei dati sulla fiducia. La scelta di ciò che una comunità mostra in pubblica è legata a doppio filo con la fiducia nelle istituzioni o nelle élite,  in generale.

El País, commentando l’ultimo Edelman Trust Barometer, scrive che «la sfiducia è diventata il nuovo istinto predefinito». “ll 70% delle 37.500 persone intervistate in 28 Paesi dichiara di non essere disposto a fidarsi di qualcuno che abbia valori, esperienze di vita o informazioni diverse dalle proprie.”

Il quotidiano spagnolo introduce il concetto di “insularità”. In che senso?  L’insularità è il fenomeno per cui le persone di una determinata società si rifugiano in comunità che la pensano allo stesso modo e guardano con crescente sospetto chi appartiene a un altro gruppo. È la progressiva erosione del “noi”.

La radice del fenomeno è anche economica: l’inflazione, la potenziale perdita di posti di lavoro a causa dell’intelligenza artificiale sono ora i fattori più corrosivi che minano la fiducia. Si è passati dall’allarme alla rabbia e poi a una cupa acquiescenza e all’isolamento”, avverte l’articolo. 

Ed è qui che compare l’Italia. Perché c’è una differenza tra Paese e Paese. Ed è stata indagata e misurata.

 

La geografia del sospetto 

Secondo il Pew Research Center, il nostro Paese occupa l’ultimo posto del campione considerato, in termini di per fiducia interpersonale. La Danimarca guida la classifica: l’86% dei cittadini ritiene che, in generale, ci si possa fidare degli altri. 

Ci sono poi dieci Paesi, tra cui Paesi Bassi, Canada, Svezia, Australia e Regno Unito, in cui circa sette persone su dieci — o anche di più — ritengono che la maggior parte delle persone sia degna di fiducia.

La situazione è più equilibrata in Francia, dove il 50% degli intervistati ritiene che ci si possa fidare della maggior parte delle persone. L’Italia è invece l’unico Paese in cui meno della metà degli intervistati esprime questa convinzione.

Solo il 43% ritiene che, in generale, la maggior parte delle persone sia degna di fiducia. 

Si capisce come questo dato abbia a che fare anche coi commenti sui social. Sono il linguaggio di una cultura che ha progressivamente sostituito l’idealismo con il sospetto.

«Non farti illusioni.»

«Dietro ogni storia c’è un interesse.»

«Nessuno regala niente.»

Non sono soltanto frasi.

 

Il prezzo dell’erosione della fiducia

Quando la fiducia si erode, si erode anche il beneficio del dubbio che concediamo a uno sconosciuto quando scegliamo di credere, almeno per un momento, alla sua storia.

Se non abbiamo fiducia negli altri, ovvio che ogni racconto ci sembra una manipolazione, ogni successo un privilegio.

Ed è forse per questo che il cinismo finisce per sembrare una forma di intelligenza.

Il problema non è Facebook. O almeno, non solo. 

Il problema è una società che, quando qualcuno cade, prima ancora di chiedersi come aiutarlo, si chiede se lo sia meritato.

Il meccanismo che può diventare molto pericoloso per la democrazia, perché la frustrazione e la perdita di fiducia, spinge verso società punitive e senza compassione, 

Quando una comunità smette di concedere agli altri il beneficio del dubbio, prima o poi smette di concederlo anche al futuro e alla possibilità di utilizzare l’immaginazione per costruire, insieme, un mondo migliore.



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