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26/11/2025

Non c’è niente da ridere: come i meme si insinuano nel modo in cui vediamo il mondo

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Quand’è l’ultima volta che qualcuno vi ha raccontato una barzelletta? Avete percepito la loro sparizione? Le barzellette avevano una lentezza. Nascevano al bar, viaggiavano per passaparola, cambiavano forma a ogni voce. Erano un piccolo laboratorio di immaginario collettivo, certo, ma con un ritmo umano: per circolare servivano tempo, socialità, contesto.
Poi sono arrivati i meme, i gif e altre forme di “ironia digitale” e quella lentezza si è spezzata. L’ironia si è fatta immediata, automatica, replicabile all’infinito.  Ci bombarda numerose volte ogni giorno, ogni ora. E oggi è dentro tutto: politica, guerra, tragedie, identità, perfino la sofferenza.

 

Il passaggio non è banale. Nell’epoca pre-social l’ironia era un registro; adesso è un filtro. Una grammatica visiva che non si limita a farci ridere, ma che organizza ciò che vediamo e ciò che riteniamo credibile. La barzelletta aveva bisogno di una voce che la raccontava. Il meme non ha volto, non ha fonte, non ha responsabilità: circola da sé.  Entra nei nostri feed come se fosse nato spontaneamente — e proprio questa assenza di paternità è la sua forza politica. Ha un potere immenso perché, scherzando su tutto, la finestra dell’accettabile si sposta un centimetro alla volta. 

 

Uno studio della Universitat Oberta de Catalunya lo ha descritto come “carnevale digitale”: un linguaggio che banalizza il solenne e ridicolizza ciò che dovrebbe inquietare.  Arriva nei feed di tutti. L’anonimato qui è decisivo: molte immagini politiche che sembrano nate “dal basso” sono prodotte da staff professionali che mimano il linguaggio dei meme per far sembrare che siano sorte “da persone come noi”.  Intanto rafforzano credenze, ostilità, rendono accettabile ciò che sembrava inaccettabile. 

 

La ricerca più avanzata sui fenomeni dell’ironia “digitale” spiegano che le parodie non sono mai sono parodie. Ci si nasconde dietro lo slogan “ era solo una battuta e vincolano valori e messaggi. Negli Stati Uniti, dove l’ecosistema digitale si è politicizzato prima che altrove, Pepe the Frog e i troll anime sono diventati strumenti di normalizzazione dell’estremismo della destra radicale. 

 

È il meccanismo che Mihaela-Georgiana Mihăilescu definisce “memetic warfare”: guerra memetica.  Lei è una ricercatrice dell’università di Bath e si occupa di politica su internet. I suoi articoli aprono un mondo di riflessioni: Al centro dell’influenza dei meme c’è la loro capacità di distillare ideologie complesse in messaggi digeribili, che parlano alle emozioni e all’intuizione del pubblico. I meme sono diventati veicoli perfetti per una forma di guerra psicologica e ideologica. In questo senso, il meme diventa l’arma: orienta il pensiero collettivo attraverso l’umorismo, la satira o la paura.

 

L’ambiguità è il trucco: se li critichi, ti rispondono “era solo una battuta”.

 

Non si può quasi sottrarsi al potere pervasivo di questo tipo di ironia, perché si è creata anche una pressione sotterranea, quasi impercettibile, che agisce su chiunque abiti i social: la paura di essere presi per bacchettoni, noiosi, antiquati e fuori dal mondo . È un riflesso condizionato. Per evitare il marchio infamante del “cringe” – l’ingenuo, il sentimentale, il non-allineato al tono dominante – scegliamo l’ironia anche quando non ne avremmo alcuna voglia. E allora ignoriamo il nostro disagio e  aggiungiamo un’emoji anche quando non ne avremmo voglia. 

 

Il risultato è paradossale: in un ambiente che si proclama libero, leggero, informale, ci sentiamo obbligati a recitare un ruolo.  Si innesta un meccanismo quasi di sorveglianza reciproca, è rischioso. È così che l’ironia diventa non più un gesto espressivo, ma una forma di conformismo emotivo.

 

L’orrore, nel meme Gaza Riviera, diventa storyboard e normalizza la distruzione

 

Il caso Gaza-Riviera mostra fino a che punto può arrivare questa distorsione. In pochi giorni, una vignetta e un video generato da IA hanno trasformato il paesaggio devastato della Striscia in un resort immaginario, con Trump come impresario visionario. L’intenzione del creatore era satirica, ma la satira è stata assorbita e rovesciata: rilanciata dal circuito politico, è diventata trailer di un’idea politica concreta. Questo è il punto: un contenuto nato per disturbare finisce per addomesticare lo sguardo.

 

Il meme è un badge di appartenenza, chi lo fa circolare è “dei nostri”

 

Uno studio di quest’anno, uscito su Studies in Media and Communication, analizza come i meme circolano su X, Instagram, TikTok, Facebook e sottolinea tre cose: i meme vivono in camere dell’eco, aumentano partecipazione e consapevolezza, allo stesso tempo amplificano polarizzazione e disinformazione

 

C’è un termine che arriva dagli studi sui media: “irony poisoning”, avvelenamento da ironia. È quello che Max Fisher e Amanda Taub hanno analizzato nel New York Times parlando di come le idee estremiste entrino nella cultura pop sotto forma di battute ripetute, fino a diventare familiari. E, una volta familiari, smettono di sembrare pericolose.  Si alimenta così un cinismo collettivo.

 

E con l’ironia forzata e ripetuta si sviluppa una vera e propria allergia collettiva al discorso impegnato, all’analisi seria di un problema o di una situazione storica. Se tutto può essere ridicolizzato, e se tutto può essere ridicolizzato, allora niente merita di essere preso sul serio.

 

Questa è forse la trasformazione più profonda del nostro immaginario collettivo: non più una politica che ci chiede di schierarci, ma un ambiente che ci abitua a osservare ogni cosa in modalità commento. Un mondo in cui le tragedie diventano gif, le idee diventano meme, e la serietà è percepita come debolezza.

 

Dovremmo fermarci ogni volta di fronte a un’immagine per riconoscere di cosa stiamo ridendo e chi, senza che ce ne accorgiamo, ci sta dicendo come pensare.

 


Credits

Immagine generata da Sora

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