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Finanza in Page

26/09/2025

Le perverse conseguenze della tassa sui visti di Trump, la “festa economica” russa finita e la Svezia capitale delle IPO

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Questa settimana partiamo dagli Usa con la tassa sui visti H-1B che colpisce India e big tech; L’ economia russa rallenta ma i salari restano alti; Il modello Stoccolma guida le IPO in Europa.

Le conseguenze della tassa record sui visti H-1B di Trump

Donald Trump aveva promesso, in campagna elettorale, che ogni laureato americano avrebbe dovuto ricevere una green card “insieme al diploma”. Da presidente, però, ha scelto la strada opposta. Il 19 settembre ha proposto una tariffa di 100.000 dollari per ogni nuova domanda di visto H-1B, lo strumento con cui le aziende tecnologiche americane assumono ogni anno 85.000 laureati stranieri tramite sorteggio. Finora il costo medio si aggirava intorno ai 2.500 dollari.

Spiega The Economist, i big tech sono i principali beneficiari: Amazon da sola ha ricevuto oltre 14.000 approvazioni nel 2025. Subito dietro compaiono i colossi indiani dei servizi IT come Infosys, Wipro e Tata Consultancy Services (TCS). I cittadini indiani rappresentano circa tre quarti di tutti i titolari di visto H-1B, seguiti a distanza dai cinesi (12%). Una concentrazione che da anni alimenta le critiche di parte dell’elettorato trumpiano, convinto che posti di lavoro destinati a giovani americani finiscano invece a laureati indiani.

L’impatto della misura potrebbe però rivelarsi diverso da quello atteso. In India, già colpita ad agosto da un dazio del 50% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, l’annuncio è stato percepito come un attacco al settore di punta del Paese. Tra il 2005 e il 2023 le esportazioni di servizi sono salite da 53 a 338 miliardi di dollari, trainate soprattutto dall’informatica e dall’invio di ingegneri oltreoceano grazie al programma H-1B.

Ora questo modello rischia di incrinarsi. Le società IT indiane, che impiegano oltre 5 milioni di persone, devono già fronteggiare la concorrenza dell’intelligenza artificiale generativa. Gartner stima che entro il 2029 più della metà delle interazioni aziendali sarà automatizzata. Alcune aziende hanno iniziato a ridurre organici: a luglio TCS ha annunciato 12.000 esuberi.

Nonostante le difficoltà, il settore sembra oggi più preparato. Durante il primo mandato di Trump le restrizioni sui visti aumentarono e i rifiuti quadruplicarono, spingendo molte società a spostare più attività offshore e ad assumere personale locale. Oggi solo l’8% dei dipendenti di Infosys lavora nelle Americhe e oltre il 90% delle nuove assunzioni è costituito da locali. Anche i mercati hanno reagito con relativa calma: l’indice NIFTY IT ha perso appena il 3% il 22 settembre.

Intanto cresce il peso dei “Global Capability Centres”, uffici creati da multinazionali per delocalizzare funzioni ad alto valore aggiunto, dalla ricerca all’analisi dei dati. In India sono passati da 700 nel 2010 a oltre 1.700 nel 2024, con 64 miliardi di dollari di ricavi e 1,9 milioni di occupati.

Secondo ricerche accademiche, restrizioni simili introdotte nel 2004 spinsero le aziende più dipendenti dagli H-1B ad aumentare del 25% l’occupazione all’estero, soprattutto in Canada, Cina e India. La nuova tassa di Trump rischia di accelerare lo stesso processo.

 

Russia, economia in affanno ma salari al top

La guerra russo-ucraina è anche una corsa economica. Scott Bessent, segretario al Tesoro americano, ha sintetizzato così lo scontro: quanto può resistere l’economia russa rispetto all’esercito ucraino? Nuove sanzioni, sostiene, potrebbero provocare il “collasso totale” di Mosca e costringere Vladimir Putin a negoziare.

La Russia è infatti il Paese più colpito dalle misure occidentali. L’Unione Europea ha approvato 18 pacchetti di sanzioni, con un diciannovesimo in arrivo, mentre gli Stati Uniti hanno colpito circa 5.000 individui e entità. Eppure, dopo una breve recessione nel 2022, l’economia russa aveva registrato un boom nei due anni successivi, dimostrando una sorprendente resilienza.

Oggi, però, la crescita è quasi ferma. Riporta The Economist che a luglio il PIL è aumentato solo dello 0,4% su base annua e indici di attività indicano contrazioni da mesi. I profitti aziendali crescono poco, la Borsa ne risente e anche la dinamica salariale rallenta. La “festa economica” del 2023-24 è finita: lo stimolo fiscale del 5% del PIL si è ridotto a una moderata austerità, con meno spese per infrastrutture e settore militare, mentre i tassi alti scoraggiano i consumi e favoriscono il risparmio.

L’impatto diretto delle sanzioni è ambiguo. La produzione di petrolio è calata e le esportazioni di beni, dominate dal greggio, sono scese da 155 a 96 miliardi di dollari tra l’inizio del 2022 e i primi tre mesi del 2025. Ma fattori interni, come il rafforzamento del rublo, i prezzi globali bassi e i costi di finanziamento elevati, spiegano parte della riduzione.

