Questa settimana partiamo dal Nepal con la rivolta che ha portato alle dimissioni del premier Oli, dal Marocco nuovo hub manifatturiero e dall’Italia in crisi per il pomodoro con la California in crescita
Nepal in rivolta: dimissioni del premier Oli dopo la strage dei giovani
Il Nepal è precipitato in una delle crisi politiche più gravi dalla caduta della monarchia nel 2008. Dopo giorni di proteste di massa e il drammatico bilancio di 19 giovani uccisi davanti al Parlamento, il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli ha rassegnato le dimissioni. Una mossa che, tuttavia, non è bastata a fermare l’ondata di rabbia che sta travolgendo la capitale e le principali città del Paese.
Gruppi di manifestanti hanno assaltato il Parlamento, diversi ministeri e le abitazioni di politici di spicco, incendiando edifici e archivi. Le immagini dei ministri evacuati in elicottero hanno fatto il giro del mondo, mentre l’esercito annunciava di assumersi la responsabilità di mantenere l’ordine.
La miccia della rivolta è stata l’introduzione, il 4 settembre, di un severo blocco ai social media. Il governo aveva oscurato 26 piattaforme, tra cui Facebook, Instagram e WhatsApp, accusando le aziende di non essersi registrate secondo le nuove normative. La scelta ha avuto un effetto esplosivo in un Paese giovane, età mediana 25 anni , dove i social rappresentano non solo il principale spazio di dibattito politico, ma anche il legame con i milioni di nepalesi emigrati all’estero, da cui arrivano rimesse pari a oltre un quarto del PIL nazionale.
Dietro la protesta contro il blackout digitale covava però un malessere più profondo: disoccupazione dilagante, corruzione endemica, una classe politica ristretta e autoreferenziale. Oli, già premier per tre mandati prima del 2024, guidava un’ampia coalizione tra i due maggiori partiti del Paese. Una formula che, invece di garantire stabilità, ha prodotto immobilismo e ha reso l’opposizione quasi inesistente.
Negli ultimi mesi le piattaforme social erano diventate cassa di risonanza per denunce contro i privilegi di politici e burocrati, ma anche dei loro figli cosmopoliti, ribattezzati con disprezzo “nepo kids”. Quando il governo ha annunciato il blocco, i giovani si sono riversati in strada. E dopo la morte dei 19 manifestanti, la rabbia è esplosa senza più freni.
Il tentativo di revocare la misura, annunciato poche ore prima delle dimissioni di Oli, non è bastato a placare la protesta. Ora a Kathmandu si moltiplicano le voci di un possibile governo militare, mentre i nostalgici della monarchia vedono nel caos un’occasione per chiedere il ritorno del re. Ma tra i manifestanti prevale l’idea di un esecutivo ad interim senza politici di carriera. Alcuni invocano Sushila Karki, ex presidente della Corte suprema, altri guardano a Balendra Shah, il 35enne sindaco della capitale, percepito come volto nuovo e indipendente.
Il Nepal non è un caso isolato. Negli ultimi tre anni, rivolte popolari hanno abbattuto governi in Bangladesh e Sri Lanka, aprendo spazi per leadership alternative. Anche qui, la posta in gioco va oltre i confini nazionali: India e Cina, i due giganti rivali, seguono con attenzione gli sviluppi, pronte a influenzare un Paese strategico da 30 milioni di abitanti.
Per ora, le strade di Kathmandu restano teatro di scontri e barricate, mentre la popolazione attende di capire se dalla rivolta nascerà un nuovo corso democratico o l’ennesima stagione di instabilità.
Il Marocco è oggi una potenza commerciale e manifatturiera
Il porto di Tanger Med, sulla costa settentrionale del Marocco, si affaccia sullo Stretto di Gibilterra e gestisce traffici verso 180 destinazioni internazionali. Riporta The Economist, camion sfrecciano tra le banchine sotto il sole, trasportando automobili e merci, mentre il porto stesso è destinato a espandersi, simbolo delle ambizioni del Paese come hub manifatturiero e commerciale.
La posizione strategica del Marocco, tra Europa e Africa, gli ha permesso di inserirsi nelle catene globali di approvvigionamento. Gli investimenti esteri sono aumentati rapidamente: dal 2020 il Paese ha attratto circa 40 miliardi di dollari in progetti greenfield nel settore manifatturiero, facendo crescere le esportazioni del 66% negli ultimi cinque anni.
