Questa settimana partiamo da Siria, dove l’economia è al collasso tra sanzioni e crisi valutaria. In Germania, boom dell’industria della difesa senza precedenti. In Canada, dopo i nuovi dazi imposti dagli Usa, cresce il boicottaggio dei prodotti americani.
L’economia della Siria, ancora strangolata dalle sanzioni, è in ginocchio
Le code ai bancomat di Damasco si allungano ogni giorno. Tre mesi dopo la fine della guerra civile durata 14 anni e con l’inizio del Ramadan, l’euforia lascia spazio alla disperazione: l’economia continua a crollare, e il nuovo governo non sembra in grado di fermare l’emorragia. La guerra, riporta The Economist, ha ridotto l’economia siriana dell’85%. Le esportazioni sono crollate da 18 miliardi di dollari l’anno a meno di 2 miliardi. Le riserve valutarie, un tempo a 18,5 miliardi di dollari, oggi non superano i 200 milioni, insufficienti a coprire un mese di importazioni. La lira siriana è sprofondata da 50 per dollaro a quasi 11.000. Oltre il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Oltre ai danni della guerra, le sanzioni occidentali imposte per punire il regime di Assad strangolano l’economia. Sebbene il dittatore sia stato rovesciato, le restrizioni restano. Colpiscono energia, banche e telecomunicazioni, rendendo quasi impossibile qualsiasi scambio commerciale. Le sanzioni americane, le più severe, vietano qualsiasi rapporto con entità siriane e minacciano di ritorsioni chiunque faccia affari con il paese. Anche le sospensioni parziali delle sanzioni umanitarie restano inefficaci: le banche temono di incorrere in sanzioni secondarie e bloccano ogni transazione.
Il nuovo presidente Ahmed al-Sharaa tenta di rilanciare l’economia con riforme doganali e burocratiche, ma senza investimenti esteri la ripresa è un miraggio. Il blocco della produzione e del traffico di captagon – droga che finanziava il regime – ha privato il paese di miliardi. Con i vecchi alleati Russia e Iran ora distanti, Sharaa è isolato. Senza liquidità, l’economia è paralizzata: le imprese non pagano gli stipendi, le famiglie non possono comprare beni essenziali. Persino le auto importate dopo la caduta di Assad restano invendute per mancanza di contanti. Una crisi senza fine? Stampare più moneta sarebbe una soluzione, ma le sanzioni bloccano anche questo. La Siria un tempo si affidava all’Austria per stampare banconote, poi alla Russia. Oggi Mosca si mostra riluttante, e Damasco è al collasso finanziario. L’aumento del 400% degli stipendi promesso da Sharaa è insostenibile. Nel frattempo, il prezzo del pane è salito di otto volte, l’elettricità è un lusso e le importazioni di gas sono a rischio. Senza un allentamento delle sanzioni, la Siria rischia di restare un’economia fantasma, incapace di riprendersi nonostante la fine della guerra. E Sharaa, senza un cambio di rotta internazionale, rischia di diventare un leader senza strumenti per salvare il paese.
L’industria della difesa tedesca decolla: boom di investimenti e occupazione
La difesa si impone come il settore più dinamico dell’industria tedesca. “Fino a poco tempo fa nessuno lo avrebbe creduto, nemmeno io”, ammette Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, il maggiore produttore di armi del Paese. Ma con l’Europa impegnata a rafforzare le proprie capacità militari, Rheinmetall e i suoi concorrenti – come Hensoldt, specializzata in guerra elettronica, e Renk, costruttore di veicoli blindati – stanno accelerando la produzione per soddisfare una domanda in piena esplosione.
La guerra in Ucraina ha trasformato le aziende della difesa nei nuovi protagonisti della Borsa di Francoforte. I titoli del settore sono in rialzo vertiginoso e il trend si è rafforzato il 4 marzo, dopo che Friedrich Merz, candidato favorito alla cancelleria, ha proposto di esentare la spesa militare oltre l’1% del PIL dai vincoli fiscali e di creare un fondo infrastrutturale da 500 miliardi di euro. La Borsa ha reagito con slancio, premiando soprattutto edilizia e difesa, i principali beneficiari della misura.
