Questa settimana focus sullo Stretto di Hormuz, evitato dagli spedizionieri per le tensioni tra Israele e Iran che influenzano il mercato petrolifero globale. Negli USA è partita la Club World Cup, il torneo di calcio più globale di sempre, con 32 squadre da sei continenti
Spedizionieri evitano lo Stretto di Hormuz
La guerra tra Israele e Iran sta costringendo le compagnie di navigazione a rivedere le rotte marittime nel Medio Oriente. Alcuni armatori, secondo la più grande associazione mondiale del settore, stanno progressivamente evitando di transitare nello Stretto di Hormuz, via d’acqua strategica per il commercio globale di petrolio e container.
L’escalation ha avuto inizio venerdì scorso, quando Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro le infrastrutture militari e nucleari iraniane, scatenando giorni di crescenti tensioni e scontri armati tra i due Paesi. Questa situazione ha indotto una maggiore cautela da parte degli armatori, non solo nello Stretto di Hormuz, ma anche nel vicino Mar Rosso, due zone fondamentali per il commercio marittimo internazionale.
Jakob Larsen, responsabile della sicurezza per Bimco, l’associazione che rappresenta gli armatori a livello globale, ha spiegato a CNBC che l’andamento del conflitto ha creato una situazione di incertezza nel settore. “La maggior parte delle navi sceglie ancora di transitare, ma un numero crescente decide di evitare l’area,” ha detto Larsen. “In momenti di rischio elevato, i costi di spedizione e gli stipendi degli equipaggi aumentano, spingendo alcuni a correre il rischio per mantenere attive le rotte.”
Lo Stretto di Hormuz è una delle rotte petrolifere più importanti al mondo: secondo l’U.S. Energy Information Administration, nel 2023 ha veicolato in media quasi 21 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi. Un’interruzione, anche temporanea, in questo passaggio può far impennare i prezzi energetici a livello globale, aumentare i costi di spedizione e provocare ritardi nelle forniture.
Non solo petrolio: lo Stretto è un nodo cruciale anche per il traffico containerizzato. I porti di Jebel Ali e Khor Fakkan, nella regione, sono hub di transhipment da cui la maggior parte dei carichi raggiunge Dubai, diventato un centro nevralgico per i trasporti via mare tra il Golfo Persico, l’Asia meridionale e l’Africa orientale.
Peter Tirschwell di S&P Global Market Intelligence ha evidenziato come le tensioni militari già influenzino le rotte marittime nel Medio Oriente. “La minaccia dei ribelli Houthi nel Mar Rosso ha spinto la maggior parte del commercio containerizzato a deviare intorno al Capo di Buona Speranza da più di un anno. Il rischio di attività militari nel passaggio stretto dello Stretto di Hormuz rischia di provocare disagi simili,” ha dichiarato.
Gli effetti sul mercato si vedono anche nei prezzi dei noli. Dopo gli attacchi israeliani, le tariffe per il trasporto di petrolio dal Golfo del Medio Oriente verso la Cina sono salite del 24%, toccando 1,67 dollari al barile, il maggior aumento giornaliero da inizio anno. Secondo Kpler, società di analisi dei trasporti, questo trend potrebbe continuare finché la situazione rimane instabile, anche se per ora il premio per il rischio di guerra marittima non è cambiato.
Dal punto di vista assicurativo, David Smith di McGill and Partners ha sottolineato che, per ora, le tariffe assicurative per le navi restano stabili. “Ma se il conflitto si intensificasse, i premi potrebbero aumentare rapidamente,” ha spiegato. Le polizze “guerra” sono valide solo per 48 ore prima dell’ingresso in aree a rischio, lasciando agli assicuratori la possibilità di adeguare i costi in base all’evoluzione della minaccia.
Hapag-Lloyd, gigante tedesco del trasporto container, conferma che il livello di rischio nello Stretto è “significativo”, anche se al momento non vede pericoli immediati per la navigazione. La compagnia ha però sospeso da fine 2023 le traversate nel Mar Rosso, e al momento non ha piani per riprenderle.
In un contesto di tensioni crescenti, lo Stretto di Hormuz si conferma come una delle vie marittime più delicate al mondo, la cui sicurezza è cruciale per l’economia globale.
Israele-Iran: cosa può succedere ai prezzi del petrolio
Negli ultimi due anni il Medio Oriente è stato un focolaio di tensioni crescenti: raid contro navi commerciali nel Mar Rosso, conflitti in Gaza e Libano e scambi di razzi tra Israele e Iran. Tuttavia, i mercati petroliferi avevano finora mantenuto la calma, evitando lo scenario più grave: una guerra aperta tra Israele e Iran.
Il 12 giugno Israele ha colpito con decine di raid aerei obiettivi militari e nucleari iraniani, accendendo il rischio di un’escalation nel Golfo Persico, da cui proviene circa un terzo del petrolio mondiale. Il prezzo del Brent è immediatamente salito dell’8%, raggiungendo i 74 dollari al barile.
Finora la produzione di petrolio non ha subito interruzioni ( mentre scriviamo è il 17 giugno) e l’aumento dei prezzi riflette soprattutto la paura di possibili problemi futuri. Se l’escalation si fermasse a una tensione contenuta, come nell’ottobre scorso, i prezzi potrebbero tornare a oscillare tra i 65 e i 70 dollari.