Gran parte del successo è legata alle politiche infrastrutturali e industriali del governo, che tra il 2001 e il 2017 ha destinato tra il 25% e il 38% del PIL alle infrastrutture, tra cui elettricità, porti, ferrovie, strade e impianti solari. Il risultato sono treni ad alta velocità, zone economiche speciali e un ecosistema pronto ad attrarre investimenti internazionali.
Uno dei principali incentivi per le aziende europee è l’accordo di libero scambio con l’UE del 2000, seguito da trattati preferenziali con 60 altri Paesi. Ciò ha attratto grandi case automobilistiche come Renault e Stellantis e fornitori di componenti come Yazaki, consolidando il Marocco come destinazione privilegiata per gli investimenti.
Oggi navi partono ogni ora da Tanger Med verso l’Europa, trasportando auto, componenti e materiali industriali. A Kenitra, vicino a Rabat, operano Stellantis, Lear, Faurecia e Nexteer. Dal 2012 le case automobilistiche hanno investito oltre 8 miliardi di dollari in Marocco, circa un quarto degli investimenti esteri complessivi. International Paper ha aperto impianti per il packaging destinato all’esportazione. Lo scorso anno il Marocco è diventato il maggiore esportatore di auto e componenti verso l’Europa, superando Cina e Giappone.
Il Paese punta ora a replicare il successo in altri settori ad alto valore aggiunto, tra cui aerospaziale e farmaceutico. Aziende come Simra a Kenitra producono componenti per Airbus, Bombardier e Safran, mentre Alstom realizza scatole elettriche e cavi a Fez.
Nonostante la crescente presenza cinese, con investimenti in veicoli elettrici e batterie per oltre 10 miliardi di dollari, il Marocco resta strettamente legato all’Europa. Le nuove sfide includono dazi anti-dumping sulle ruote in alluminio e la concorrenza di incentivi spagnoli. Per questo il Paese guarda anche all’Africa, investendo in un gasdotto lungo 5.600 km verso la Nigeria e ospitando aziende come Posco ed Engie a Casablanca Finance City, con l’obiettivo di diversificare e rafforzare la propria competitività globale.
Produzione in calo e dazi Usa: l’allarme per il pomodoro italiano
Dagli anni di allerta sul pomodoro cinese, il mercato italiano si trova oggi a fare i conti con una minaccia diversa: quella americana. La produzione nazionale quest’anno è destinata a calare tra il 15 e il 20%, mentre Spagna e Portogallo hanno già rivisto al ribasso le proprie previsioni. In California, secondo produttore mondiale dopo la Cina, le rese sono attese in aumento del 10%. A complicare il quadro ci sono le politiche commerciali statunitensi, con alcune produzioni a base di pomodoro destinate all’Europa senza dazi, cambiando le regole della competizione internazionale.
Il settore italiano, che vale circa 5,5 miliardi di euro all’anno, affronta una fase critica. Nel Nord Italia, principale area di produzione che garantisce oltre la metà del pomodoro nazionale, il raccolto ha registrato finora un calo del 17% rispetto alle stime iniziali, e la previsione a fine campagna indica un possibile decremento superiore al 20%. La riduzione produttiva aumenta il rischio di importazioni dalla California, che potrebbero colmare il vuoto di mercato in Europa.
Situazione simile nella cooperativa romagnola Apo Conerpo, che ogni anno raccoglie circa il 10% della produzione nazionale. Le rese sono inferiori del 15-20% per il pomodoro convenzionale e oltre il 30% per quello biologico, con costi di coltivazione di 9-10mila euro per ettaro. Per coprire le spese servirebbero almeno 900 quintali per ettaro, soglia non raggiunta da molte aziende. La causa di questi cali è strutturale: cambiamenti climatici, eventi estremi e ondate di calore rendono sempre più difficile rispettare le previsioni produttive.
Anche le industrie di trasformazione si trovano in difficoltà, strette tra contratti già firmati con la grande distribuzione e conferimenti agricoli inferiori alle attese. La riduzione dei volumi rallenta la lavorazione, compromettendo l’efficienza degli stabilimenti e le economie di scala necessarie a contenere i costi.
Sul fronte internazionale, la possibile concorrenza della California appare meno immediata, con dazi previsti solo su 250mila tonnellate di ketchup e salse. Resta però aperta la partita sui semilavorati destinati alle lavorazioni industriali, come pizze surgelate e snack salati: un’eventuale esenzione dai dazi su questi prodotti potrebbe rendere la competizione americana molto più pericolosa per le conserve made in Italy.