Fino al 2022, le aziende della difesa erano le “Schmuddelkinder” (i bambini sporchi) dell’industria tedesca, escluse dal DAX e snobbate dai fondi ESG. La scarsa domanda interna le aveva costrette a cercare mercati all’estero. Oggi, invece, Rheinmetall è tra le dieci aziende tedesche più capitalizzate e alcuni investitori ESG stanno rivedendo le loro strategie. Ma per consolidarsi, l’industria deve cogliere l’opportunità dell’aumento della spesa militare, anche per compensare l’incertezza economica legata a possibili dazi americani sulle esportazioni europee.
Per rispondere alla crescente domanda, le aziende della difesa stanno espandendo la capacità produttiva, spesso rilevando stabilimenti in crisi. KNDS ha acquistato una fabbrica Alstom in Sassonia per convertire la produzione dai treni ai carri armati Leopard 2. Hensoldt sta trattando con Bosch e Continental per assorbire ingegneri software e operai licenziati dall’industria automobilistica. Rheinmetall ha siglato un accordo con Continental per impiegare parte del personale tagliato nella sua nuova fabbrica di munizioni in Bassa Sassonia. Il settore punta a una crescita esponenziale: Hensoldt vuole raddoppiare il fatturato entro il 2030, Rheinmetall punta a 30 miliardi di euro di vendite nel lungo termine. Gli Schmuddelkinder dell’industria tedesca stanno conquistando un posto nell’élite.
Canada contro Trump: il boicottaggio dei prodotti USA tra dazi e patriottismo
Dopo l’imposizione di nuovi dazi statunitensi sul Canada, l’orgoglio nazionale ha preso il sopravvento: pub e negozi hanno iniziato a rimuovere prodotti americani dai loro scaffali e menu, mentre le tensioni economiche tra i due paesi aumentano. Come riporta la BBC, il Madison Avenue Pub di Toronto ha deciso di eliminare birra, nachos e ali di pollo di origine statunitense, sostituendoli con alternative canadesi o europee. “Sono felice di supportare le imprese locali”, ha dichiarato la manager Leah Russell. La risposta canadese non si è fermata alla ristorazione. A Montreal, un caffè ha ribattezzato l’”Americano” in “Canadiano”, mentre la Liquor Control Board of Ontario ha sospeso la vendita di bourbon del Kentucky. Il boicottaggio è simbolico, ma testimonia un sentimento di resistenza diffuso nel paese.
L’attore Jeff Douglas, volto storico della pubblicità della birra Molson Canadian, ha pubblicato un video virale su YouTube in cui ribadisce l’identità nazionale: “Non siamo il 51° niente”. Un riferimento alle recenti dichiarazioni di Trump, che ha più volte insinuato che il Canada sia poco più di uno stato satellite degli USA.
Il governo canadese non è rimasto a guardare. Il premier uscente Justin Trudeau ha accusato Trump di voler “far collassare l’economia canadese per annetterci”, mentre il ministro degli Esteri Melanie Joly ha parlato di “profonda mancanza di rispetto”. Il leader della provincia dell’Ontario, Doug Ford, ha annunciato tariffe del 25% sull’energia esportata verso gli Stati Uniti, colpendo fino a 1,5 milioni di famiglie americane. L’economia canadese, profondamente legata agli USA, teme gravi ripercussioni. Secondo gli analisti citati dalla BBC, un dazio generalizzato del 25% potrebbe costare un milione di posti di lavoro e spingere il paese verso la recessione. Il governo ha già annunciato misure di sostegno simili a quelle varate durante la pandemia di Covid-19.
Le tensioni hanno già un impatto: le prenotazioni per viaggi di piacere dal Canada agli USA sono crollate del 40% rispetto all’anno precedente, mentre i valichi di frontiera con lo Stato di Washington registrano un netto calo. Il Canada, storicamente uno dei più fedeli alleati degli Stati Uniti, si trova ora a rivalutare il proprio rapporto con il vicino. “Siamo un popolo onesto e rispettabile, e stiamo dalla parte dei nostri alleati”, ha dichiarato il professore di economia Rob Gillezeau alla BBC. “Se gli Stati Uniti continuano su questa strada, il Canada dovrà trovare nuovi amici altrove”.
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