Ma questa soluzione appare poco probabile. Il premier israeliano Netanyahu ha annunciato che gli attacchi proseguiranno “finché necessario”, mentre l’ex presidente americano Trump ha parlato di “mosse ancora più brutali” da parte di Israele. Ci si aspetta quindi un ciclo di attacchi e ritorsioni prolungato, che però potrebbe non degenerare in una guerra totale. In tal caso, si perderebbero circa 600.000 barili al giorno di petrolio iraniano, con un impatto limitato sui prezzi (+5-10 dollari al barile).
Secondo un’analisi di The Economist, se Israele dovesse attaccare i pozzi e i terminali iraniani, la produzione persa salirebbe a 1,7 milioni di barili al giorno. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di una capacità inutilizzata di 3-4 milioni di barili al giorno, ma potrebbero esitare a sostituire la produzione iraniana, per evitare ritorsioni e perché un prezzo più alto potrebbe favorirli. In questo scenario i prezzi potrebbero stabilizzarsi sotto i 90 dollari.
Lo scenario più rischioso riguarda la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, tramite cui passa il 30% del petrolio trasportato via mare. Storicamente anche durante la “guerra dei petroliere” degli anni ’80, nonostante i bombardamenti, il traffico non si è mai fermato. Ma una chiusura totale sarebbe un gesto estremo, anche perché lo stretto è vitale per l’Iran stesso. Inoltre Stati Uniti e Cina, principali consumatori di petrolio del Golfo, potrebbero intervenire militarmente per riaprire la via.
Se l’Iran dovesse chiudere lo Stretto, gran parte delle esportazioni del Golfo senza vie alternative (Iraq, Kuwait, Oman, Qatar) sarebbe bloccata, e il Brent potrebbe superare i 100 dollari. Un ulteriore peggioramento deriverebbe da attacchi iraniani ai principali impianti petroliferi, praticamente indifesi per la loro estensione territoriale, con prezzi che secondo JPMorgan potrebbero superare i 120 dollari.
In sintesi, secondo The Economist, la situazione attuale aumenta significativamente i rischi sul mercato petrolifero globale, rendendolo molto più volatile e sensibile a qualsiasi sviluppo militare nella regione.
La Club World Cup è il torneo di calcio più globale di sempre
Il 14 giugno è partita negli Stati Uniti la nuova edizione della Club World Cup, il torneo di calcio più globale di sempre, organizzato dalla FIFA. Questa volta, la competizione è molto più ampia e articolata rispetto al passato, con ben 32 squadre provenienti da sei continenti a contendersi il titolo di miglior club al mondo. Un salto importante rispetto al precedente format, che prevedeva un torneo annuale di metà stagione con appena sette squadre.
La FIFA ha presentato il torneo come una “massiccia nuova piattaforma” in grado di generare benefici sportivi e finanziari, con un montepremi complessivo di un miliardo di dollari. Secondo le previsioni, al torneo partecipano giocatori provenienti da quasi 90 paesi, un numero che supera quello di tutte le nazionali partecipanti ai Mondiali di calcio. Il torneo è dunque l’esempio più recente di come il calcio sia diventato un fenomeno sempre più globale.
Nel mondo del calcio professionistico, che conta oltre 4.000 club, l’Europa rimane però il centro di gravità del gioco. I club europei sono infatti più ricchi e competitivi rispetto alle squadre degli altri continenti. Lo dimostra il confronto tra Bayern Monaco e Auckland City, due delle squadre che hanno giocato nelle prime giornate del torneo: il Bayern, campione di Germania, ha un fatturato di circa 765 milioni di euro e uno stadio da 75.000 spettatori, mentre Auckland City, neozelandese, fattura meno di un milione di dollari e conta circa 400 tifosi a partita, con alcuni giocatori che mantengono un lavoro anche fuori dal campo.
Queste differenze economiche e sportive si riflettono anche nella distribuzione dei talenti: i migliori giocatori emergenti sono spesso trasferiti in Europa sin dalla giovane età. L’Europa ha dominato le edizioni precedenti della Club World Cup, vincendo 16 delle ultime 17 edizioni, e anche in questa nuova edizione i principali favoriti sono tutti club europei.
La competizione, però, ha anche suscitato critiche. Scrive The Economist che molti tifosi vedono in questa nuova formula un tentativo di FIFA di aumentare i propri guadagni, soprattutto di fronte alla popolarità della Champions League, che genera ricavi molto più elevati. I problemi organizzativi prima dell’inizio del torneo hanno incluso difficoltà nella vendita dei biglietti e un contratto televisivo meno redditizio del previsto, con DAZN che ha acquistato i diritti per una cifra inferiore alle aspettative.
Nonostante ciò, molte squadre non europee hanno accolto con entusiasmo il torneo, vedendolo come un’opportunità per dimostrare di poter competere con i giganti del calcio europeo. In Sud America, ad esempio, i campionati locali hanno modificato i propri calendari per agevolare la partecipazione delle proprie squadre. Le quote scommesse indicavano al 14 giugno una probabilità del 20% che una squadra fuori dall’Europa possa vincere il titolo.
Oltre al valore sportivo, il torneo rappresenta anche un’occasione per promuovere il calcio in Asia e Africa, con i rispettivi organi continentali che vedono in questa manifestazione uno strumento per migliorare la percezione del calcio nei loro continenti.
La Club World Cup, insomma, è un evento che porta in campo la globalizzazione del calcio, nonostante le evidenti disparità fra club ricchi e meno ricchi. È una competizione che dà spazio a club meno noti di sognare una gloria finora appannaggio quasi esclusivo dell’Europa, e questo potrebbe essere il vero valore aggiunto del torneo, ancora in corso mentre scriviamo.