Il nuovo pacchetto europeo mira a colpire aziende che violano i divieti comprando petrolio russo o fornendo beni al Cremlino. Ma le sanzioni sono difficili da far rispettare: merci passano attraverso Paesi terzi e Mosca ricorre al baratto per aggirare i trasferimenti di denaro.
Per aggirare le sanzioni, la Russia sta riscoprendo il baratto, una pratica economica che sembrava appartenere al passato. Aziende russe stanno scambiando grano con auto cinesi e semi di lino con materiali da costruzione, evitando così l’uso di sistemi finanziari internazionali come SWIFT, da cui molte banche russe sono state escluse. Questo metodo riduce il rischio di sanzioni secondarie, poiché le transazioni non coinvolgono denaro e non sono facilmente tracciabili.

Malgrado la stagnazione, il mercato del lavoro russo resta sorprendentemente solido: salari reali ai massimi storici e disoccupazione ai minimi. I cittadini percepiscono la loro situazione meglio che in passato, mentre le finanze ucraine mostrano segnali di stress. Se Occidente e Stati Uniti vogliono aiutare Kiev a “vincere la corsa”, dovranno supportarla con mezzi concreti, economici e strategici.

 

Il modello svedese per le IPO: cosa l’Europa può imparare

Mentre Londra, Francoforte e Parigi affrontano una prolungata siccità di quotazioni pubbliche, la Borsa di Stoccolma emerge come il mercato più dinamico d’Europa per le IPO. Finora nel 2025, le aziende quotate nella capitale svedese hanno raccolto quasi 2 miliardi di dollari, più di otto volte il volume registrato a Londra e con risultati nettamente superiori ai centri finanziari di Madrid, Zurigo e Francoforte, secondo un calcolo di CNBC basato sui dati FactSet.

Tra le imminenti quotazioni di rilievo figurano il colosso della sicurezza domestica Verisure e la banca nordica NOBA, esempi di una tendenza che, secondo gli esperti, nasce da decenni di sviluppo di un ecosistema finanziario domestico maturo.

Il successo svedese è attribuito a tre fattori principali: una radicata “cultura azionaria”, un ampio pool di capitale domestico e un quadro normativo favorevole. «Ha caratteristiche che non troverete in nessun altro Paese europeo», spiega Jens Plenov, responsabile ECM di DNB Carnegie, che ha guidato le IPO multimiliardarie di Asker Healthcare e Hacksaw all’inizio dell’anno. Un punto chiave, aggiunge Plenov, è «un ecosistema locale che investe in azioni e conosce bene le IPO», capace di sostenere operazioni di qualsiasi dimensione.

Kasper Dichow, responsabile ECM di Nordea, coinvolto nelle IPO di NOBA e Verisure, sottolinea: «Se guardate all’investitore medio al dettaglio, una quota molto più ampia della sua ricchezza è investita nei mercati azionari pubblici. La Svezia si distingue in Europa». Circa il 70% della ricchezza delle famiglie svedesi è detenuta in azioni, contro il 59% della media UE (Eurostat). Il Ministero delle Finanze segnala che sette residenti su dieci detengono fondi comuni direttamente e solo il 10% dei loro asset è in contanti o depositi bancari, il livello più basso d’Europa. Plenov osserva: «Se parlate con un tassista a Stoccolma, vi racconterà del suo ultimo investimento. C’è un ecosistema costruito intorno a questo».

La propensione culturale al rischio azionario è frutto di decenni di politiche: dai primi fondi comuni nel 1958, ai fondi di risparmio con incentivi fiscali venti anni dopo, fino all’introduzione del conto d’investimento individuale (ISK) nel 2012, che ha consolidato l’abitudine a investire in azioni. Al contrario, molti fondi pensione britannici hanno ridotto il rischio dei portafogli, e alcuni, come quello da 2,36 miliardi di dollari di ITV, non detengono azioni (FactSet).

La Svezia vanta una partecipazione elevata di investitori retail, family office e capitale istituzionale (Nicklas Fharm, SEB). Le IPO beneficiano di un processo consolidato, che include investitori “cornerstone” e la possibilità di quotazioni secondarie in altri mercati nordici tramite Nasdaq, riducendo il rischio e diversificando gli investitori.

Un flusso costante di aziende supportate da private equity e venture capital alimenta ulteriormente il pipeline delle IPO. «Molti casi di qualità nascono dall’esperienza del private equity», osserva Goran Svensson, Nordea. Per Per Franzen, CEO di EQT, le IPO rappresentano un’«interessante alternativa di uscita», e la società prepara le aziende a essere sempre “IPO-ready”. Quest’anno EQT ha venduto 5,3 miliardi di franchi svizzeri in azioni di Galderma, il cui titolo è salito del 125% dall’IPO di marzo 2024.

Nonostante l’attività intensa, il boom attuale è relativo rispetto al rallentamento europeo e lontano dai massimi storici: i quasi 2 miliardi raccolti nel 2025 sono inferiori agli oltre 11,5 miliardi del 2021. La performance dei nuovi entranti è cruciale: gli investitori, cauti dopo la flessione post-2021, selezionano aziende con track record e prospettive di crescita profittevole.

«Siamo fiduciosi sul pipeline dei prossimi 12 mesi», conclude Dichow. «Il 2026 si prevede un grande anno di IPO, non solo in Svezia, ma in tutto il Nord Europa, con molte quotazioni di grandi capitalizzazioni».

 

 

 

Foto Credits: Foto di jorono da Pixabay

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