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24/07/2026

L’accordo nucleare tra Usa e Arabia Saudita, la rivolta degli scarafaggi in India e le ore di sonno della premier giapponese Takaichi

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Usa e Arabia Saudita firmano l’accordo sul nucleare, in India cresce la protesta dei giovani contro gli esami truccati, mentre in Giappone fa discutere la premier Takaichi per le poche ore di sonno.

Usa, accordo nucleare storico con l’Arabia Saudita

Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo storico di cooperazione nucleare civile che potrebbe aprire la strada alla nascita di un programma atomico saudita sostenuto dalle aziende americane. L’intesa è stata annunciata dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e prevede un accordo di cooperazione pacifica, noto come “accordo 123”, insieme a un’intesa bilaterale sulle garanzie di sicurezza.

Secondo il segretario all’Energia americano Chris Wright, l’accordo “crea le basi legali per una partnership pluridecennale da diversi miliardi di dollari” e garantisce il rispetto dei più elevati standard di sicurezza nucleare e non proliferazione. Wright ha spiegato che il progetto si baserà sulla tecnologia e sulle competenze sviluppate negli Stati Uniti.

L’accordo, approvato dal presidente Donald Trump, prevede che Washington sostenga la creazione di un programma di energia nucleare civile in Arabia Saudita, con il coinvolgimento di società americane nella costruzione delle infrastrutture. La notizia era stata anticipata dal Wall Street Journal.

Ma l’intesa solleva anche interrogativi sulla proliferazione nucleare. Secondo fonti citate da NBC News, il patto non dovrebbe includere il divieto esplicito per Riad di arricchire uranio o ritrattare combustibile nucleare esausto, due attività che, pur avendo anche usi civili, possono rappresentare un passaggio verso capacità militari.

Il testo completo dell’accordo non è ancora stato diffuso e il Congresso americano dovrà esprimersi, anche se per bloccarlo sarebbe necessaria una maggioranza in grado di superare un eventuale veto presidenziale.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha assicurato che gli Stati Uniti non firmeranno accordi “con nessun Paese al mondo che comportino un rischio di proliferazione”.

Il tema è particolarmente sensibile perché arriva in una fase di forte tensione con l’Iran, mentre Washington e Israele continuano a opporsi alla possibilità che Teheran sviluppi un’arma nucleare. In passato, l’Arabia Saudita aveva collegato la disponibilità a normalizzare i rapporti con Israele alla possibilità di ottenere il via libera per un programma nucleare civile, chiedendo però progressi concreti sulla questione palestinese.

Gli esperti invitano alla cautela. Darya Dolzikova, ricercatrice del programma Proliferazione e Politica Nucleare del Royal United Services Institute, ha sottolineato che qualsiasi accordo con Paesi considerati sensibili dal punto di vista della proliferazione deve prevedere garanzie “molto solide”.

Anche le dichiarazioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman alimentano il dibattito: in passato ha affermato che il regno cercherebbe di dotarsi di un’arma nucleare nel caso in cui anche l’Iran riuscisse a farlo.

L’Arabia Saudita è membro dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), l’organismo delle Nazioni Unite incaricato di promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare e verificare che i programmi civili non abbiano finalità militari.

L’accordo con Washington arriva inoltre in un momento delicato nei rapporti regionali: nei giorni precedenti Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno cercato di rilanciare i legami storici dopo mesi di tensioni legate alla guerra in Yemen, alle quote petrolifere e alle diverse strategie nel Golfo.

India, la rivolta degli “scarafaggi”: migliaia di giovani in piazza

Non è il nome di un nuovo partito politico, ma il simbolo di una protesta generazionale che sta mettendo sotto pressione il governo di Narendra Modi. In India il movimento degli “scarafaggi” ha portato migliaia di giovani nelle strade di Delhi per contestare uno dei problemi più sentiti del Paese: le continue fughe di notizie sui test di ammissione e sui concorsi pubblici, che secondo i manifestanti stanno compromettendo il futuro di milioni di studenti.

La protesta nasce dopo anni di scandali legati agli esami nazionali. Secondo l’opposizione, nell’ultimo decennio si sarebbero verificati oltre 150 casi di prove d’esame diffuse illegalmente senza che nessuno sia stato condannato. Una situazione che ha alimentato la rabbia di una generazione che vede nell’istruzione il principale strumento di riscatto sociale, ma che si trova a fare i conti con un sistema percepito come poco trasparente.

