L’economia è fatta di numeri, modelli, previsioni. Ma cosa succede quando i numeri non bastano più a spiegare il mondo che produciamo e consumiamo o le guerre, le migrazioni, le devastazioni ambientali, le vite spezzate che attraversano questo tempo?
«Se gli esseri umani vivessero migliaia di anni, penserebbero in modo completamente diverso. Avrebbero un altro rapporto con la natura. Capirebbero le montagne.»
Sono diverse le osservazioni che si sedimentano in questa frase e che raccontano l’era che stiamo vivendo.
L’ha pronunciata Sebastião Salgado, il più grande- secondo molti- fotografo del nostro tempo. Se n’è andato a 81 anni, proprio nel 2025. E la sua intuizione, tra tutti gli articoli passati in rassegna nell’anno che si è concluso, è quella che più ha centrato nel segno. L’ha pubblicata El Pais, in una delle ultime interviste che il fotografo ha rilasciato. Ecco sintetizzato il pericolo gravissimo che minaccia l’umanità: pensiamo troppo in fretta per capire davvero quello che ci sta succedendo.
Un economista che esce dai grafici
Una premessa biografica: pochi lo sanno, ma prima di diventare uno dei fotografi più importanti del nostro tempo, Salgado era un economista. Non solo aveva studiato Economia, ma lavorava in quella veste, nelle organizzazioni internazionali, dopo aver lasciato il Brasile della dittatura per stabilirsi a Londra e a Parigi. E soprattutto colpisce un dato: il suo incontro con la prima macchina fotografica è avvenuto molto tardi.
Ciò che accadeva nel mondo sfuggiva ai numeri, ma non allo sguardo.
Uno degli sguardi più potenti sul Novecento e sull’inizio del nuovo secolo nasce dopo i trent’anni, quasi per caso, da un economista che capisce che il mondo non gli entra più nei grafici. Aveva quasi trent’anni quando sua moglie, Lélia Wanick, gli prestò una macchina fotografica. Era analogica, pesante, lenta. Non c’era niente di romantico, all’inizio. C’era semmai una scoperta mentale: le immagini raccontavano la realtà meglio dei numeri. Così, nel 1973, ha abbandonato il suo lavoro all’international Coffee Organization per costruire i noti capolavori visivi: miniere che sembrano inferni danteschi, fiumi di uomini in marcia, foreste primordiali, montagne che sembrano fuori dal tempo. Per mezzo secolo ha documentato l’ingiustizia e ha donato gran parte del suo lavoro; eppure, non è stato esente da critiche. Per alcuni ha promosso un’“estetica della miseria”, monopolizzando musei e pubblicando libri fuori formato.
La realtà non è banale, è colossale
Salgado è sempre stato attratto dagli estremi. Dalla bellezza assoluta e dallo schifo più radicale dell’umanità. Chi lo ha intervistato annota come, mai, dalla sua bocca, uscisse una frase di circostanza, o già sentita altrove. Amava una parola più di tutte: colossale.
Colossale è la natura, come la sofferenza. In Ruanda, raccontava, ha visto morire diecimila persone in un solo giorno. Colossale è la capacità umana di distruggere e, a volte, di redimersi.
Eppure, negli ultimi anni della sua vita, Salgado ha spostato il fuoco a qualcosa di più difficile da afferrare: il tempo. Nella frase che abbiamo riportato, non parla delle montagne in quanto paesaggio, ma come una sorta di unità di misura del tempo.
Quindi Salgado non parla di ecologia in senso stretto. Sta parlando di miopia. Del fatto che viviamo troppo in fretta per capire ciò che stiamo facendo. Lo dice ancora più chiaramente subito dopo: «Il problema non è la mancanza di informazioni. È la mancanza di tempo per capire.»
E qui, improvvisamente, Salgado torna a essere un economista. O forse lo è sempre stato.
Perché questa fase del ventunesimo secolo è esattamente questo: l’epoca in cu non mancano dati, ma manca durata. Non mancano analisi o previsione, ma manca sedimentazione. Manca lo sguardo lungo. Non sappiamo più guardare abbastanza a lungo da comprendere ciò che distruggiamo.
Ecco dunque le montagne, che, per lui, esistono su scale temporali incompatibili con il nostro modo di vivere. Non stanno dentro un trimestre. Non stanno dentro un ciclo economico. Non stanno nemmeno dentro una vita umana.
Una profondità che resiste al tempo
“Dai 29 anni fino a quando ne aveva 81, Salgado ha camminato abbastanza da poter circumnavigare il globo più volte. Ha vissuto inseguendo inquadrature. Il documentario Il sale della terra (2014), diretto da Wim Wenders e da Juliano Ribeiro Salgado, figlio di Sebastião, cattura la sua passione per il muoversi, strisciare e avanzare carponi pur di ottenere uno scatto.” Questo ci racconta El Pais.
E allora forse, per capire il mondo che stiamo attraversando, serve qualcuno che abbia visto sia l’inferno che il paradiso, e che abbia avuto il coraggio di dire che il problema non è sapere di più, ma guardare più a lungo.
Salgado è morto nel maggio del 2025. Non ha visto fino in fondo questo presente. Ma le sue immagini e le sue parole raccontano il presente meglio di molte analisi scritte dopo.
Credits
Immagine: © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto








