Partiamo dal Pakistan che usa la diplomazia per ottenere aiuti ma resta economicamente fragile, la guerra in Iran minaccia le forniture di zafferano e la migrazione consente a molte donne uzbeke di ridefinire i ruoli di genere.
Pakistan, la diplomazia che salva l’economia ma frena le riforme
Il peso geopolitico del Pakistan torna a garantire ossigeno finanziario in tempi di crisi, ma rischia ancora una volta di rallentare le riforme strutturali di cui il Paese avrebbe urgente bisogno. È il paradosso evidenziato dagli analisti mentre Islamabad affronta le ricadute economiche del conflitto tra Iran e blocco occidentale.
Sul piano diplomatico, riporta The Economist, il Pakistan ha giocato una partita abile: relazioni solide sia con Washington sia con Teheran gli hanno consentito di ritagliarsi un ruolo di mediazione. Ma sul fronte interno, l’impatto economico è pesante. L’aumento dei prezzi di energia e beni alimentari sta colpendo duramente la popolazione, mentre le riserve valutarie restano fragili, sufficienti a coprire appena tre mesi di importazioni.
La crisi energetica è il nodo centrale. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, Islamabad ha introdotto misure d’emergenza: razionamento del carburante, riduzione della settimana lavorativa per i dipendenti pubblici, blackout a rotazione nel Punjab. I prezzi sono schizzati: +43% per la benzina e +55% per il diesel. Misure che però difficilmente basteranno a fermare l’emorragia di valuta estera.
A pesare è anche il possibile calo delle rimesse, pilastro dell’economia pakistana. Circa metà dei lavoratori all’estero è impiegata nei Paesi del Golfo e invia ogni anno oltre 40 miliardi di dollari, pari al 10% del PIL. Le tensioni regionali potrebbero ridurre questi flussi fino a 4 miliardi, aggravando ulteriormente il quadro.
Non è la prima volta che Islamabad si trova in difficoltà. Dal 1950 il Paese ha fatto ricorso a 25 programmi di salvataggio del Fondo monetario internazionale. L’ultimo, siglato nel 2024, arriva dopo gli shock energetici e climatici recenti e pesa fortemente sui conti pubblici: oltre metà delle entrate fiscali è destinata al servizio del debito.
A sostenere il Pakistan restano partner internazionali e istituzioni multilaterali, oltre a Cina e Paesi del Golfo. Un sistema che gli analisti definiscono di “rendite strategiche”: la capacità di trasformare il proprio ruolo geopolitico in sostegno finanziario esterno. Dagli aiuti Usa ai prestiti cinesi e del Golfo. Questa strategia garantisce risorse nelle crisi, ma perpetua un ciclo di riforme rinviate, crescita debole e dipendenza dai salvataggi.
Il risultato è un ciclo che si ripete: crisi, aiuti esterni, riforme parziali e nuova instabilità. Un equilibrio fragile che, finora, ha evitato il collasso ma non ha mai garantito una crescita solida e duratura.
Iran domina il mercato dello zafferano, scorte in Italia per 6-7 mesi
Il mercato globale dello zafferano rischia nuove tensioni a causa del conflitto in Iran, principale produttore mondiale della spezia, da cui proviene circa il 90% della produzione globale (circa 300.000 kg). Le difficoltà logistiche e commerciali legate alla guerra stanno già incidendo sugli scambi internazionali, con possibili ripercussioni sull’approvvigionamento nei prossimi anni.
In Italia, tra i primi cinque importatori europei, gli operatori del settore segnalano scorte sufficienti solo per 6-7 mesi. Una situazione che, secondo gli analisti di Areté citati da Il Sole 24 Ore, potrebbe peggiorare nel caso in cui il conflitto dovesse prolungarsi: già dal 2027 gli importatori potrebbero incontrare difficoltà nell’accesso alle aste iraniane o nella gestione delle spedizioni via mare e via aerea, con un rischio concreto di carenze sul mercato globale.
La domanda, tuttavia, resta solida. La stessa fonte evidenzia come il consumo di zafferano continui a crescere sia nella ristorazione sia nella grande distribuzione, con un aumento vicino al 5% in volume nell’ultimo anno rilevato, pari a circa 6.000 kg, e un valore complessivo di mercato di 40,5 milioni di euro. In Italia, lo zafferano mantiene un posizionamento peculiare: è l’ultima spezia per volumi acquistati, ma la prima per valore economico, grazie a prezzi medi elevatissimi che possono raggiungere fino a 50.000 euro al kg per produzioni di nicchia.
Il prezzo è legato alla complessità produttiva: per ottenere un chilogrammo di prodotto essiccato servono circa 150.000 fiori e oltre 600 ore di lavoro manuale. Questo rende difficile comprimere i costi lungo la filiera, mentre la forte dipendenza dall’Iran limita le alternative di approvvigionamento, nonostante contributi minori da Afghanistan, Marocco e India.
La produzione italiana, seppur in crescita, resta marginale: circa 600 kg complessivi, meno del 3% del fabbisogno nazionale stimato in 23.000 kg, con le denominazioni DOP , come lo zafferano dell’Aquila e quello di San Gimignano , ferme a volumi di nicchia.
Migrazione femminile uzbeka: perché la Turchia è una meta chiave
In Uzbekistan, società a forte impronta patriarcale, gli uomini sono tradizionalmente considerati i principali percettori di reddito, mentre alle donne spettano soprattutto cura della casa e dei figli. Negli ultimi anni, però, questo modello sta cambiando: come riporta The Diplomat, cresce il numero di donne che emigrano per lavoro in cerca di migliori opportunità economiche.
Se in passato la migrazione femminile seguiva spesso quella dei familiari maschi verso la Russia, oggi si osserva un aumento dei percorsi indipendenti, con la Turchia diventata una delle principali destinazioni. Come emerge da una ricerca sul campo, tra le comunità uzbeke circola una frase ricorrente: “Le donne vanno in Turchia, gli uomini in Russia”, a indicare una forte segmentazione di genere dei flussi migratori.
Secondo i dati del Ministero del Lavoro turco, la presenza di lavoratrici uzbeke è stabile e nel tempo ha superato quella maschile, segno di un inserimento ormai strutturale nel mercato del lavoro locale. Molte sono impiegate nel settore dell’assistenza domestica e alla persona, come badanti o babysitter, spesso in regime di convivenza che riduce i costi ma aumenta la dipendenza dal datore di lavoro.
Una parte significativa entra nel Paese con visto turistico e rimane oltre i 90 giorni consentiti, lavorando in modo irregolare e restando fuori dalle statistiche ufficiali. Nel 2025 le autorità turche hanno sanzionato oltre 13.000 cittadini uzbeki per irregolarità migratorie, ma gli esperti stimano numeri reali molto più alti.
Le ragioni della scelta della Turchia includono l’ingresso senza visto, affinità culturali e la disponibilità di lavori considerati “accettabili” per le donne. Molte migranti, spesso divorziate o vedove, diventano principali responsabili del reddito familiare, inviando rimesse per casa, istruzione dei figli o matrimoni.
Accanto alla dimensione economica, la migrazione offre anche maggiore autonomia personale rispetto al paese d’origine, soprattutto per donne socialmente marginalizzate. In alcuni casi il percorso si conclude con matrimoni locali: nel 2025 le uzbeke rappresentavano il 13,7% delle spose straniere in Turchia.
Un fenomeno che evidenzia come la migrazione femminile sia al tempo stesso strumento di emancipazione economica e condizione di fragilità, tra opportunità e rischio.
Foto Credits: Foto di Johan Puisais da Pixabay