Il nome scelto dal movimento, Cockroach Janta Party (CJP), è una risposta ironica a una frase pronunciata dal presidente della Corte Suprema indiana, che aveva paragonato alcuni giovani disoccupati a “scarafaggi” per descrivere il modo in cui si moltiplicano le proteste legate alla mancanza di lavoro.

Negli ultimi giorni la mobilitazione è cresciuta. Lunedì circa 50 mila persone hanno manifestato a Delhi dopo che la polizia ha impedito una marcia verso il Parlamento. Gli scontri con le forze dell’ordine hanno portato all’uso di manganelli e gas lacrimogeni. Nonostante caldo e umidità estremi, centinaia di giovani hanno continuato a presidiare il luogo della protesta, sostenuti da volontari che distribuiscono acqua, cibo e assistenza.

Sotto pressione, il premier Modi ha annunciato la creazione di tribunali speciali per accelerare i procedimenti contro i responsabili delle fughe di notizie. “Chi cerca di danneggiare il futuro dei nostri giovani non sarà risparmiato”, ha scritto il primo ministro sui social.

La promessa, però, non ha convinto i manifestanti. Il CJP ha definito l’iniziativa “un cerotto” e ha chiesto interventi più radicali: tra le richieste principali ci sono le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan e una riforma complessiva del sistema educativo.

La protesta ha ormai superato i confini della capitale: manifestazioni di solidarietà sono state organizzate anche a Mumbai, Chennai, Hyderabad e in altre città indiane. L’opposizione guidata da Rahul Gandhi ha colto l’occasione per attaccare il governo, accusandolo di non aver protetto studenti e giovani lavoratori.

Per Modi la questione è diventata un nuovo fronte politico. L’istruzione e l’occupazione giovanile sono temi particolarmente sensibili in un Paese con oltre un miliardo di abitanti, dove ogni anno milioni di ragazzi partecipano a esami pubblici per ottenere un posto nella pubblica amministrazione o accedere alle migliori università.

La protesta degli “scarafaggi” racconta così una frattura più ampia: quella di una generazione che chiede non solo più opportunità, ma soprattutto un sistema in cui il merito torni ad avere valore.

Giappone, la premier Takaichi nel mirino per il post sulle “0-3 ore di sonno”

Un racconto personale sui ritmi di lavoro si è trasformato in una polemica politica. La premier giapponese Sanae Takaichi è stata criticata sia dalla maggioranza sia dall’opposizione dopo aver scritto su X che, da quando è entrata in carica, dormire tra zero e tre ore a notte è diventata la normalità.

Nel post pubblicato il 20 luglio, Takaichi ha raccontato settimane di lavoro intenso, trascorse tra documenti da leggere, riunioni e migliaia di email arretrate da gestire. La premier ha spiegato di aver passato i fine settimana immersa nella preparazione della nuova linea di politica economica e fiscale del governo, lavorando dall’alba fino a tarda notte.

“Da quando sono diventata primo ministro, zero-tre ore di sonno sono diventate la norma”, ha scritto, aggiungendo però di essere riuscita, dopo molto tempo, a dormire cinque ore durante il ponte festivo di luglio. Un momento che, secondo il suo racconto, le avrebbe permesso anche di dedicarsi ad attività private come stirare e cucire.

Proprio il riferimento alla mancanza di riposo ha scatenato il dibattito. Secondo diversi esponenti politici, infatti, mostrare come un vanto giornate di lavoro estreme non sarebbe il messaggio più adatto per un capo di governo.

Yuichiro Tamaki, leader del Partito Democratico per il Popolo, ha criticato la gestione del lavoro della premier: “Un leader deve anche saper delegare e creare le condizioni per concentrarsi sulle decisioni che solo lui può prendere”. Secondo Tamaki, lo staff di Takaichi dovrebbe offrirle maggiore supporto per permetterle di affrontare gli impegni con maggiore lucidità.

Anche all’interno del Partito Liberal Democratico, la formazione di governo, sono arrivate osservazioni critiche. Un esponente del partito ha commentato che dal racconto della premier emerge “un senso di impazienza” e che sarà la storia a giudicare il suo metodo di lavoro.

Dall’opposizione è arrivata una critica ancora più dura: “Raramente si è visto il primo ministro di un Paese mettere in mostra il fatto di non dormire”.

La vicenda ha riacceso in Giappone il confronto sulla cultura del superlavoro, un tema da sempre centrale nel Paese, e sul confine tra dedizione personale e capacità di leadership. Per molti osservatori, la questione non è quante ore lavori un premier, ma se abbia intorno una squadra capace di condividere responsabilità e decisioni.

Foto Credits: AP

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